Il re di Staten Island

Il re di Staten Island

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Judd Apatow torna alla regia con Il re di Staten Island, romanzo di formazione con protagonista Pete Davidson, giovane commediante che porta in scena anche molti dettagli della sua vita privata. Il risultato è una commedia forse più gracile del solito, o troppo pesante per le spalle del suo attore, ma in grado di svelare una volta di più la disarmante dolcezza del cinema di Apatow.

Nel nome del padre

Scott Carlin ha pulsioni suicide, fa largo uso di marijuana, non ha un lavoro e frequenta amici altrettanto poco integrati. Ha una relazione per lo più sessuale con l’amica Kelsey ma preferisce rimanga segreta. Soprattutto vive ancora in casa con la madre nonostante sia un giovane americano bianco di ventiquattro anni. Quando sua sorella parte per il college, la madre inizia a guardare al di fuori del nucleo famigliare e trova presto una relazione che mette in crisi Scott, costringendolo a prendersi finalmente qualche responsabilità. [sinossi]

Il re di Staten Island è Pete Davidson, giovane commediante statunitense che in qualche modo incarna con il suo stesso esistere gli Stati Uniti confusi e depressi di oggi: quando non aveva ancora compiuto otto anni suo padre, un vigile del fuoco, perì all’interno delle Torri Gemelle, nel settembre del 2001. Davidson è il simbolo, suo malgrado, di una nazione che ha perso le proprie certezze e si è svelata fragile laddove si raccontava all’apice della propria potenza. Le squallide e in buona parte fallimentari prove di forza nel Medio Oriente e quindi in Libia, perpetrate tanto dai Repubblicani quanto dai Democratici, non hanno sortito effetti nella rappresentazione di un popolo colpito al cuore diciannove anni fa e quindi ulteriormente massacrato dalle crisi economiche, e ora anche dalla pandemia. Il re di Staten Island non è dunque solo il racconto della presa di coscienza di un ragazzo problematico, ma anche metaforicamente l’elaborazione collettiva del lutto portato per ben due decenni. Anche nella finzione scenica il padre del protagonista Scott è un pompiere morto nell’adempimento del dovere, ma nulla che abbia a che vedere con l’attentato terroristico dell’11 settembre; e se il ragazzo è abituato a scherzare con gli amici di sempre sulla perdita del genitore (“Toc toc”; “Chi è?”; “Sicuramente non tuo padre” è lo scambio di battute che allestisce nel seminterrato/covo mentre in televisione scorrono le immagini de La notte del giudizio, apocalisse narrata ma non interiorizzata) quell’assenza è nei fatti incolmabile, zavorra silenziosa – visto che l’argomento nella sua complessità è tabù – che rende tutto sfocato, annebbiato, privo di significato. Scott si stordisce, tra erba e xanax, ma d’altro canto è anche un modo per tenere a bada i dolori che porta con sé il morbo di Crohn, malattia di cui è vittima una volta di più anche l’attore. Ecco che di nuovo la realtà offre alla finzione gli strumenti per raccontare, e per rendere “vera” la narrazione.

La volontà di utilizzare in fase di sceneggiatura la reale biografia di Davidson (che ha partecipato alla fase di scrittura) per costruire il personaggio principale non è di certo nuova nello schema autoriale di Judd Apatow, senza dubbio la figura centrale per comprendere lo sviluppo della commedia nella Hollywood dell’ultimo ventennio: fautore di un cinema che abbia le capacità di assumere le forme dei suoi protagonisti, Apatow si è spesso spinto al confine tra biografia e invenzione, cercando di allestire una factory propria, una zona protetta all’interno della quale gli fosse possibile muoversi in quasi totale libertà, eludendo anche alcune delle regole ferree del genere. Tra questi diktat non rispettati spicca la scelta di creare narrazioni fluviali rispetto alla media: anche Il re di Staten Island, come i suoi predecessori, supera a pie’ pari le due ore di durata, una scelta di ipertrofia narrativa da un lato indubbiamente affascinante. Ad Apatow piace perdersi in rivoli laterali, assecondare la propria passione per l’aneddoto, dirazzare in continuazione rispetto al tracciato principale. Il problema, se tale può essere definito, di questo nuovo film (il sesto da regista in quindici anni per Apatow) è che Pete Davidson, pur perfetto per emaciata espressione a rendere i rodimenti di Scott, non sembra in grado di reggere fino in fondo una struttura forse troppo ambiziosa per un’opera in fin dei conti esile.

Perché Il re di Staten Island in fin dei conti è solo il racconto di un ventenne che deve imparare a maturare, fare il suo ingresso nell’età adulta e accettare infine la morte prematura del padre. Nulla più di questo. Apatow ha poi buon gioco a creare i presupposti per un’analisi più approfondita, e in grado di scavare a trecentosessanta gradi: si prenda ad esempio la digressione sulla futura gentrificazione di Staten Island, e di rimando sulla perdita di identità di New York progressivamente sviluppatasi proprio dopo l’attentato terroristico del 2001; e si continui con la rappresentazione di una società meticcia che non sa però accettare davvero la propria promiscuità, e che ancora si perde dietro regole mentali vetuste. Apatow, che porta una volta in più in scena anche la figlia maggiore Maude (già vista all’opera in tre precedenti regie del padre, Molto incinta, Funny People e Questi sono i 40), non è un cineasta banale, né si accontenta di raccontare solo una storia. Eppure in questa sua nuova sortita dietro la macchina da presa, che in Italia esce in sala nonostante sia disponibile anche nella versione digitale – il consiglio è ovviamente quello di goderne sul grande schermo, lasciando da parte le lusinghe del divano di casa –, l’insieme sembra meno coeso del solito, forse troppo caricato sulle spalle gracili del suo protagonista. In ogni caso, al di là di qualche debolezza strutturale, ad Apatow basta un’inquadratura per svelare l’intrico sentimentale che si agita sottopelle (e il finale è come al solito di una dolcezza disarmante): un privilegio su cui possono fare affidamento in pochi.

Info
Il re di Staten Island, il trailer.

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