Intervista a Kiyé Simon Luang

Intervista a Kiyé Simon Luang

Nato nel Laos nel 1966, Kiyé Simon Luang si è trasferito in Francia all’età di 10 anni. Durante la sua carriera cinematografica avrà modo di tornare alle sue origini. Il suo documentario Journal du retour (2004) racconta proprio di uno dei suoi primi viaggi verso la sua terra natale. Con il corto L’île éphémère (2005), presentato al Cinéma du réel e a IndieLisboa, racconta della vita sulle isole che affiorano d’inverno sul fiume Mekong. Ici Finit l’exil (2009) narra della sua ricerca dei compagni di viaggio con i quali lasciò il paese natale. Tuk Tuk (2012) è un mediometraggio di finzione incentrato sul ritorno nel Laos di un esiliato in Francia. Con Goodbye Mister Wong realizza il suo primo lungometraggio di finzione che viene presentato nel concorso internazionale del 31° FID Marseille. Nel marzo del 2011 Kiyé Simon Luang viene eletto presidente dell’associazione Film flamme, un collettivo di cineasti che si propone di supportare il cinema d’autore indipendente in tutti i modi, formazione attraverso una scuola non allineata, produzione, post-produzione, distribuzione francese e internazionale, uscita in dvd. Tra i numerosi progetti supportati da Film flamme, alcuni sono italiani, come ci dice con orgoglio Kiyé Simon. Film flamme ha sede presso il Polygone étoilé, uno spazio nel quartiere della Joliette di Marsiglia, un luogo che trasuda di passione cinefila, con una sala di proiezione, dotata anche di proiettori in 16 e 35mm, salette di montaggio e uno spazio sociale molto ampio per eventi culturali vari e incontri conviviali e gastronomici. La sala si definisce quale un cinema “internazionale di quartiere” che promuove iniziative sul territorio e che ha proseguito la programmazione, con proiezioni gratuite, anche negli anni difficili in cui la zona è stata oggetto di duri scontri sociali. Abbiamo incontrato Kiyé Simon Luang al Polygone étoilé durante le giornate del 31° FID Marseille.

Puoi parlarmi dell’ambientazione di Goodbye Mister Wong in questo paesaggio lacustre del Laos? Dove si trova e perché l’hai scelta?

Kiyé Simon Luang: Si trova a due ore dalla capitale Vientiane andando verso nord. L’ho scelta perché il paesaggio è meraviglioso ma anche perché si tratta di un lago artificiale, fatto per la realizzazione di una diga che fu costruita dai francesi. Si è trattato dell’inizio di un grande progetto di sviluppo, per la produzione di energia elettrica. Era la prima diga. Ora c’è qualcosa come trenta-quaranta dighe realizzate e altre quaranta sono in costruzione e ulteriori trenta sono in progetto. Si tratta di un grande business nel Laos. Questa diga nel mio film è stata la prima. Su questo ho prima immaginato una storia, inventando questo ricco uomo d’affari cinese. Si tratta di un argomento politicamente molto delicato. Ho ottenuto l’autorizzazione dal dipartimento di cinema del Laos, che che è un organo di censura.

È stato difficile ottenere l’autorizzazione?

Kiyé Simon Luang: Non difficile, perché ho preventivamente adattato il mio script alle condizioni della censura. La difficoltà consisteva nell’essere accettati tanto dalla commissione di censura tanto dal governo laotiano il che sembrava una missione impossibile.

Gli stranieri del film sono l’imprenditore cinese e i due francesi, rappresentativi di un nuovo e un vecchio colonialismo. Li hai scelti per questo motivo?

Kiyé Simon Luang: Certo, hai usato le parole giuste per questo concetto. Ci sono delle differenze tra quello che fecero i francesi durante il colonialismo storico e quello che sta facendo il governo cinese da ormai 35 anni, dalla rivoluzione comunista e dalla proclamazione della Repubblica Popolare Democratica del Laos. Quando i comunisti presero il potere, il paese si avvicinò molto alla Cina, le porte erano aperte per la Cina. La differenza tra cinesi e francesi è che i primi pagano con denaro contante, mentre i francesi nell’epoca dell’Indocina non pagavano nulla. Del resto è la stessa storia dei paesi colonialisti. La differenza è quindi questa: la Cina ha un sacco di soldi, e di potere.

Uno dei personaggi, la ragazza che il signor Wong corteggia, si chiama proprio France. Si tratta di un nome metaforico?

Kiyé Simon Luang: Sì, è un personaggio che mi è vicino ed è molto comune. Suo padre era un francese e la madre una laotiana, un meticciato molto diffuso. Lei ha questa doppia cultura e forse è questo che rende possibile il suo rifiuto alla proposta di matrimonio del ricco cinese. Lei ha un carattere forte. Devo dire che nella stessa situazione una povera donna laotiana cederebbe.

