1941 – Allarme a Hollywood

1941 – Allarme a Hollywood

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Steven Spielberg si confronta con la demenzialità da Saturday Night Live. 1941 – Allarme a Hollywood è un concentrato di gag, citazioni della Disney e war movie, con Dan Aykroyd e John Belushi pre-Blues Brothers. Ma è anche e soprattutto, nonostante all’epoca sia andato incontro a un grande fraintendimento critico, una riflessione sulla Storia la cui immagine non può che essere filtrata attraverso il cinema e la sua contro-Storia.

Anche i generali piangono

1941, seconda guerra mondiale. Sei giorni dopo l’attacco di Pearl Harbor (7 dicembre 1941), la California è preda dell’isteria, perché teme di essere la prossima vittima dei giapponesi. Nel nord nella California intanto una donna che si fa il bagno viene investita e tirata fuori dall’acqua da un sommergibile nipponico con il desiderio di colpire il simbolo dell’America: Hollywood. [sinossi]

A quanto pare tra la fine degli anni Settanta e l’inizio del decennio successivo dalla Mecca del Cinema sembrava arrivare, almeno ai titolisti delle distribuzioni italiane, un grido di allarme. Almeno da quella fetta di cinema in cui si agitavano sogni, desideri e follie di Steven Spielberg e Robert Zemeckis, tra i virgulti cresciuti dal neo-tycoon il più talentuoso (e quello destinato ad arrivare più lontano). Motti di spirito a parte quando nel 1983, con cinque anni di ritardo sull’effettiva realizzazione, in Italia arrivò l’esordio alla regia di Zemeckis, si pensò bene di accantonare il beatlesiano I Wanna Hold Your Hand dell’originale per tramutarlo in 1964: allarme a New York, arrivano i Beatles!. Oltre a svicolare dalla necessità di utilizzare un titolo inglese che avrebbe messo in difficoltà una parte del pubblico, si pensò anche di riallacciare l’esperienza di Zemeckis all’unico flop (fino a quel momento, e destinato ad avere pochi compagni anche in futuro) della carriera di Spielberg, nuovo dominatore insieme al sodale George Lucas del botteghino mondiale. Insieme al compagno di ventura Bob Gale, con cui collaborerà fino a Ritorno al futuro – Parte III, Zemeckis è infatti l’autore del soggetto e della sceneggiatura di 1941, che arrivando nelle sale italiane vedrà aggiunto in coda il sottotitolo Allarme a Hollywood. Così se i giapponesi avevano creato scompiglio al largo delle coste californiane nel 1941, subito dopo i tristi fatti di Pearl Harbor, perché non affibbiare all’irruzione newyorchese dei Fab Four il 1964?

Tralasciando i deliri distributivi, che meriterebbero forse una contro-storia accurata e dettagliata, è davvero bizzarro notare come 1941 – Allarme a Hollywood sia ancora oggi, a oltre quarant’anni dalla sua realizzazione, un film praticamente sconosciuto, poco visto e nella maggior parte dei casi anche poco amato tanto dalla critica – che prese un abbaglio all’epoca e non ha pensato di dover mettere in discussione il proprio giudizio in tutto questo tempo – e dal pubblico. Nonostante grazie ai milioni di dollari raggranellati in Europa non sia corretto parlare di fiasco in quanto tale (il film finì con il ripagare l’investimento, anche se faticosamente), l’idea che si abbia a che fare con una débâcle in piena regola è ancora ben radicata nella memoria collettiva: in effetti per un regista che arrivava dai successi planetari de Lo squalo e Incontri ravvicinati del terzo tipo doversi confrontare con un incasso di neanche cento milioni di dollari in tutto il mondo appariva come un netto ridimensionamento. E ci fu anche chi si lanciò in profezie tutt’altro che positive nei confronti di Spielberg, suggerendo che l’astro nascente fosse già in caduta libera: la risposta arriverà fragorosa un paio di anni più tardi con I predatori dell’arca perduta, prima avventura dell’archeologo Indiana Jones che arriverà a mettere insieme, globalmente, quasi quattrocento milioni di dollari. Ma, come già accennato dianzi, 1941 – Allarme a Hollywood resta un film pressoché sconosciuto, dimenticato e rimosso, caso rarissimo all’interno della filmografia spielberghiana: a fargli compagnia il solo Always – Per sempre e, forse anche se in misura minore, Hook – Capitan Uncino. Un’ignominia che sorprende, e non solo per la fama indiscutibile del regista: in 1941 c’è un cast arcinoto, che per di più mette insieme Dan Aykroyd e John Belushi un anno prima della straripante interpretazione in The Blues Brothers di John Landis, che li renderà icone immortali. Sarebbe dovuto bastare questo piccolo dettaglio a trasformare in un oggetto di culto il film di Spielberg, e invece non servì a nulla. Quali possono essere i motivi?

