Howard e il destino del mondo

Howard e il destino del mondo

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Howard e il destino del mondo segna l’ingresso (tutt’altro che trionfale) della Marvel a Hollywood, si propone come primo colossale flop della carriera produttiva di George Lucas e mette fine alla filmografia da regista di Willard Huyck. Un film sempre in bilico tra una sulfurea satira della società e la volontà di allietare intere famiglie con bambini: in questa discrasia è comunque possibile rintracciare il senso di un discorso sull’immaginario degli anni Ottanta.

Le grandi avventure di Orestolo

Howard è un papero che vive tranquillo in una Paperopoli sperduta nel cosmo, finché una forza misteriosa lo catapulta a Cleveland, nell’Ohio. L’accoglienza degli umani lascia a desiderare, anzi c’è addirittura un gruppo di giovani punk che lo tormenta fino a terrorizzarlo. Ma per fortuna c’è Beverly, una graziosa cantante rock, che lo tira fuori dai guai e diventa sua compagna di avventure nel tentativo di ritrovare la via di casa. [sinossi]

Tra tutti i grandi insuccessi della storia del cinema hollywoodiano Howard e il destino del mondo merita un approfondimento a parte. In un’epoca in cui quella che un tempo era la Mecca del Cinema sembra essersi completamente svenduta a un immaginario unilaterale, dominato dal logo della Marvel e dalla resurrezione in digitale di tutti i supereroi possibili e immaginabili fa sorridere pensare che l’avventura in celluloide de “La Casa delle Idee” abbia avuto come battesimo la maschera di un papero mossa da un nugolo di nani e una produzione faraonica allestita da colui che aveva riportato in auge dapprima la fantascienza con Star Wars e quindi l’avventura tout-court con Indiana Jones. Costato oltre trenta milioni di dollari – un’enormità per l’epoca – Howard e il destino del mondo era la prima occasione per il pubblico di imbattersi sul grande schermo in un personaggio creato dalla Marvel Comics: mentre in televisione imperversava con buon successo Hulk – fallimentari erano stati i tentativi di serializzare l’Uomo Ragno –, il cinema preferiva affidarsi a un papero in tutto e per tutto simile a piccolo borghese umano che si ritrova suo malgrado sulla Terra e fa amicizia con la cantante di una band new wave. Nulla di così superomistico, a ben vedere. In effetti Howard il Papero, che la Corno Editrice italianizzò in un primo momento in Orestolo e tanto fece infuriare la Disney (dopotutto la presa in giro di Donald Duck è oltremodo evidente), possedeva un potenziale enorme: era un racconto che sulla carta univa la fantascienza al fantastico, ambientato però sulla Terra – evitando dunque i viaggi interstellari – e intriso di un humour crudele, dissacrante, pensato a uso e consumo di un pubblico adulto. Nelle sue avventure disegnate Howard è volgare, pieno di doppi sensi, persino sgradevole: non è un eroe (per quanto tutti siano convinti del contrario) e la sua altezza di appena sessanta centimetri lo rende ancor più bizzarro. Nato sull’onda lunga del fumetto underground che antropomorfizzava gli animali per svelare l’ipocrisia della società umana (Robert Crumb con Fritz il Gatto resta un punto di svolta fondamentale in tal senso), Howard il Papero era la parodia irriverente dei supereroi, ne sminava all’interno il senso intimo, l’inutile vanagloria. In quest’ottica sarebbe augurabile un nuovo film dedicato al personaggio, anche se è facile immaginare come sarebbe ridimensionato, rabbonito, ricondotto sul viale del tramonto stellare come fatto – in parte – con i Guardiani della Galassia.

