The Blues Brothers

The Blues Brothers

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The Blues Brothers è l’apocalisse del cinema musicale, il sogno – avverato – di poter fondere la follia rutilante e incessante di Hellzapoppin’ con la cultura afrodiscendente, il ritmo del rhythm and blues con gli sketch del Saturday Night Live. Reso immortale dalla coppia composta da John Belushi e Dan Aykroyd, The Blues Brothers è un fiume in piena, Hollywood distrutta in scena pezzo per pezzo, come la Bluesmobile, Dodge della polizia su cui si muovono i fratelli Jake ed Elwood Blues. La summa del cinema di John Landis ha compiuto quarant’anni, ma non li dimostra.

In missione per conto di Dio

Chicago, 1980. Jake Blues, da tutti chiamato ‘Joliet’, esce di prigione in regime di semi-libertà dopo aver scontato tre anni per rapina. Ad attenderlo all’uscita del carcere c’è suo fratello Elwood, a bordo di una Dodge Monaco del 1974 acquistata a un’asta di auto usate della polizia locale. I due vanno a trovare Mary Stigmata, la suora che gestisce l’orfanotrofio in cui sono cresciuti: quest’ultima gli confida che se non troveranno al più presto 5000 dollari saranno costretti a chiudere. Il problema è che la suora pretende che il denaro sia raccolto onestamente. L’illuminazione giunge a Jake mentre i due assistono a una messa in una chiesa battista: i fratelli Blues dovranno rimettere in piedi la loro band di rythm and blues, The Blues Brothers, e organizzare un grande concerto evento. Sulle loro tracce ben presto però ci sarà sia la polizia che una congrega di nazisti dell’Illinois, e anche la fidanzata di Jake, mollata sull’altare e desiderosa di vendetta… [sinossi]
Jake: Ma scherziamo?!? Cinquemila dollari?
Glieli portiamo domattina! Andiamo, Elwood.
Mary Stigmata: No! No! Io non li accetterò mai i vostri sporchi soldi rubati.
Jake: Va bene, e allora sono cavoli tuoi.
Mary Stigmata: Scusa figliolo, che cosa hai detto?
Jake: Le ho offerto il mio aiuto.
Lei ha rifiutato di accettare i nostri soldi.
E io ho detto: “E allora sono cavoli tuoi, sorella”.
Elwood: E Cristo, sta’ attento a come parli!
Da un dialogo di The Blues Brothers.
Io li odio i nazisti dell’Illinois.
Da un dialogo di The Blues Brothers
Mrs. Murphy: Desiderate ragazzi?
Elwood: Avete del pane bianco?
Mrs. Murphy: Si.
Elwood: Io prendo il pane bianco tostato, per favore.
Mrs. Murphy: Ci vuoi burro e marmellata sopra al toast tesoro?
Elwood: No signora, liscio.
Jake: Avete del pollo fritto?
Mrs. Murphy: Il pollo fritto più buono dell’Illinois.
Jake: Mi porti quattro polli fritti e una Coca.
Mrs. Murphy: Petti di pollo o cosce di pollo?
Jake: Quattro polli fritti e una Coca.
Elwood: E del pane bianco tostato, liscio.
Mrs. Murphy: Ci vuoi qualcosa da bere col pane?
Elwood: No signora.
Jake: Una Coca.
Mrs. Murphy: Arriva subito. [si sposta in cucina] Ah, Matt. Di là ci sono due tizi vestiti da impresari delle pompe funebri.
Matt “Guitar” Murphy: Da che cosa?
Mrs. Murphy: Devono essere sbirri della CIA o roba del genere.
Matt “Guitar” Murphy: Che cos’hanno ordinato?
Mrs. Murphy: Quello alto vuole… pane bianco tostato liscio con niente sopra.
Matt “Guitar” Murphy: Elwood.
Mrs. Murphy: E quell’altro ha ordinato la bellezza di quattro polli fritti, figurati, e una coca.
Matt “Guitar” Murphy: E Jake, Cristo, i Blues Brothers!
Dal film.

