Gli anni amari

Gli anni amari

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Gli anni amari ha il merito indiscutibile di riscoprire il pensiero e la vita di Mario Mieli, intellettuale tra i più coraggiosi e liberi degli anni Settanta. Peccato che al film di Andrea Adriatico manchi quasi sempre uno sguardo fortemente cinematografico, e dunque altrettanto libero.

Il cinema educastrato

Il film ripercorre la vita e i luoghi di Mario Mieli, tra i fondatori del movimento omosessuale nostrano nei primi anni 70. Nato nel 1952 a Milano e morto suicida nel 1983, prima dei trentun anni, Mario fu attivista, intellettuale, scrittore, performer, provocatore, ma soprattutto pensatore e innovatore dimenticato. Figlio di genitori benestanti e penultimo di sette figli, vive una vita intera in un rapporto complicato con il padre Walter e la madre Liderica. La pellicola ne segue i passi a partire dall’adolescenza al liceo classico Giuseppe Parini di Milano. La gioventù e la vita notturna sfrenata, quando ancora omosessualità era sinonimo di disturbo mentale. Il viaggio a Londra e l’incontro fondamentale con l’attivismo inglese del Gay Revolution Front. Il ritorno in patria e l’adesione al “Fuori!”, prima associazione del movimento di liberazione omosessuale italiano- La fondazione dei “Collettivi Omosessuali Milanesi” e la pubblicazione del saggio Elementi di critica omosessuale. La popolarità mediatica ma anche le turbe mentali. Mario è protagonista assoluto, attorno al quale gravitano nomi e volti di amici e compagni che, con lui, hanno contribuito a cambiare la storia: Corrado Levi (architetto, docente, artista), Piero Fassoni (pittore), Ivan Cattaneo (cantante), Angelo Pezzana (fondatore del primo movimento omosessuale italiano, il “Fuori!”), Fernanda Pivano (scrittrice e traduttrice), Milo De Angelis (poeta), Francesco Siniscalchi (massone che denunciò Licio Gelli e la P2). Fino all’intensa e sofferta storia d’amore con il giovanissimo Umberto Pasti, futuro scrittore. [sinossi]
D’altra parte, è pur vero che,
se per secoli le donne sono state costrette
dal potere maschile a vestirsi in maniera oppressiva,
quasi sempre i grandi ideatori della moda,
gli stilisti, i truccatori, i parrucchieri,
sono stati gay.
La fantasia omosessuale veniva e viene sfruttata
dal sistema – l’abbiamo visto –
per reprimere le donne e conciarle come l’uomo vuole.
Per secoli,
il potere ha sfruttato il lavoro degli omosessuali
per sottomettere le donne,
così come si è abbondantemente servito delle donne
per reprimere i gay
(a ogni omosessuale basti ricordare la propria madre).
Mario Mieli, Elementi di critica omosessuale.

Il primo spunto di riflessione che risveglia Gli anni amari, ritorno alla regia di Andrea Adriatico a quattro anni di distanza dal documentario Torri, checche e tortellini (per restare nel campo del cinema di finzione bisogna invece tornare al 2007 e All’amore assente), riguarda il soggetto della narrazione, vale a dire Mario Mieli. A trentasette anni dal suicidio di Mieli era ora che il cinema italiano, anche e soprattutto quello organico all’industria, si ricordasse di questo intellettuale vivace, mai ossequioso nei confronti del sistema, catastrofista e apocalittico, in grado di mettere in discussione tutti gli elementi canonici della tradizione, e di scoperchiare le ipocrisie dell’Italia borghese negli anni del Compromesso Storico. Prima figura culturale a porre la questione omosessuale non limitandola alla sola analisi delle “preferenze” erotiche, Mieli fu un marxista rigoroso ma allo stesso tempo eterodosso, e redasse almeno un saggio fondamentale per provare a scavare in profondità nel dibattito sul genere, l’appartenenza e la rappresentazione artistica e sociale del desiderio: impossibile infatti non ricordare e consigliare la lettura e l’analisi di Elementi di critica omosessuale, pubblicato da Einaudi nel 1977 e ora parte del catalogo di Feltrinelli (ma altrettanto cruciale, anche per comprendere a fondo la natura sentimentale e intellettuale del pensiero di Mieli, è Il risveglio dei faraoni, il suo volume “maledetto”).

