Intervista a Danilo Monte

Intervista a Danilo Monte

Regista, direttore della fotografia e montatore, Danilo Monte muove i primi passi con Alberto Grifi, protagonista del suo primo cortometraggio Komak, sui rave party. Si fa conoscere nel 2014 con Memorie, in viaggio verso Auschwitz dove emerge la sua forte vocazione realistica e autobiografica nel trattare il difficile rapporto con il fratello. Il film vince il premio Avanti al 32° Torino Film Festival ed esce poi nelle sale italiane. Nel 2016, in co-regia con la moglie Laura D’Amore, firma Vita Nova, sul tema della fecondazione assistita, che è selezionato in concorso al 57° Festival dei Popoli. Nel mondo, in programma giovedì 30 luglio alla Festa di Cinema del Reale in Puglia, dopo l’anteprima nel concorso internazionale del Filmmaker Festival 2019, si pone come ideale seguito delle due opere precedenti, affrontando la fase della paternità. Abbiamo incontrato Danilo Monte al Filmmaker Festival.

Il tuo cinema solleva questioni di etica dello sguardo, collocandosi in una posizione estrema, ai limiti. Ne sei consapevole? Qual è il tuo punto di vista?

Danilo Monte: Non so se si tratta propriamente di etica. Io penso che la mia modalità di fare cinema rappresenti un’occasione di intraprendere percorsi umani e, con una certa dose di consapevolezza, farli diventare film. Trovo fondamentale che si parta dal percorso per arrivare al film, ed è un percorso che faccio io per primo, in cui ci metto la faccia, il corpo, il rischio. Questa modalità ha molte insidie e difficoltà, e sono proprio queste difficoltà a diventare materia visiva e narrativa interessante da condividere con il pubblico. Potrei sentirmi in difetto da altri punti di vista ma non da quello etico: sono io. Ho più difficoltà a parlare di qualcun altro, anche se è qualcosa che ho fatto e che mi piacerebbe tornare a fare, lì mi si pongono delle questioni più controverse da un punto vista etico. Se dovessi raccontare la storia di qualcun altro, probabilmente adesso che sono al terzo film “autobiografico”, starei molto più indietro, molto sull’osservazione, sulla distanza, mi sentirei più a mio agio in questa posizione. Posso invece spingermi nell’andare in profondità su mie questioni personali, non mi sentirei in diritto di farlo se le cose non riguardassero me. Il cinema in prima persona è una piccola nicchia ma trovo che soprattutto negli ultimi anni, la prospettiva personale sia molto diffusa e direi quasi imprescindibile. Trovo questa tendenza abbastanza naturale, lo dice anche la fisica, le realtà sono tante quanto gli occhi che guardano. Quindi l’obiettività non esiste, e a maggior ragione esiste un un solo punto di vista e uno solo, quello di chi sta raccontando. Questa prospettiva diventa ancora più interessante quando in un film il racconto in prima persona tratta di qualcosa che avviene mentre i protagonisti la stanno vivendo. La tendenza a raccontare in prima persona credo sia anche espressione di un periodo storico in cui tutti siamo diventati creatori di contenuti in diretta. Il che ha anche un aspetto controverso perché all’aumento delle possibilità espressive non corrisponde un aumento della qualità dei contenuti prodotti, anzi. Ma non si può prescindere dal riconoscere che adesso, nel bene e nel male, tutti possono esprimersi senza filtri né mediazioni. La differenza la fa il modo in cui ti esprimi: se il tuo intento è mettere semplicemente in vendita qualcosa oppure raccontare ed essere agente di un percorso di trasformazione. Trovo che questa seconda opportunità sia straordinaria e rappresenti un gesto politico radicale di messa in movimento personale e sociale molto potente.

Nei tuoi film si crea una sorta di imbarazzo, disagio per entrare nella vita altrui, nei tuoi rapporti familiari con tuo fratello e nella tua vita di coppia, si diventa voyeur proprio malgrado, invadendo la privacy altrui.