In realtà questo Papero che nel suo pianeta vive una vita da pubblicitario, legge le riviste erotiche e conduce un’esistenza placidamente borghese, è sempre stato un oggetto difficile da maneggiare, e lo testimonia proprio Howard e il destino del mondo. Willard Huyck, che scrive come sempre la sceneggiatura con la sodale compagna Gloria Katz (in coppia i due erano già stati i responsabili di American Graffiti e Indiana Jones e il tempio maledetto, oltre ad aver rimesso mano allo script iniziale di Guerre stellari), si trova a dover controllare un personaggio che dovrebbe avere mille sfaccettature, più prossime alla furbizia che alla bontà d’animo, e invece nel pupazzo studiato per le riprese si trasforma in un personaggio quasi completamente inespressivo: una parte consistente del potenziale del fumetto viene così dissolta nel nulla. Con un film dal costo milionario che non può permettersi di muoversi in un mercato di nicchia le bassezze morali del protagonista vengono smussate, e così viene meno anche la parodia ghignante dell’universo fumettistico – che un pubblico cinematografico all’epoca avrebbe anche faticato a comprendere in profondità. Cosa resta? Un papero d’altezza variabile (a seconda dell’attore che è inguainato nel costume) che va in giro per l’America del suo tempo a far innamorare di sé le ragazze e a provocare reazioni inusitate nella popolazione. Un po’ poco, a ben vedere. In un progetto destinato in ogni caso a lasciare una scia di insoddisfazione ovunque e in qualsiasi fascia di spettatori, Huyck e Katz hanno un’intuizione che dimostra l’eccellente conoscenza del tempo comico, e del ritmo della narrazione. Dopo un incipit folgorante, satira dell’occidente capitalista formulata ricorrendo a un doppio speculare interamente abitato da paperi (New Stork City sul pianeta Duckworld), Howard e il destino del mondo arranca sulla Terra, come l’albatro di baudelairiana memoria; le situazioni appaiono ripetitive, non c’è alcuna logica nella reazione che ogni singolo personaggio sviluppa vedendo un papero in tutto e per tutto umano nei comportamenti, e non si capisce quale direzione voglia prendere il film.

Consapevoli in ogni caso di aver abbandonato la strada maestra indicata dai fumetti, i due sceneggiatori pigiano allora il pedale sull’acceleratore, facendo deflagrare in tutto e per tutto una storia che mette in scena mostri spaziali, l’atomica, noie e paranoie dell’America reaganiana, a una velocità folle. Visto che la dialettica, con un papero che fa dell’immobilismo del volto la sua peculiarità principale – ne Il ritorno dello jedi gli Ewok non avevano diritto alla parola, se non ridotta a un miscuglio di versi incomprensibili –, non riesce a reggere le inquadrature, Huyck punta tutto su una lunga sequela di rovinosi eventi, spingendosi in direzione di uno slapstick avventuroso, in un certo senso rinverdendo i fasti della seconda avventura di Indiana Jones. Anche qui è tutto un rincorrersi, nascondersi, volare per cercare di impedire che i mostri che hanno posseduto il geniale scienziato Jenning (un Jeffrey Jones sempre a suo agio nei panni del cattivo da operetta: nello stesso anno vestirà i panni del preside Rooney in Una pazza giornata di vacanza di John Hughes) possano dominare il mondo. L’immateriale prende il controllo della situazione, l’immagine in movimento in quanto tale è l’unico elemento realmente portante della struttura, e nonostante tutte le critiche che gli vennero versate addosso all’epoca l’ultima parte di Howard e il destino del mondo risolleva le sorti di una pellicola che non aveva più patria o soluzione di alcun tipo. È un peccato che il film abbia segnato la fine della carriera da cineasta di Huyck, già autore di Baci da Parigi e La miglior difesa è… la fuga, ma questo flop avrebbe dovuto evidenziare una verità inoppugnabile: non si può edulcorare un’opera che basa gran parte del suo senso sulla presa in giro dell’edulcorazione. Huyck e Katz parvero comprenderlo, nonostante i diktat produttivi (e infatti George Lucas disconobbe l’opera). Oggi che la Marvel e la Disney hanno il potere assoluto su Hollywood, e l’immaginario statunitense si è clamorosamente impoverito, rattrappito su logiche retrive, un eventuale remake di Howard e il destino del mondo rischierebbe di fallire doppiamente. Perché l’irriverenza non è più di questo mondo. Chissà come se la passano su Duckworld.

Info
Il trailer di Howard e il destino del mondo.

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