Per Renzo Novatore, anarchico ligure e membro della banda di Sante Pollastri, ucciso poco più che trentenne dalla polizia fascista nel novembre del 1922, “Anarchico è colui che dopo una lunga, affannosa e disperata ricerca ha trovato sé stesso e si è posto, sdegnoso e superbo “sui margini della società” negando a qualsiasi il diritto di giudicarlo”. È improbabile che John Landis o Dan Aykroyd abbiano mai sentito parlare di Novatore, o ne conoscano il pensiero. Eppure l’intera carriera di Landis si è spinta avanti nella narrazione di esseri umani fuori posto, anarchici perché impossibilitati a essere parte integrante della società, incapaci di comprenderne le funzioni e le strutture. Sovvertitori del senso della logica, della politica, e a volte persino della gravità stessa. Per quanto la filmografia di Landis sia oramai episodica, e rara (l’ultima regia per il cinema è Ladri di cadaveri – Burke & Hare, “vecchia” di un decennio, e per trovarne un’altra prima bisogna tornare addirittura al 1998, quando uscì Susan’s Plan), il suo nome è entrato nella leggenda cinefila. Il motivo? L’aver diretto nell’arco di appena un lustro, tra il 1978 e il 1983, quattro dei più luccicanti oggetti di culto del cinema hollywoodiano, vale a dire Animal House, The Blues Brothers, Un lupo mannaro americano a Londra, Una poltrona per due. Quattro opere in parte assai diverse tra loro, che giocano con i generi fondendoli tra loro, e mettono sempre al centro del racconto l’anarché. Jake ed Elwood Blues, fondati e motori portanti della The Blues Brothers Band, sono orfani nella Chicago a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta, ma loro padre (o forse zio) potrebbe benissimo essere il Bluto Blutarsky di Animal House. Che si tratti di studenti del college o ex-carcerati ricercati dalla polizia, di studenti in vacanza nella brughiera o membri della Filadelfia aristocratica ridotti in mutande per puro gioco, i protagonisti dei film di Landis attraversano la società come meteore cancerogene, la corrodono inevitabilmente dall’interno, svelando la bieca architettura su cui si sorregge. “Io li odio, i nazisti dell’Illinois”, sussurra sibillino Jake ingabbiato nella Dodge con gli stemmi e i colori della polizia che suo fratello ha comprato a un’asta giusto in tempo per andarlo a raccattare fuori dalla prigione in cui era rinchiuso con un’accusa di rapina (ovviamente giusta): e mentre lui e suo fratello sono inseguiti da tutta la polizia dello Stato, i nazisti dell’Illinois possono organizzare una parata – “Quei figli di puttana hanno vinto il processo e fanno una dimostrazione”, è il commento di un agente di polizia – e solo l’intervento anarchico perché fuori dai codici di comportamento canonici dei due fratelli, che accelerano con l’automobile costringendo i nazisti a lanciarsi in acqua per evitare l’impatto, permette di dispensare un po’ di sana giustizia.

Anche nella sua fase più dirompente il cinema statunitense ha faticato ad accettare l’esasperazione del demenziale, l’esagerazione comica. Inadeguata a comprendere ciò che bombarda la norma, l’industria ha guardato di sottecchi, e con notevole preoccupazione, l’avanzata disturbante del comico nel corso degli anni Settanta. Per questo la critica sembrò quasi gioire quando i dati del botteghino per 1941 – Allarme a Hollywood di Steven Spielberg fecero parlare di un flop, il primo – e uno dei pochissimi – nella carriera dell’enfant prodige. Spielberg aveva osato macchiare la propria carriera con il ricorso al ridicolo volontario, e il pubblico l’aveva bacchettato. Ci vorranno decenni prima che ci si renda conto dello splendore e dell’intelligenza del meccanismo messo in atto dal regista. Al flop del 1979 avrebbe fatto seguito, questa era l’intuizione (e sotto sotto la speranza) della critica e dell’industria, il flop del 1980, vale a dire The Blues Brothers: gli attori protagonisti, Aykroyd e Belushi, avevano preso parte anche al set di Spielberg, dopotutto, e l’umore generale era lo stesso. Si sbeffeggiava l’esercito da una parte, si prendeva per i fondelli l’istituzione – economica, politica, delle forze dell’ordine – dall’altra. L’insuccesso annunciato di The Blues Brothers, il cui budget si aggirava attorno ai trenta milioni (una follia, per l’epoca), avrebbe messo in un angolo quell’eversione all’interno dei codici della commedia che era esplosa con Animal House, una scheggia impazzita di neanche tre milioni di dollari di costo per quasi centotrenta di incasso nelle sale. Così non fu, ovviamente. Il motivo è da ricercare proprio nell’anarchia, in quella vitalità del tutto naturale che prorompeva all’epoca dall’estetica di Landis. Anche di fronte alla più delirante delle situazioni – e il film ne mette in fila un buon numero – non si ha mai l’impressione di trovarsi di fronte a qualcosa di artificioso, come se fosse del tutto logico che un cameriere salga sul bancone di un locale armato di sassofono e una bartender improvvisi una scenografia intonando Think. Anzi, quella bartender è proprio Aretha Franklin! Se è difficile trovare dei paragoni plausibili per leggere The Blues Brothers è per la totale libertà con cui Landis tratta la sua creatura. Si tratta di una commedia incentrata su due personaggi celebri della cosiddetta stand up comedy televisiva, ma non è costruita su sketch o gag. È un film che ha al centro il rythm and blues, con un numero spropositato di partecipazioni straordinarie (oltre alla già citata Franklin John Lee Hooker, Ray Charles, Cab Calloway, James Brown), ma non è appropriato definirlo un musical, e forse neanche un film musicale. Nonostante sia annoverato come recordman di distruzione di automobili in scena (pratica abbastanza diffusa nel cinema di Landis, che ha per sua stessa ammissione un pessimo rapporto con le macchine) non si tratta di un action. È un noir, almeno in alcuni passaggi, ma non ha quasi nessun elemento accomunabile al genere in senso stretto.