Sarebbe interessante scoprire come entrerebbe Mieli nel dibattito contemporaneo sulla rappresentazione dei generi, lui che mal digeriva il pensiero progressista e intrinsecamente liberista (e dunque borghese); purtroppo quella testa infilata nel forno il 12 marzo del 1983 nella sua abitazione milanese l’ha reso impossibile. E di certo non viene in soccorso in tal senso Gli anni amari, che ben si guarda dal provare a problematizzare l’eredità culturale di questo burrascoso intellettuale. Ossequioso dello schema del biografismo televisivo che prevede al massimo una superficiale agiografia, Adriatico si limita a mettere il suo personaggio, che potrebbe anche essere del tutto inventato per quanto poco provi a ragionare sul lascito intellettuale di Mieli, al centro di una vicenda umana che vorrebbe essere anche resoconto storico, fermandosi però al livello della cartolina d’antan.

Cosa interessa davvero a Gli anni amari, forse la straripante carica antiborghese di Mieli? La sua ricerca di una lettura mai semplicistica di Marx e del suo pensiero? La sistematica messa alla berlina del progressismo? Interessa ad Adriatico e ai suoi co-sceneggiatori Stefano Casi e Grazia Verasani l’intellettuale che in Elementi di critica omosessuale scrive che: «La prospettiva del matrimonio tra omosessuali interessa molto più il sistema che gli stessi gay riformisti. In Usa la stampa, che pure ha passato quasi sotto silenzio il massacro di trentun omosessuali avvenuto a New Orleans nel 1973 (una delle tante stragi dell’Etero-Stato), ha dedicato ampi articoli nel corso dello stesso anno alla celebrazione di matrimoni tra donne o tra uomini. In Svezia (e anche in Norvegia) la stampa e la televisione discutono il diritto degli omosessuali al matrimonio, mentre le stesse organizzazioni gay moderate si limitano alla rivendicazione di una completa accettazione da parte della società. Lo status quo eterosessuale, tramite il “progressismo”, medita un’integrazione totale dell’omosessualità, un suo rientro (dalla porta di servizio) nelle strutture della famiglia.»? Forse, magari sì, ma di certo è arduo desumerlo dal testo filmico, che sembra semmai sovraeccitarsi e fremere per la cosiddetta instabilità psichica, o per i dissidi tutti interni alla famiglia. La famiglia, culla/cella del pensiero italiano e anche del suo immaginario. Immergendosi nella biografia non si può fare altro se non perdere di vista la lucidità del pensiero per affidarsi al tristo meccanismo dell’effetto che risponde in maniera ineluttabile a una causa. Forse temendo di restituire un’immagine eccessivamente tetra di Mieli e dell’epoca Adriatico spinge il film verso un eccesso in cui ogni dettaglio pare esasperato, a partire dalle interpretazioni, in una esagitazione che forse vorrebbe dimostrare l’anima ribelle del film.

Invece di mostrare, atto rivoluzionario per eccellenza, Gli anni amari si limita a raccontare, molto attraverso la parola e assai poco facendo ricorso allo sguardo. Il film si trincera dietro la citazione poetica e letteraria, il rimando musicale, ma non vive mai davvero. C’è l’imitazione calligrafica di un’esistenza nel ricorso all’aneddoto, ma manca l’esistenza stessa del film. Così facendo non può che venire meno anche l’efficacia delle interpretazioni, o le intuizioni interessanti (apprezzabile la scelta della messa in scena del suicidio, per esempio). Omaggiare un’esperienza umana come quella di Mieli è un dovere, e non si può non apprezzare la buona intenzione di fondo, e la passione nel tentativo di studiarne la vita e il pensiero. Ma proprio per questo, per la rimozione strutturale cui è andato incontro il suo pensiero politico (anche in alcune fasce del mondo omosessuale), è davvero un peccato dover constatare come il film si riduca a un racconto “a norma”, prolisso nel dire e trattenuto forse nell’essere. Di fronte a un liberissimo pensatore che fece del desiderio l’oggetto tra i principali della propria speculazione si poteva osare di più, lavorare sull’immagine come altare bruciante del desiderio, trasformare in carne l’immateriale. È assai probabile che se l’operazione si fosse articolata in tale direzione la RAI e il MiBACT si sarebbero defilati in fretta e furia. Torna dunque l’interrogativo: si può narrare un pensiero eversivo ricorrendo all’istituzione contro cui quel pensiero si agitò per ottenere i finanziamenti? Il rischio è che la risposta sia negativa, a meno di non edulcorare quel pensiero normando l’immagine e di fatto depauperandola. Anche il cinema quando non si libera dei legacci della società corre il rischio di finire vittima dell’educastrazione, come l’avrebbe definita Mieli. E di soffocare.

Info
Gli anni amari, trailer.

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