Danilo Monte: Me ne sono reso conto, questo è il terzo film, più il cortometraggio Il viaggio di nozze, con questa modalità, ed è una cosa su cui ho acquisito consapevolezza. Ma credo che questo senso di disagio sia un segnale positivo di qualcosa che si muove nella coscienza dello spettatore, e credo che il film faccia il suo mestiere nel creare questo disagio. I miei film spesso sono il racconto di una crisi e l’auspicio è che questa crisi venga vissuta anche dallo spettatore. L’importante per me è che stia scomodo sulla sedia mentre guarda il film perché credo che il cinema non debba essere un mezzo di evasione ma di riflessione. Dal punto di vista dello sguardo poi, il guardone guarda all’insaputa di chi è guardato, noi ti invitiamo a guardare noi, per guardare te. Poi se non lo vuoi fare… va bene lo stesso. Mi piace anche pensare che quello che si vede sullo schermo è così autentico che non può lasciarti indifferente. In qualche modo ti vedi allo specchio e potrebbe non essere piacevole, o magari non è il momento giusto, non sei predisposto, ma è una possibilità che io per primo mi sono dato e che metto a disposizione di chi guarda il film. Per me il disagio durante la visione è un regalo che faccio allo spettatore.

Come decidi che qualcosa che ti succede possa diventare un film?

Danilo Monte: La risposta è duplice. C’è da un lato un semplice fatto di ispirazione verso qualcosa che mi sta per accadere e che potenzialmente può diventare un film. Come nel caso della fecondazione assistita in Vita Nova o il viaggio di Memorie, dove c’era anche l’intenzione di affrontare queste esperienze in maniera auto-terapeutica anche grazie al percorso filmico. Da questo punto di vista, ciò che mi dà sicurezza è il fatto che individuo un avvenimento o una cornice temporale con i confini ben definiti dentro cui perdermi. Ci tengo molto all’arco narrativo “classico”…inizio, svolgimento e fine…ma all’interno di questa cornice può e deve succedere di tutto. Faccio questo anche per una questione di rispetto nei confronti dello spettatore, per dare a chi guarda dei punti di riferimento solidi che gli facciano digerire la pesantezza degli avvenimenti raccontati e una certa ricerca visiva e formale. Poi c’è un altro motivo, che fa parte della condizione produttiva in cui mi trovo. Ci sono tante persone come me, nel panorama produttivo italiano, che fanno molta fatica a fare film di un certo tipo, autoriali, non è facile. Perciò ho dovuto fare di necessità virtù, azzerare le filiere. Io mi occupo sia di riprese, di fotografia, di montaggio che di color correction, e il mio essere poliedrico per necessità è diventato un linguaggio: sono io con la mia macchina che mentre vivo filmo. Io sono dietro la camera in quel modo in cui ci sono e non ci sono, in cui a volte mi si vede e a volte no, ma ci sono tantissimo anche stando dietro la macchina, c’è il mio corpo, non c’è mai un’inquadratura oggettiva in quello che faccio. Il mio cinema è estremo ma non perché vuol essere estremo, quanto perché è il risultato di un gesto autentico, di un’esigenza produttiva, è viscerale. Quando ho visto Sussurri e grida di Bergman, mi sono chiesto come fosse possibile che si riuscissero a fare dei film così radicali, e la gente andava al cinema a vederli. Adesso i tempi sono cambiati, i film si vedono in casa sulle piattaforme digitali, e la distribuzione cinematografica deve puntare su prodotti ultrasicuri per riempire le sale. E allora l’unico modo che ho trovato per fare il cinema che volevo è stato mettere insieme la radicalità del gesto cinematografico in un contesto produttivo di fattibilità e da questo scontro è nato il mio linguaggio. È innegabile che la situazione produttiva per il cinema e non solo in Italia sia desolante ma questo limite può far nascere idee nuove, riesci a essere davvero te stesso proprio perché hai dei muri davanti. Non hai possibilità, o superi il muro o soccombi. Le cose sono legate. Il linguaggio è direttamente legato a come riesci a fare il film.

