Scream 2

Scream 2

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A un anno dal successo planetario di Scream ecco arrivare Scream 2, sempre scritto da Kevin Williamson e diretto da Wes Craven: il livello teorico del primo capitolo viene ripreso e forse persino estremizzato, al punto da far perdere quasi completamente l’interesse specifico verso lo svolgersi della trama e l’individuazione dell’assassino (o degli assassini).

Si muore una volta sola?

Sono passati dodici mesi dai tragici fatti di Woodsboro che hanno visto per protagonista la giovane Sidney Prescott, sopravvissuta per miracolo al delirio omicida di due suoi compagni di liceo. Sidney è ora all’università, mentre la giornalista Gale Weathers ha sfruttato il fatto di essere stata testimone oculare degli eventi per scrivere un best-seller, che è stato anche trasformato in un film horror dal titolo Stab. Il film esce in sala, e durante una proiezione due giovani colleghi d’università di Sidney vengono sbudellati da un pazzo. L’orrore ricomincia. [sinossi]
Più sangue, più horror.
Una carneficina piace al pubblico.
Randy, da un dialogo del film

Scream 2 non inizia là dove era finito Scream meno di un anno prima, ma ricomincia dall’inizio. L’unica soluzione possibile in una Hollywood (ma il discorso lo si può allargare all’intera società) che fa del riciclo il suo unico dogma incrollabile: lo aveva teorizzato tra gli altri Guy Debord dapprima ne La società dello spettacolo e quindi in In girum imus nocte et consumimur igni, ma alla Mecca del Cinema nessuno aveva accolto la riflessione, se non in operazione intellettuali, avanguardiste, distanti da qualsiasi contatto concreto con il popolare. Wes Craven, e con lui Kevin Williamson – ma anche il compositore Marco Beltrami, a comporre un triangolo scaleno tra occhio, penna e pentagramma –, non ha solo giocato con il genere, come potrebbe apparire a uno sguardo superficiale. Riappropriandosi dello slasher movie, cristallizzandone le regole, Craven ha creato un canone che è inevitabilmente costretto sempre a ripartire da sé, dalla propria struttura, per occupare orizzonti di senso al di fuori da sé. Era così già nel primo capitolo, che rimescolava il concetto di visione moltiplicando non solo le possibilità dell’assassino di entrare in scena, ma perfino il tempo concessogli per farlo – si ripensi all’eccellente intuizioni della differita nella trasmissione di quel che accade durante la festa nella casa di Stu, per esempio. Un anno dopo, con il clamoroso successo di pubblico e critica (poche pellicole horror possono vantare l’entusiasmo che accolse il racconto dei tragici fatti di Woodsboro), s’illumina lo schermo e si torna una volta di più nella casa di Casey Baker, a giocare al gatto col topo attraverso i film dell’orrore più famosi. Ma, come sa chiunque abbia già visto Scream, Casey Baker è morta, e quello a cui si sta assistendo non è altro che il rifacimento dell’accaduto. È cinema, è Stab – questo il titolo del film nel film, della saga nella saga –, e dunque la giovane e sfortunata Casey non è in cucina a far scoppiettare pop corn, ma nuda in bagno, pronta a entrare nella doccia. Un po’ perché il cinema (quello scopertamente falso) non sa rinunciare alla tentazione di “rifare” Psycho, e un po’ perché se “il vero è un momento del falso” (e siamo sempre in territori debordiani) tanto vale sottolinearlo da subito.

Inizia in un cinema la mattanza di Scream 2. Inizia in un momento collettivo, in una sorta di aura sacrale: gli spettatori di Stab sono tutti vestiti con la maschera di Ghostface, come partecipassero a un rito d’iniziazione, o sacrificale. Entrambe le possibilità esistono, si può essere iniziati – come fu per Sidney o Randy o Linus – o sacrificati, come accade a Maureen Evans e Phil Stevens, i primi due a essere falcidiati in questa seconda avventura dai ferali colpi inferti dal coltellaccio di colui (o coloro) che si nasconde dietro la maschera che occhieggia a Munch. Tutti sono sacrificabili, e tutti sono sospettabili: questo schema, che è uno degli aspetti fondativi della saga, è ancora più estremizzato rispetto al capostipite, con risultati duplici sotto il profilo strettamente spettatoriale. Se da un lato il gioco cinefilo è ulteriormente riverberato dal fatto che persino i personaggi hanno in qualche modo “visto” il primo film, dall’altro va detto che i personaggi perdono qualsiasi profondità. Non i personaggi già conosciuti, e che ribadiscono le funzioni svolte in Scream (la sfortunata ma coraggiosa Sidney, su cui si abbatte la sete d’omicidio di tutti gli squilibrati d’America; Linus, forse non particolarmente intelligente ma buono e onesto poliziotto di Woodsboro; Gale, giornalista televisiva senza dubbio arrivista ma non per questo meno brillante; Randy, appassionato a tal punto di cinema horror da aver scritto una serie di regole che travalicano lo schermo per entrare nella vita di tutti i giorni), ma coloro che devono rimpiazzare nel racconto tutti i morti del primo capitolo. I nuovi personaggi in scena non fanno altro, fin dalla loro apparizione, che replicare un copione su cui si può improvvisare solo in piccola parte, come fossero tutti degli zanni della commedia dell’arte. Questa scelta, che una volta di più svela il côté teorico della creatura partorita da Williamson e Craven, poco si sposa con l’interesse precipuo di chi si accosta a un thriller orrorifico, vale a dire cercare di svelare l’arcano per scoprire chi si cela dietro la maschera. Se è vero che tutti i personaggi in scena sono sospettabili, a partire dai sopravvissuti dell’anno prima, è altrettanto vero che i ruoli introdotti da Scream 2 appaiono completamente privi di un passato, o di psicologia. Una scelta netta, ma che di fatto impedisce di provare reale empatia, e ancor più di interessarsi davvero allo svolgimento dell’intreccio.

Resta la mattanza, che Wes Craven mette in scena con la consueta precisione, e con un gusto ludico che non può che essere apprezzato all’interno di un genere che spesso sfocia in una seriosità priva di senso o contenuto. Consapevole di essere parte integrante di una catena di montaggio tutt’altro che raffinata Craven si immerge nella continua replica di uno schema fisso, che potrebbe essere in realtà senza fine, visto che è sufficiente sostituire i cadaveri con persone vive per ripartire da capo. Con un altro assassino ma le stesse modalità. Quella di Scream è l’ultima grande saga horror del cinema statunitense, e l’unica ad aver avuto il coraggio di comprendere il valore dell’icona, superiore persino alla logica, al senso, all’intrattenimento e alle sue regole: la società dello spettacolo non può che rendere spettacolo ogni singola esperienza umana, anche la morte brutale per omicidio. La serialità è nel gesto produttivo prima ancora che nella coltellata del maniaco. Una riflessione che verrà ribadita in Scream 3 (con la superba sequenza dell’inseguimento nella casa di Sidney ricreata sul set di Stab 3) e quindi in Scream 4, che al momento chiude la saga e purtroppo anche l’esperienza umana di Craven.

Info
Il trailer di Scream 2.

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