Ci sono dei fatti reali che ti hanno ispirato per la storia?

Kiyé Simon Luang: Sì. Ma per essere accettati dal governo laotiano, ho dovuto fare dei cambiamenti; o, meglio, non proprio dei cambiamenti, ma ho dovuto mettere l’accento sulla storia d’amore. E ho dovuto rendere il personaggio cinese come un uomo buono, sentimentale, sincero. Ma non si trattava solo di evitare la censura quanto di creare una connessione con i sentimenti della cultura laotiana. I laotiani amano le love story, i film romantici e, in effetti, il mio film finisce con un matrimonio ed è come un regalo al pubblico laotiano.

È un elemento tradizionale, quasi folkloristico, molto colorato.

Kiyé Simon Luang: Quando l’uomo parla durante la cerimonia, dicendo cose in accordo con le disposizioni governative, non c’è il sottotitolo, non l’ho proprio scritto. Ho realizzato un matrimonio che non è esattamente in linea con quelli laotiani che normalmente si svolgono in capannoni. La casa del matrimonio nel mio film è una casa simbolica. Per entrare in una dimensione di poesia. Ho dovuto persuadere le autorità per questa scena. Il set era sorvegliato e l’agente preposto, una volta visti l’istallazione e le decorazioni, non voleva autorizzare inizialmente la scena. Sosteneva non fosse un matrimonio laotiano e che fossi influenzato da quelli francesi. Ma gli risposi che nemmeno in Francia sono così i matrimoni e che nelle mie intenzioni quella scena dovesse essere come un poema.

Tutto il film può funzionare come un poema anche per questa staticità delle riprese che ci portano in un terreno della contemplazione.

Kiyé Simon Luang: Sono solito dire che faccio degli action movie, così concepisco il mio cinema. E questo perché faccio sì che gli attori siano sempre in movimento. Odio il campo controcampo. Sono consapevole che per il montaggio bisogna avere diverse angolazioni. Io preferisco che i miei personaggi siano sempre in movimento dentro l’inquadratura in ogni caso. Questo è il mio modo di dirigere gli attori. Non presto molta attenzione all’intonazione, alla recitazione Quello è il lavoro dell’attore, come pronunciare i dialoghi, come mettere le pause. Non è affare mio. Il mio lavoro è quello, mentre sto girando, di trovare tutti i movimenti. Può sembrare statico ma non è così.

Il tuo film mi ha fatto pensare a tanto cinema asiatico, per esempio ad Apichatpong Weerasethakul.

Kiyé Simon Luang: Lui è più sperimentale. Il mio modo di essere sperimentale è diverso. Io faccio cinema sperimentale ma con un vocabolario classico. Qualche volta non esito a essere più classico, o più primitivo. È possibile anche una maggiore complessità, ma bisogna dare delle tregue allo spettatore. Mi è molto caro lo spettatore. Se ho dieci minuti molto intensi in termini di cinema sperimentale, allora metto un momento di commedia.

Ci sono alcuni inserti nel film di materiale d’archivio. Cosa rappresentano?

Kiyé Simon Luang: Si tratta di filmati d’archivio che rappresentano il corso del fiume prima della diga.

Puoi parlarmi delle attività della Film flamme?

Kiyé Simon Luang: Questo è il posto dell’associazione Film flamme, un collettivo di cineasti che si propone di aiutare il cinema indipendente. Alcuni di noi sono italiani e abbiamo anche supportato progetti italiani come da tante altre nazioni. La mia storia di filmmaker comincia qui, in un posto che è dedicato alla pellicola. Qui abbiamo ancora le cineprese in 16mm, con cui ci siamo formati, e anche le sale di montaggio. Siamo aiutati finanziariamente dalla regione Provenza-Alpi-Costa Azzurra. La regione aveva contribuito già ai miei primi due film prodotti dalla Shellac, Ici Finit l’exil e Tuk Tuk.

Goodbye Mister Wong rappresenta dunque l’esordio al lungometraggio di fiction. Quali difficoltà hai riscontrato?

Kiyé Simon Luang: Il mio precedente film, Tuk Tuk, dura 52 minuti ma ne esiste anche una versione di 90, non ufficiale comunque. Quella ufficiale è stata trasmessa da ARTE. Quando fai un lungometraggio, devi scrivere tutto quello che vuoi fare. Ma quando sei in fase di ripresa, ti rendi conto che è impossibile realizzare tutto quello che avevi previsto e ciò non per insufficienza di soldi ma solo perché la location è cambiata nel frattempo, o le decorazioni sono scomparse. Devi improvvisare in continuazione. Per questo mi è piaciuto molto fare questa esperienza.

Info
Il sito di Film flamme / Polygone étoilé

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