Silkwood

Silkwood

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Ultimi scampoli di cinema politico americano anni Settanta, sconfinante nei primi Eighties. Silkwood di Mike Nichols è un robusto dramma civile tra pubblico e privato, che tuttavia mostra un certo smussamento dei toni polemici rispetto a omologhe opere del decennio precedente. Belle prove di Meryl Streep, Kurt Russell e Cher.

Plutonio Blues

Ispirato a una storia vera. Oklahoma, primi anni Settanta. Karen Silkwood lavora come operaia, a contatto quotidiano con uranio e plutonio, in una fabbrica della Kerr-McGee che si occupa della produzione di barre di combustibile per le centrali nucleari. È un lavoro che espone Karen e i suoi colleghi al rischio costante di contaminazione da radiazioni, e il sistema di prevenzione interna allestito dalla dirigenza lascia molto a desiderare. Karen ha un passato burrascoso, ha avuto tre figli in giovane età che si trovano in affidamento al padre, e condivide la casa con due suoi colleghi di fabbrica: Drew, che è anche il suo compagno, e Dolly, ragazza lesbica innamorata di Karen. I tre vivono in un gradevole clima di libertà e condivisione. In fabbrica però gli episodi di contaminazione dei lavoratori si ripetono sempre più di frequente, e Karen decide di aderire al sindacato candidandosi a rappresentante… [sinossi]

L’impegno sociale, il cinema politico americano anni Settanta. Silkwood (Mike Nichols, 1983), film piuttosto noto e molto apprezzato alla sua comparsa nelle sale, sembra profilarsi come uno sconfinamento nei primi anni Ottanta di una tendenza cinematografica che aveva assunto un notevole peso nel cinema mainstream americano del decennio precedente. La New Hollywood aveva infatti visto l’emersione di una nuova rilettura del cinema di impegno civile, capace di abbinare industria, spettacolo popolare, star system e polemica politica. Da Pollack, a Pakula, a Lumet, per citare alcuni dei più noti, sono numerosi i film del decennio che, facendosi forti di un rinnovato parco d’attori in grande spolvero divistico (Redford, Hoffman, Pacino, Fonda…), sposano con grande (direi quasi irripetibile) efficacia l’impegno allo spettacolo. In tale ambito si delinea anche un sottogenere che a sua volta risponde a nuove istanze sociali del tempo: l’(anti)eroina femminile che, in quanto appartenente al presunto sesso debole, deve affermarsi in un mondo sostanzialmente maschilista per acquisire credibilità nell’assumersi nuovi ruoli di responsabilità e coraggio, e soprattutto di esposizione e rappresentanza pubblica. Silkwood testimonia anche un ritorno del dramma di fabbrica, con riscoperta di un proletariato operaio non certo popolarissimo nel mainstream americano e con ampia attenzione alla tematica del sindacalismo, qui abbinata alla stringente attualità anni Ottanta del dibattito sul nucleare. In tal senso il film di Nichols sembra incrociare un solido intento civile a una nuova attenzione per antieroine scomode e irregolari in un contesto di proletariato operaio, che già aveva riscosso ampi apprezzamenti con il precedente Norma Rae (Martin Ritt, 1979) interpretato da una fiera Sally Field, premiata con l’Oscar e con il riconoscimento alla migliore attrice al Festival di Cannes. Ulteriore elemento in Silkwood, che va a contaminare la cornice di dramma sociale, è il contesto provinciale e rurale dell’Oklahoma, ennesimo pezzo di terra desolata oltreoceano dove a fianco di case isolate e sparse per la campagna deserta si erge solo e soltanto la fabbrica, unica speranza di una vita dignitosa per una classe operaia vivace e solidale ma anche rassegnata a vivere con ridotte prospettive di benessere. Benché lontani nell’impostazione ideologica del racconto, i paesaggi del film di Nichols ricordano in tal senso la coeva tendenza americana al dramma rurale (Le stagioni del cuore, Robert Benton, 1984; Il fiume dell’ira, Mark Rydell, 1984), mentre in ambito di nucleare non è da dimenticare il bel Sindrome cinese (James Bridges, 1979) di poco precedente.

Come Norma Rae, anche Silkwood riscosse ampi apprezzamenti in sede di premi ufficiali, ma con il film di Ritt condivide una tendenza fino a quel momento inedita nell’aspro cinema americano anni Settanta: un generale profilo di edulcorazione e ingentilimento dei toni, che sembrano reinquadrare la polemica femminile in una cornice più oleografica per il grande pubblico. A fronte della loro natura battagliera e asperità caratteriale, Norma Rae e Karen Silkwood sono anche interpretate da star femminili di crescente appeal popolare, e il racconto piega spesso verso una femminilità assai poco perturbante. Almeno nel caso di Silkwood, in realtà, Mike Nichols propone una protagonista di cui non nasconde alcun risvolto di figura irregolare e disallineata rispetto alle facili conclusioni dei benpensanti, soprattutto riguardo alla sua vita privata (ha tre figli avuti in gioventù e più o meno abbandonati; convive con due suoi colleghi di fabbrica, uno è il suo compagno, l’altra è la sua migliore amica, una lesbica che dichiara a Karen il proprio amore; si fa le canne e spesso si delinea come una specie di hippy; ha una vita sessuale allegramente promiscua; più in generale, è una donna segnata da un sottile squilibrio psico-emotivo). Ma sono perlopiù le scelte estetiche a depotenziare la problematicità di una figura teoricamente provocatoria. La pur pregevole regia di Mike Nichols, improntata a un’invisibilità discreta e sottile ma di grande eleganza nella messa in quadro (si vedano i frequenti giochi nella profondità del campo tra porte, avampiano e sfondo), si porta dietro una certa ruffianeria narrativa in cui si sospetta abbia avuto un certo peso la mano di Nora Ephron in sede di sceneggiatura.

