Cosa resta della rivoluzione

Cosa resta della rivoluzione

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Opera prima della francese Judith Davis, Cosa resta della rivoluzione torna a riflettere sulla crisi europea della Sinistra storica tramite un racconto divagante tra lievi ironie e drammi pubblico/privati. Gracile ma promettente.

Johnny Rotten, il kilt e la margarina

Urbanista a Parigi, la giovane Angèle perde il lavoro e si ritrova ad affrontare l’improvvisa disoccupazione in un contesto familiare non proprio incoraggiante. Molto affezionata al padre, anziano maoista della prima ora, la ragazza ha una sorella perfettamente integrata con marito in carriera, e una madre militante pentita che non vede da anni. Indomita prosecutrice delle battaglie instillate in lei dalla famiglia e condotte insieme all’amica Léonor, Angèle fa parte di un collettivo in cui si confrontano sul da farsi caparbi marxisti di varie età e professioni. Al collettivo si avvicina Said, per il quale Angèle inizia a nutrire una certa simpatia… [sinossi]

La Rivoluzione avrà fallito, ma il mondo che ci ha lasciato in alternativa non è di certo l’immagine della felicità. Opera prima di Judith Davis, Cosa resta della rivoluzione arriva nelle nostre sale con due anni di ritardo grazie alla Wanted Cinema, in questo strano e faticoso riavvio di stagione che può forse sortire un positivo effetto paradosso in ambito di distribuzione cinematografica. Poiché l’emergenza sanitaria ha bloccato per mesi anche l’industria audiovisiva a livello mondiale, è probabile che nelle prossime settimane assisteremo a qualche meritorio recupero di opere trascurate negli ultimi anni dalla distribuzione nazionale, con un auspicabile ritorno alla visibilità di produzioni di qualità non piegate al più corrente gusto del mainstream. È un po’ il caso di questa opera prima, prodotta anche da Robert Guédiguian, che si colloca nel nobile territorio della media produzione francese (sempre prestigiosa, sempre più alta di molte medie produzioni di altrove) e che conduce una riflessione timida ma apprezzabile sui destini della Sinistra europea. Prima della brusca interruzione di stagione a fine febbraio, era arrivato nelle nostre sale un altro film francese (Alice e il sindaco, Nicolas Pariser, 2019) che tramite strumenti espressivi decisamente diversi conduceva però un’ulteriore indagine sullo stato di salute dell’area progressista. Cosa resta della rivoluzione prende le mosse da altre premesse formali; se Pariser presenta una pettinatissima commedia dalla sceneggiatura scritta in punta di penna come proverbialmente accade in Francia, d’altro canto Judith Davis raccoglie i frutti di un laboratorio teatrale da lei organizzato e conclusosi con una rappresentazione, convocando di nuovo la medesima squadra di attori e apprestandosi al cimento con un primo lungometraggio cinematografico.

In tal senso il film conserva un andamento narrativo più ondivago, articolato in un numero ristretto di luoghi cinematografici che si ripetono nel racconto un po’ secondo le logiche di una striscia di fumetto. Figlia di una coppia di sessantottini malconci o pentiti, la protagonista Angèle appartiene a una cerchia sempre più ristretta di marxisti-maoisti che tentano di portare ancora avanti, con invitta pertinacia, le proprie idee e il proprio anelito a un mondo diverso pur davanti a una realtà che ormai li liquida sistematicamente come fuori tempo massimo in mezzo a una risata, sconfitti o superati dalla Storia. Judith Davis, anche protagonista del film, sposa un triplice registro, sovente secco e oggettivo, altrove sinceramente drammatico, altrove ancora venato di una timida autoironia. Le sequenze più gustose riguardano in particolare i lunghi confronti del collettivo in cui Angèle e i compagni di battaglie continuano a confrontarsi sul da farsi, a metà tra la riunione d’intenti e la seduta di autocoscienza. In tali sezioni Cosa resta della rivoluzione registra piuttosto bene lo spaesamento e il vuoto di idee di un gruppo che ancora trascorre ore intere a discutere di metodo, quando ormai in giro da anni non si richiedono altro che considerazioni di merito. Davis descrive una parte dei suoi partecipanti come sopravvissuti a se stessi che in sostanza non saprebbero nemmeno spiegare bene le profonde motivazioni alla base della loro appartenenza al collettivo – significativa l’interrogazione di Angèle intorno alle certezze, che cade in un faticoso e balbettato silenzio. Fuori e intorno, la giovane autrice racconta una Parigi dove il lavoro è poco e facilmente suscettibile di essere perso, dove le prospettive della generazione che è «nata troppo tardi» sono puntualmente frustrate, dove il compromesso sulle proprie ambizioni ha raggiunto ormai livelli insostenibili. Domina anche un altro risentimento, costante per tutto il film, quello contro una generazione dei padri che non solo non è riuscita a fare davvero la Rivoluzione, ma che si è pure abbandonata a un ritiro dal mondo segnato dalla depressione o a un sostanziale accordo con le istanze del mercato tenendosi ben stretti anche i relativi privilegi. Incendiari e fieri e poi tutti pompieri, come direbbe Rino Gaetano. Nulla di nuovo, intendiamoci. Il film di Judith Davis sembra spesso rimestare in luoghi comuni declamati con una certa naiveté, riscoprendo però qualche tenue forma di cinema militante. In un racconto così strutturato è d’altra parte inevitabile anche il confronto con il privato, in cui Cosa resta della rivoluzione rivela i suoi lati più deboli. Se il rapporto di Angèle con il padre è narrato secondo toni non particolarmente incisivi, d’altra parte si riserva nell’ultima sezione di racconto ampia parte a un conflitto con la figura materna che non rinuncia pure a qualche accento da melodramma convenzionale. Certo, Davis valorizza un consueto dramma familiare conferendo ad esso precise e coerenti risonanze con la propria riflessione – in sostanza, quasi nessuno esce pulito dal conflitto tra pubblico e privato, tutti più o meno soggetti a negoziazioni di natura affettiva che coinvolgono o smentiscono le proprie convinzioni socio-politiche. Tuttavia Davis piega spesso verso il dialogo facile e declamatorio, e non sempre si riesce a credere fino in fondo al dramma intimo dei suoi personaggi – vedasi l’ultimo confronto intorno al tavolo con sorella e cognato. Così come il blocco emotivo di Angèle nei confronti della propria sfera intima è reso funzionale dall’intervento di una possibilità amorosa veicolata da un personaggio inutilmente bizzarro. Più in generale Cosa resta della rivoluzione non sempre riesce a tradurre la propria (simulata o effettiva) ingenuità in strumento efficace, e il racconto si sfilaccia un po’ tra parentesi gustose e lunghe pause meno convincenti. Né convince fino in fondo il dramma del cognato Stéphane, al quale è riservato nel finale un grande atto di inclusività e riscatto. Judith Davis appare mossa insomma dalle migliori intenzioni, animata anche da un entusiastico e condivisibile spirito di ripartenza e riflessione – il «Che fare?» di černyševskiana memoria. Le difetta però una maggiore incisività cinematografica, la capacità di costruire e cesellare personaggi dei quali condividere effettivamente emozioni e travagli, a cominciare dalla protagonista Angèle interpretata dalla stessa Davis. Un buon esordio, ma rivedibile alla prossima prova.

Info
Il trailer di Cosa resta della rivoluzione.

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