The Notes of Anna Azzori / A Mirror that Travels through Time

The Notes of Anna Azzori / A Mirror that Travels through Time

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Presentato in concorso al 31° FID Marseille, dopo l’anteprima al Forum della Berlinale, The Notes of Anna Azzori / A Mirror that Travels through Time è un lavoro sperimentale della filmmaker tedesca Constanze Ruhm, che si innesta su uno dei capolavori del cinema sperimentale, Anna di Alberto Grifi e Massimo Sarchielli. La regista, in ottica femminista, lavora a un dialogo continuo con quel film e quell’epoca, di lotte per la parità dei diritti di genere, alla sua decostruzione anche in forma critica.

Paura non abbiamo

Al principio era Anna, la ragazza tossicodipendente, incinta, senza fissa dimora, incontrata, e poi ospitata, in piazza Navona nel 1972, da Alberto Grifi e Massimo Sarchielli che su di lei crearono un caposaldo del cinema sperimentale quale Anna. Ma chi era davvero Anna? Qual era il suo cognome, mai detto nel film? E che fine ha fatto? Cosa sarebbe oggi Anna? Domande cui cerca di rispondere oggi la regista. [sinossi]

Il gesto della vagina ha rappresentato un segno identitario delle femministe nei cortei degli anni Settanta. Un gesto che si vede spesso in The Notes of Anna Azzori / A Mirror that Travels through Time della fimmaker tedesca Constanze Ruhm, film presentato in concorso al 31° FID Marseille, dopo l’anteprima al Forum della Berlinale. Un segno delle mani accostate esibito tanto al giorno d’oggi dalle attrici del provino, sul greto di un fiume disposte come in un tableau vivant, quanto dalle femministe delle manifestazioni d’epoca, nei filmati di repertorio. Una di queste, in uno spazio per le prove all’aperto, dominato da due grandi schermi cinematografici in disuso, modifica quel gesto, semplicemente ruotando una delle due mani e facendo toccare gli indici con i pollici. Basta una semplice inversione per passare al gesto dell’inquadratura, del cinema, quello che è diventato un simbolo per François Truffaut. Un’operazione di enunciazione del lavoro della regista che segna una rivendicazione femminista del cinema, una volontà di cambiare inquadratura per una settima arte che spesso ha visto il predominio maschile, una necessità di rileggere la storia del cinema in questo senso, senza sconti nemmeno a un capolavoro indiscusso come Anna di Alberto Grifi e Massimo Sarchielli.

Il progetto di The Notes of Anna Azzori / A Mirror that Travels through Time nasce da un’operazione del berlinese Kino Arsenal che ha affidato a giovani registi l’incarico di lavorare utilizzando il materiale dei loro archivi. In questo modo Constanze Ruhm si è imbattuta in Anna e ha proseguito le ricerche d’archivio in Italia. Il lavoro della filmmaker tedesca su Anna è una decostruzione di un film che era decostruzione di una vita, un dialogo di una filmmaker sperimentale con quello che è il caposaldo del cinema sperimentale. Le nebbioline televisive inserite da Constanze Ruhm, tipiche dei disturbi della televisione analogica catodica, rappresentano un dialogo di formati con un’opera realizzata nell’innovativo, per l’epoca, nastro magnetico. Ricorda l’analoga consapevolezza di David Lynch di Fuoco cammina con me, con le stesse nebbioline, nel portare su pellicola una storia realizzata per lo schermo televisivo.

Partendo da Anna, Constanze Ruhm sviluppa una serie di percorsi e riflessioni, anche in opposizione al film di Grifi e Sarchielli. E già dal titolo la fimmaker usa il cognome di Anna, Azzori, ritrovato dopo lunghe ricerche negli archivi italiani. Come a restituire un’identità a una ragazza che doveva rimanere semplicemente Anna e, nelle intenzioni della regista, anche una dignità. E poi il mettere in scena dei provini a delle ragazze per interpretare proprio Anna (Azzori). Come a rivendicare un riappropriarsi della finzione, un ritorno alla messa in scena cinematografica, già in una fase basilare, preliminare come quella dei casting, delle audizioni per gli aspiranti attori, nei confronti di un’opera che filmava la realtà, dove Anna era attrice e personaggio allo stesso tempo. Per certi versi il lavoro di Constanze Ruhm ricorda quello di Nobuhiro Suwa in H Story, su Hiroshima mon amour. E infine c’è la grande rivendicazione femminista per un’opera che la regista valuta come lo sfruttamento di una ragazza usata dai cineasti con quello che lei definisce un malcelato sadismo.

A riprova, nel film Ruhm inserisce un brano di repertorio dove Grifi spiega il progetto di Anna fumando una sigaretta e si lascia scappare una risatina quando si corregge da un lapsus: parlava degli appunti presi da Anna ma in realtà alludeva a quelli di Massimo Sarchielli su Anna. Come se non reputasse possibile che Anna, nella sua confusione mentale e nel suo stato di disagio, sarebbe stata in grado di annotare qualcosa. Va detto nel merito, e per inciso, che due secondi di una battuta di una persona che peraltro non può ribattere in quanto non più parte di questo mondo, estrapolati dal contesto, sono assimilabili ai peggiori servizi trash delle Iene. La lettura di Ruhm sul film Anna è quantomeno superficiale, perché è proprio lo stesso film Anna, nella sua estrema complessità, a contenere al proprio interno critiche all’operazione stessa del film, come se il regista mettesse in scena i suoi rimorsi o i suoi dubbi morali per aver sfruttato la ragazza ed essersi preso dall’impulso di filmare. C’è un passaggio ben chiaro in questo senso, verso la fine del film, quando Anna ormai è perduta, e il bambino le verrà tolto, con una lunga discussione in merito a quanto è stato fatto, tra Grifi e due amiche, una delle quali lo accusa: «Te la sei tenuta due mesi perché ti serviva per fare il film».

The Notes of Anna Azzori / A Mirror that Travels through Time rappresenta come un passaggio di stato, dal nastro magnetico di Anna al digitale, una metamorfosi che dispiega diverse forme d’arte, la scultura classica e il videogioco, oltre che altri testi cinematografici come Io la conoscevo bene, film indiscutibilmente femminista, e Tropical Malady di Apichatpong Weerasethakul per la metamorfosi con gli alberi. Constanze Ruhm torna nella piazza Navona dove in un giorno di gennaio del 1972 avvenne l’incontro di Sarchielli con Anna, da cui nacque il tutto. Ma che fu anche teatro di manifestazioni imponenti del movimento femminista. E dove troneggia la Fontana dei quattro fiumi del Bernini, da cui parte un ulteriore percorso del film. Del grande artista del Barocco è anche la scultura Apollo e Dafne esposta alla Galleria Borghese, metafora ulteriore del dominio maschile cui la donna riesce a fuggire trasformandosi in pianta d’alloro. Così le ragazze del cast diventano ninfe dei boschi e dei fiumi da cui declamano «Siamo noi le protagoniste della nostra storia»: in una scena enfatica con rulli di tamburo, che fa il paio con lo slogan femminista degli anno Settanta: «Sebben che siamo donne paura non abbiamo». E la rievocazione delle lotte femministe dell’epoca, attraverso il footage originale, è la cosa più riuscita del film, al di là delle letture riduttive del film di Grifi.

Info
La scheda di The Notes of Anna Azzori / A Mirror that Travels through Time sul sito del FID Marseille.

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