Silkwood si propone anche per un film non di esclusivo attacco diretto alle storture di un sistema economico. L’intento sarebbe infatti quello di conferire alla figura protagonista una tridimensionalità che vada a fondo nelle sue motivazioni psicologiche, lasciando ampio spazio alla sua sfera privata, ai rapporti importanti della sua vita, con qualche rapido scorcio anche nel suo passato e nella sua formazione familiare. Più volte Nichols sembra voler allargare il quadro, prendendo spunto da un aspro confronto con le spietate dinamiche produttive di un sistema economico che tiene in pochissimo conto la salute dei suoi cittadini per espandere la portata del discorso verso una disamina di un intero sistema antropologico. Solo in tal senso si può spiegare l’evidente insistenza sul quadro privato di Karen Silkwood; la desolazione è più intima, non diretta ed esclusiva emanazione della schiacciante vita di fabbrica, ma anche di un contesto sociale che si delinea come un vuoto riempito di sparute presenze antropiche. C’è tempo per litigare con l’amica Dolly e per accoccolarsi sull’altalena (una delle sequenze più belle) a intonare ninne nanne per cercare un tenue sollievo esistenziale. Si tratta anche di un film, non dimentichiamolo, ispirato a fatti realmente accaduti e a una figura che è andata incontro a una fine piuttosto misteriosa. Poiché però non stiamo parlando di una celebrità (non siamo nell’ambito delle cronache di figure storiche consegnate ai manuali scolastici), è curiosa l’attenzione riposta da Nichols e dalle sue sceneggiatrici al tentativo di restituirne un’immagine quanto più prismatica e poliedrica possibile. Sembra in tal senso che l’intenzione di Silkwood sia quella di partire dalla vicenda reale di Karen per esplorare una più ampia riflessione sull’impossibilità di essere felici in quella che era, una volta, la Terra dell’Abbondanza. Dal rapporto tra Karen e il suo uomo Drew (un ottimo Kurt Russell, in inconsueta veste drammatica) emana un costante sapore di cenere e abbandono dove l’amore non trova mai posto per esprimersi appieno, depotenziato da una generale caduta delle aspettative. A questo giovano gli inconsueti ritmi lenti e contemplativi delle lunghe parentesi private, intervallate al passo spedito delle vicende interne alla fabbrica.

Tuttavia, il punto di fusione tra pubblico e privato non appare sempre ben calibrato. Dalla visione di Silkwood si ricava una sensazione generale di scollamento tra fabbrica e casa, dove non sempre i due poli narrativi dialogano tra loro in fertile coerenza. Restano altrettanto sgradevoli (considerata la drammaticità della vicenda) alcune note di commedia all’esordio riservate ai primi casi di contaminazione. Nichols è sagace nel raccontare il progressivo isolamento di Karen in fabbrica, dove la sua attività sindacale si trasforma a poco a poco in stigma che la separa pure dai colleghi. Niente di nuovo, sia chiaro: il film adotta percorsi narrativi decisamente collaudati nell’ordine di un robusto cinema classico dove, più della sorpresa, vige il principio della risposta alle attese del pubblico, secondo un’idea di “luogo comune funzionale”. In generale, Nichols sembra più mantenersi su una rassicurante superficie dispersiva che andare realmente a fondo nel cuore pulsante e problematico delle enormi questioni sollevate in ambito di sistema industriale, salute e spietatezza produttiva. Sembra vigere, come dicevamo, uno smussamento generale delle asperità, ben riassunto nell’ultima inquadratura, quando si congeda Karen Silkwood con un ralenti genericamente celebrativo della sua gioia di vivere e della sua spavalderia così poco conforme alle attese benpensanti riservate a una figura femminile. In quell’inquadratura finale non si respira alcuna riflessione politica, ma solo una banale celebrazione del femminile restituita secondo luoghi comuni espressivi tutto fuorché provocatori, perfettamente sintonici al sistema. La mano di Nora Ephron, probabilmente.

In tal senso, una vicenda ambientata nei primi anni Settanta assume tutti i tratti di una rilettura d’inizio anni Ottanta. A lungo le indagini interne alla fabbrica condotte da Karen passano pure in secondo piano e si avverte un ingiustificato squilibrio in favore delle sue vicende private, che quasi mai però hanno forza tale da assumere senso storico, politico, civile di per sé. Gli anni Ottanta smussano, ammorbidiscono; il cinema polemico dei Seventies batte i suoi ultimi colpi adottando vesti meno scomode. Silkwood si delinea dunque per un film piuttosto singolare proprio per questa sua strana instabilità narrativa, segnata da irrisolta dispersività e incapacità di serrare un discorso fluido e coerente. Restano (questo sì) tre belle prove d’attore. Meryl Streep, ancor giovane e brillante, è di gran lunga preferibile in queste sue prove fresche che nell’accademica musealizzazione in vita alla quale è andata incontro negli ultimi vent’anni. Cher, più o meno esordiente al cinema, è una presenza intensa e gradevole. Kurt Russell è qui alle prese con uno dei ruoli più belli della sua carriera. L’intrecciarsi dei tre in casa è la parte più calda, intensa, vibrante del film intero. Anni Ottanta, anni del privato.

Info
Il trailer di Silkwood.

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