Ontem Havia Coisas Estranhas no Céu

Ontem Havia Coisas Estranhas no Céu

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Presentato fuori concorso al 31° FID Marseille, dopo essere passato a Onde del Torino Film Festival e al Cinéma du Réel, Ontem Havia Coisas Estranhas no Céu è un’opera del giovane filmmaker brasiliano Bruno Risas. Un lungo home-movie famigliare di un’esistenza depressa, segnata dalla disoccupazione del padre. Una calma piatta in cui si annidano i traumi del paese.

Non possiamo non tornare a casa

Dopo che il padre del regista è rimasto disoccupato, tutta la sua famiglia si è trasferita a Bresser, un vecchio quartiere popolare di San Paolo. La madre cerca una via d’uscita, ma non sa davvero cosa fare. La sorella ha ottenuto un lavoro, ma è mal retribuita. La nonna sta sprofondando nella demenza senile. Stanno tutto il giorno a casa. I cani abbaiano. Nel frattempo il regista li filma. Uno strano oggetto nel cielo rapisce sua madre, ma le loro vite continuano come se nulla fosse successo. [sinossi]

C’era una volta il famoso dogma di Hitchcock sul cinema come la vita cui siano state tolte le parti inutili. Sull’apparente antitesi di quella vulgata della settima arte, si muove il giovane filmmaker brasiliano Bruno Risas che filma la quotidianità della sua famiglia nel suo Ontem Havia Coisas Estranhas no Céu (titolo internazionale: Yesterday There Were Strange Things in the Sky) presentato fuori concorso al 31° FID Marseille, anche come “Cnap Special Screening” essendo risultato vincitore del Joris Ivens-Cnap Prize al parigino Cinéma du Réel Festival. Un’iniziativa che vede la sinergia dei due festival francesi con il Cnap – Centre national des arts plastiques. E va ricordato che Ontem Havia Coisas Estranhas no Céu era già passato al Torino Film Festival nella sezione Onde.

La famiglia del giovane filmmaker, collaboratore di protagonisti della nuova ondata del cinema brasiliano quali Gustavo Vinagre e Juliana Rojas, si è trasferita nel quartiere operaio di San Paolo, Bresser, a seguito della disoccupazione del padre. Bruno li filma incessantemente, osserva la vita quotidiana piatta dei suoi famigliari, in un’opera che potrebbe durare anche intere giornate come certi film di Andy Warhol. Il padre che fa i lavori sul tetto, o che dorme, la madre che fa i mestieri, la nonna che viene accudita, i pranzi famigliari. Risas sembra teorizzare l’anestesia narrativa, l’assenza apparente di quel climax di cui parlano i manuali di drammaturgia o sceneggiatura. Potremmo trovare un parallelismo con il film di Wim Wenders Lo stato delle cose dove la stasi era determinata dall’assenza di fondi per il film, mentre qui pure di un’assenza di fondi si tratta, quella dovuta dall’improvvisa perdita del lavoro del padre. Da Wenders un filo conduttore ci può portare a Nicholas Ray che Bruno Risas cita esplicitamente alla fine, per il suo film Non possiamo tornare a casa, omaggiato evidentemente per il suo carattere sperimentale e per la dimensione di opera collettiva realizzata dal grande cineasta ribelle con i suoi studenti.

L’operazione di Ontem Havia Coisas Estranhas no Céu potrebbe prestarsi a varie chiavi di lettura. Un documentario sull’assuefazione della presenza della macchina da presa, per esempio, che si esprime anche nel litigio tra madre e figlia, ormai incuranti dell’occhio che le sta osservando. Ma anche il suo opposto, perché Bruno Risas spesso denuncia la presenza sua e della videocamera che si vede in almeno due occasioni, in una scena allo specchio, in un’altra da dietro, segno che quindi esiste una seconda videocamera. La madre che guarda di soppiatto e recupera una cicca da sopra un quadro che fuma pensando di non essere osservata può far pensare a una telecamera nascosta, occultata in qualche modo. Risas si vede poco, ma a volte viene interpellato dalla madre, che gli chiede cosa stia filmando, mentre in un’altra occasione chiede di chiudere la porta perché «stiamo filmando». E poi c’è lo scambio di battute tra la madre e la DOP Flora Dias cui chiede di negoziare alcune cose con Bruno. Le immagini restituite da Risas paiono giacere in un’ambiguità tra l’inquadratura casuale e la composizione dell’immagine studiata e calibrata. Vedi in tal senso il primo piano di profilo, bergmaniano della madre, oppure i vari re-cadrage come l’inquadratura del padre che dipinge un quadro ritagliato da dietro una porta, o la panoramica a 360° dentro la stanza verso la fine, ma anche lo scrutare della pelle della madre in cui rughe e nei formano come una composizione grafica astratta.

Un’ulteriore lettura di Ontem Havia Coisas Estranhas no Céu può essere quella di un film teorico sul fuori campo, un home-movie, come quelli di Peter Forgacs, che documenta una situazione quotidiana in un generale contesto di disagio, mentre fuori il paese cade sotto la coltre oscura di Bolsonaro. Ci sono momenti in cui il film, con semplici inquadrature nel vuoto o nel cielo, vira drasticamente acquisendo un tono drammatico, inquietante, magico, di fiction. L’esatto opposto del registro del film, delle improvvise vette di tensione, che confluiscono in quell’atterraggio di un’astronave sgangherata, verso la quale la madre protende la mano. E qui siamo dalle parti di Jia Zhangke, di quell’ufo che appare in Still Life ancora senza apparente legame con il resto del film. La donna viene rapita come in un B-movie di fantascienza, eppure la vita famigliare procede piatta, nulla è cambiato. L’anestesia narrativa del film è irreversibile e combacia con l’assuefazione della nazione.

Info
Ontem Havia Coisas Estranhas no Céu sul sito del FID Marseille.

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