Innanzitutto probabilmente pesò, e pesa ancora oggi, l’immagine stessa di Spielberg: già alle prese con squali e alieni, per non parlare del camion assassino di Duel, e dichiaratamente interessato alla produzione (avventura redditizia inaugurata proprio con il già citato film di Zemeckis), Spielberg era proiettato in un immaginario grandioso, fantastico sotto ogni punto di vista. Aveva reinventato dapprima il protocollo del cinema d’avventura, con tanto di riflessi melvilliani, per poi aderire sempre insieme a Lucas, alla ridefinizione del concetto di fantasy e fantascienza: da un lato il primo, incarnato da Guerre stellari, e dall’altro il secondo, nello sci-fi umanista con protagonista Richard Dreyfuss. 1941 appariva quasi come uno scherzo di cattivo gusto, il cambio di rotta di un monello che non voleva farsi ingabbiare da quell’industria che però allo stesso tempo pretendeva di prendere in mano e dominare. Perché Gale e Zemeckis avevano scritto una sceneggiatura febbricitante, un’esplosione di dinamite demenziale nell’occhio del ciclone del war-movie. E Spielberg l’aveva sposata senza battere ciglio, e senza aggiungere serietà a un progetto così giocherellone. La cabina di regia l’aveva ereditata da John Milius, che si era gettato anima e corpo nella lavorazione di Un mercoledì da leoni, un altro film che parla di guerra e California, ma da una prospettiva profondamente diversa: ed è probabile che se avesse diretto lui la storia della paranoia collettiva anti-giapponese nel Golden State il tono generale sarebbe stato sensibilmente diverso. Pare che idee di Milius siano rimaste nel film, ma 1941 è diventato ben presto un folle pastiche demenziale, che volge lo sguardo dalle parti di Helzapoppin’ facendosi beffe di tutto e di tutti. Spielberg è così intenzionato a “non essere serio” che apre il film, dopo una scritta bianca su sfondo nero che delimita l’asse temporale della narrazione, prendendo in giro l’incipit de Lo squalo: una ragazza entra nelle acque oceaniche tutta nuda e si diletta in un bagno notturno, ma stavolta invece del famelico carcarodonte deve vedersela nientemeno che con un sottomarino nipponico. A rincarare la dose pensa l’attrice scelta, Susan Backlinie, la stessa che dava il la al film del 1975. Come l’amico Landis – che qui compare in un cameo, alla stregua di Harrison Ford e James Caan – aveva fatto l’anno prima in Animal House, Spielberg crede nella messa alla berlina continua e incessante di ogni elemento costitutivo dell’ordine sociale.

L’esercito è ridicolizzato: ma sbagliava John Wayne che rifiutò il ruolo poi andato a Robert Stack a consigliare Spielberg di non girare un film così “anti-patriottico” (accusa che rincarò anche Charlton Heston). 1941 non mette in ridicolo l’esercito statunitense, derubrica a schernevole tutto l’apparato dell’armata, al di là di ogni bandiera. Si veda in che modo si ride del sottomarino nipponico, per esempio. L’obiettivo del film è quello di seminare il caos, e di farlo per quasi due ore e mezza. Senza soluzione di continuità, senza pause. Ne viene fuori una rutilante macchina della risata, così perfetta esteticamente e oliata nel migliore dei modi da dimostrare come il meccanismo del cinema possa essere l’elemento in grado di disinnescare l’orrore umano, la pretesa di potere, di dominio, di sopraffazione. Quasi stesse dirigendo un infinito musical senza musica Spielberg si diverte a coreografare ogni movimento, ogni ingresso in scena, ogni spostamento della macchina da presa. Solo un cineasta così preciso nel leggere l’anima – di ferro e carne – dell’industria poteva osare utilizzare un budget così faraonico per mettere in scena una farsa, un film demenziale, un comico anarcoide. E sotto questo aspetto il solo film che sembra possibile affiancargli, oltre ovviamente al già citato The Blues Brothers – che appare quasi come una sua estensione naturale – è Tropic Thunder di Ben Stiller, non a caso (forse) a sua volta la presa in giro di un racconto bellico. Iperventilato e delirante 1941 – Allarme a Hollywood è il più grande omaggio/dileggio a un microcosmo oramai perduto, un mondo in cui un generale poteva rinchiudersi nel bel mezzo di una crisi bellica in un cinema per piangere di fronte alle immagini di Dumbo. È l’utopia ghignante di Spielberg e Zemeckis, quella di un cinema che sia la risposta umana alla materiale perdita d’umanità della società stessa. Nel 1979 Spielberg ancora sogna il volo (quello che sarà di E.T. l’extraterrestre, e Peter Pan, ma anche dei kamikaze de L’impero del sole, altro film in cui trovano spazio le truppe giapponesi) e ne ride fragorosamente con amici e vicini. La critica, con cecità non troppo rara, gli volterà le spalle, ma anche il pubblico farà lo stesso. Perché l’anarchia, quando arriva così in profondità, sa far paura più di uno squalo o di una navicella spaziale. E perfino più dei nazisti.

Info
Il trailer di 1941 – Allarme a Hollywood.

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