Com’è la risposta del pubblico ai vari festival cui hai partecipato?

Danilo Monte: La risposta del pubblico è sempre meravigliosa. Chi accetta il gioco e si butta dentro fa veramente un’esperienza intensa e profonda. Tutte le proiezioni sono state a loro modo bellissime, sia per il film con mio fratello, sia per quello con mia moglie Laura. Nel mondo è un po’ più difficile, dentro ci sono un pochino di più io. Quando abbiamo iniziato a fare questo film, Laura mi diceva: «In uno c’è tuo fratello, nell’altro ci sono io, adesso tocca a te. Visto che parli di tuo figlio e visto che lui non parla, vieni fuori di più tu». Certo rimane la dinamica della coppia, però io mi sento di più in campo, in senso figurato, perché comunque non mi si vede quasi mai.

La morte improvvisa, tragica, di tuo fratello, di cui fai vedere un’immagine da bambino, dà un senso complessivo al film, siamo passeggeri in questa vita, chi nasce, chi muore.

Danilo Monte: Sì, infatti per sintetizzare il film abbiamo pensato alla frase “la vita è un mistero insondabile e precario”. All’inizio del film c’è Alessandro, mio figlio, ripreso con una cinepresa in 16mm. Dà un effetto di immagine della memoria, che viene da lontano e molti pensano guardando il film che sia mio fratello da bambino, ed è giusto avere questa impressione. Io mi sono accorto, mentre Alessandro cresceva, e soprattutto quando è venuto a mancare mio fratello Tullio, di quanto si somigliassero. Anche perché mio figlio ha i capelli più chiari dei miei, così come mio fratello. E quando Tullio è mancato, un giorno, ho voluto riguardare le foto di quando eravamo bambini e la loro somiglianza ha creato dentro di me un collegamento sconvolgente. Mi ha dato, pur nella sofferenza, l’esatta percezione dei confini di cosa ha valore e cosa no, ha ridefinito la mappa dei miei sentimenti. Ha dato un altro senso alle cose, soprattutto nel periodo appena successivo alla morte di mio fratello. In quel momento, anche se stavo soffrendo moltissimo, ho guardato il mondo con occhi diversi. Non ho mai amato il resto del mondo come in quei giorni. È stata un’esperienza sconvolgente, che forse nel film non è riuscita a entrare completamente. Ci sarebbe stata tutta una parte del film in voice-off in cui faccio queste riflessioni, un mio diario, che non ho voluto mettere nel montaggio finale perché con la parola mi sembra di sminuire il discorso, il mio mezzo è quello visivo, non le parole. In sintesi, attraverso un arrivo nel mondo, quello di mio figlio, e una partenza dal mondo, quella di mio fratello, ho potuto ridefinire i confini di tutti i valori della mia vita, è stato sconvolgente. Io mi sono trovato a un certo punto, dopo sei, sette mesi che era nato mio figlio, a dirmi: «Questo film è troppo difficile, io non posso fare un film sulla mia paternità». E l’impossibilità di fare il film definiva perfettamente la difficoltà di diventare padre. In quel momento muore mio fratello e il film non ha più senso di esistere, interrompo le riprese, penso di aver sbagliato tutto, mi fermo. Faccio queste riflessioni e dopo alcuni mesi cerco di concludere in qualche modo le riprese aspettando che mio figlio cammini per avere il finale del film. Poi passa il tempo, e quando al montaggio arriviamo a tre quarti di una prima stesura, ci accorgiamo che, da quel momento in poi, il girato cambia di segno, non c’è più niente di intenso, e adesso come lo finisco? Faccio vedere al montatore le riprese che avevo fatto guardando l’album di fotografie di mio fratello e rimane sconvolto. Si vede che è un momento diverso, è un po’ messo in scena, non è successo spontaneamente. Ho chiesto a mia madre di farmi trovare l’album sul letto, accanto all’urna di mio fratello, e lei l’ha fatto. Ho