Landis dà vita a una creatura ibrida, indefinibile ma in realtà nettissima, e dalla chiarezza espositiva stupefacente. Un film che assume fin da subito rischi enormi, come testimonia la lunghissima sequenza che vede Jake uscire di prigione, e che si svolge pressoché muta per sei minuti, fino a quando i due fratelli non si ritrovano l’uno di fronte all’altro, alla luce rossastra dell’alba. Sei minuti cui qualsiasi regista avrebbe rinunciato volentieri, per accelerare i tempi e magari evidenziare con qualche battuta la comicità attorno a cui è costruito il film: invece per Landis l’unica occasione per uscire dalla ieratica serietà della situazione è data dalla presenza di Frank Oz, che sciorina i beni di proprietà da restituire a Jake: “Un orologio digitale Timex, rotto. Un profilattico non usato. Uno usato. Un paio di scarpe nere. Una giacca di un abito nero. Un paio di pantaloni di un abito nero. Un cappello, nero. Un paio di occhiali neri. 23 dollari e 12 cents. Firma qua”. A quel “Firma qua” Jake risponde con una X, altro segnale del demenziale che attraversa l’intera pellicola. La verità è che Landis non ha voluto dare un seguito ad Animal House, come forse in molti credevano (anche lì appariva la cultura musicale afrodiscendente, nei due piccoli concerti di DeWayne Jessie alias Otis Day), ma ha spinto le ambizioni molto più in là. The Blues Brothers è un kolossal apocalittico-musicale, che fonde la follia rutilante e incessante di Hellzapoppin’ con la cultura afro, il ritmo del rhythm and blues con gli sketch del Saturday Night Live, la Chicago dei bassifondi e l’industria musicale. Senza mai cedere, nella messa in scena e nella rappresentazione, alla prassi della farsa, Landis fa scontrare serietà e demenza, costringendo l’una a fondersi nell’altra, e viceversa. Un’operazione sobillante, anarchica, anti-sistema. Un’operazione destabilizzante, ma così esaltante da non poter fare a meno di spingersi sempre un passo oltre, in direzione di un caos primigenio e palingenetico. Apparentemente furibondo nel ritmo, The Blues Brothers è in realtà dominato da stasi improvvise e quasi avanguardiste nella loro fissità: si è già scritto dell’epico incipit, ma non si può non fare riferimento alla sequenza nel pre-finale in cui Jake ed Elwood, finalmente con i cinquemila dollari in tasca che permetteranno di salvare l’orfanotrofio in cui sono stati cresciuti, salgono in ascensore verso l’ufficio preposto ad accettare il pagamento. Lo stacco brutale tra l’angelico ambiente dell’ascensore (e dopotutto di un’ascesa al cielo si tratta), che irradia in filodiffusione la musica di Garota de Ipanema, e l’autoesaltazione rumorosa delle forze dell’ordine che salgono rapidamente le scale, è un pezzo di cinema a se stante che lavora sul contrasto come in pochi nel campo della commedia hanno osato fare.

Oggetto di culto fin dalla sua apparizione sugli schermi (120 milioni di dollari incassati a livello mondiale: il successo di massa arriverà progressivamente negli anni successivi) The Blues Brothers è un inno alla libertà creativa che utilizza il corpo umano in scena per trasformare le dinamiche in cui viene a trovarsi nei ritmi e nei tempi del cartoon – le sequenze che vedono protagonisti i nazisti sono in tal senso esplicative –, e permette di godere sullo schermo della straordinaria coppia composta da Dan Aykroyd (anche responsabile, insieme al regista, della sceneggiatura) e John Belushi. La morte di quest’ultimo, sopraggiunta il 5 marzo del 1982, spezzerà in qualche modo il sogno di una Hollywood così irriverente e sbeffeggiante da riuscire a togliere stabilità all’intero sistema. Tutto poco per volta, dopo il suo decesso, si normalizzerà: e così anche il cinema di John Landis verrà ridotto in un angolo, reso inoffensivo e quindi, appena possibile, non più prodotto. In qualche modo The Blues Brothers è il trionfo catastrofico di un’utopia, e come tale non può che restare un oggetto unico, impossibile da replicare e da adattare a sistema. L’anarchia.

Info
The Blues Brothers, il trailer.

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  1. Trackback: The Blues Brothers (1980) di John Landis – Recensione | Quinlan.it

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