chiesto di essere lasciato solo per un po’ per far venire a galla delicatamente ciò che la visione delle foto mi suscitava. È successo questo, e allora insieme al montatore abbiamo deciso che quella frattura che era accaduta nella vita dovesse entrare come una cesura anche nel film. Questo sentimento verso mio fratello è entrato spontaneamente nel film e lo spettatore rifà quel percorso con me. Mi gratifica il fatto che il processo umano entri in quel rettangolo luminoso che è poi una messa in forma di qualcosa che è successo davvero. Un’esperienza che diventa linguaggio cinematografico fatto di inquadrature, tempi e tagli. Comunque subisce poi una manipolazione e bisogna stare molto attenti a restituire lo spirito di ciò che è avvenuto davvero. Un’altra delle mie preoccupazioni è stata il fatto che nel film si sente che io e mio figlio siamo dei corpi estranei che provano a conoscersi, tanto che io verso metà film lo rifiuto. «Tu sei quella cosa che mi ha tolto la libertà». Si dice che la madre mette al mondo il figlio perché viene dal suo corpo, e perché lo accoglie al mondo, mentre il padre lo porta “nel mondo”. Per questo il titolo del film, perché è il racconto di come io entro in connessione con mio figlio. Per me ci è voluto un anno. La mia preoccupazione veniva anche dal fatto che era troppo simbolica questa connessione. In una versione non definitiva, il film finiva con l’inquadratura di Alessandro nel passeggino rivolto verso l’orizzonte. Per me quell’inquadratura racconta la connessione tra me e lui, molto simbolica. Poi ho fatto un workshop di Filmmaker in cui ai registi selezionati davano una bobina in 16mm, allora ho girato un’ultima scena, come una scena dopo i titoli di coda, quello che avviene dopo, un anno dopo. Ma, venendo dal digitale, non mi sono accontentato di girare in pellicola, perciò la mia scarsa conoscenza della pellicola mi ha spinto a portarmi dietro la camera digitale, per sicurezza. E lì è arrivato il regalo del cielo, come ogni volta è successo nel mio lavoro. In Memorie, in viaggio verso Auschwitz il primo piano-sequenza, in Vita Nova quando Laura canta il mantra. In quel momento, quindi, riprendo mio figlio con cui ormai c’è un dialogo, visto che ha due anni e mezzo, parla molto più di prima: lui va sul monopattino, quindi simbolicamente va verso questo orizzonte che è la sua vita, prende in mano la sua vita. Mentre gli dico: «Vai, vai», lui dice: «No, faccio io», va dietro la macchina e diventa il regista del film. Il collegamento si è creato, siamo padre e figlio, ma da adesso è come se dicesse: «Spegni questa cosa che alla mia vita ci penso io». È un frammento che ho aggiunto proprio alla fine. La cosa che mi ha stupito è che lui vuole andare dietro la camera, poi c’è la mamma che gli tiene la videocamera perché lui non avrebbe la forza di reggerla, e poi nel momento in cui fa l’inquadratura, e vede che io ho il suo monopattino, dice: «No, no è mio, è mio» e torna a giocare. Lì si vede molto di più – ed è l’inquadratura che mancava – che adesso io sono innamorato follemente di mio figlio. E più riguardo nel film quello che succedeva prima, quando – diciamo – la connessione tra me e lui ancora non c’era, più mi rendo conto di quanto siamo uniti ora. Adesso io quella parte di vita me la sono dimenticata, ma c’è il film che me la ricorda. E, come la ricorda a me, la ricorda a tutti i padri, a tutti i padri futuri e anche a chi non lo sarà mai. Per questo lo trovo ancora più autentico e universale perché è una storia molto personale, ma che potenzialmente riguarda tutti.

Info
La scheda del film sul sito del Filmmaker Festival.
La scheda del film sul sito della Festa di Cinema del Reale.

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