Um Animal Amarelo

Um Animal Amarelo

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Presentato alla 56a Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro, dopo l’anteprima in concorso all’IFFR, Um Animal Amarelo è un film del filmmaker brasiliano Felipe Bragança che realizza una sorta di epopea famigliare, in chiave surrealista o di realismo magico, che attraversa il Brasile nelle fasi storiche più dolorose di dittature, colonialismo e schiavismo.

Brazil

Brasile, 2017. Fernando è un giovane filmmaker brasiliano fallito che si avventura in un viaggio, alla ricerca dei fantasmi di un passato coloniale e delle memorie del nonno, che lo porta prima in Mozambico e poi in Portogallo, per far ritorno in Brasile dove inizia le riprese di un film. [sinossi]

Sono due i riferimenti cinematografici, esplicitati nei titoli di coda, che ispirano il regista brasilano Felipe Bragança nel suo Um Animal Amarelo, presentato in concorso alla 56a Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro dopo l’anteprima all’IFFR 2020. Si tratta del regista portoghese João Nicolau, che ha collaborato al soggetto, e di Joaquim Pedro de Andrade, il grande autore del Cinema Novo cui il film è dedicato. Dal primo prende quella vena di follia surreale ai limiti del demenziale, che a volte fa fatica a controllare come succede del resto allo stesso Nicolau. C’è una figura magica che compare per tutto il film, una specie di Chewbecca stilizzato e buffo, immerso in un’aura magica, in una luce baluginante. Ci sono momenti di estasi surreale come quelli realizzati in animazione stop motion. Da De Andrade deriva invece la necessità di raccontare, anche in quella grottesca chiave metaforica, i traumi del paese.

Una voce off narrante, pervasiva, ricorre per tutto il film, sembra il narratore onnisciente se non qualcosa di più. Svolge questa funzione per esempio quando segnala la morte del nonno avvenuta in carcere. Si rivolge, metalinguisticamente, da subito all’operatore («Stai filmando?») per poi rivolgersi al neonato Fernando. Si sancisce così l’equivalenza tra il regista Felipe Bragança e il regista interno al film, appunto Fernando, che dice peraltro di stare per entrare nel suo stesso film. La voce off si incarnerà poi nel personaggio femminile che fa parte della gang, nella parte centrale del film. La voce diventa quindi diegetica, da extradiegetica. L’ultima parte di Um Animal Amarelo, quella sul set, chiude in discorso metacinematografico. Decostruisce in un certo modo la prima parte del film, mostrando anche il costume vuoto del pupazzone, il trucco. Ma la decostruzione è reciproca, i due set si affacciano l’uno sull’altro. Vediamo anche un microfono che spunta dall’alto, dentro l’inquadratura di ratio 4:3, microfono del film, non del film nel film.

Um Animal Amarelo è una macchina del tempo cinematografica, un flusso che scardina la linearità narrativa, in cui ricorrono degli oggetti-segni, l’osso, le gemme. Un film che tocca i punti nevralgici della storia brasiliana, con una prima parte nel 1984 – protagonista il nonno di Fernando – agli sgoccioli della dittatura, con la speranza riposta nel ritorno alla democrazia che porterà al potere per quasi vent’anni l’ala politica neo-liberista. La parte centrale del film comincia in coincidenza con l’impeachment a Dilma Rousseff e, quando Fernando, dopo la sua peregrinazione, torna nella sua patria, troverà la voce roboante in televisione di Bolsonaro. L’ultima parte vede Fernando regista che sta dirigendo un film ambientato negli anni trenta, epoca che rappresenta l’inizio del dominio di Vargas, epoca in cui ancora permangono scampoli di colonialismo, i coloni che arrivano a cercare fortuna, e di razzismo/schiavismo, con il personaggio che spara alle persone di colore. Fernando nella parte centrale in Mozambico, nell’Africa di lingua portoghese che rappresentò una risorsa di schiavi deportati in Brasile, si comporta lui stesso come un colonizzatore, sfruttando la sua relativa superiorità (sentendosi un novello Allan Quatermain) e depredando il paese delle sue risorse – le gemme che poi utilizzerà per la nuova famiglia e per fare il suo film – facendo tappa in Portogallo, l’origine del colonialismo, di quello stupro primigenio europeo, per fare la bella vita. Si denuncia, ancora nel Mozambico, quel benessere che rappresenta l’ultimo stadio del genocidio culturale delle popolazioni africane, invase e deturpate dai resort lussuriosi per portoghesi facoltosi che brindano a gin tonic. L’ultima scena di Um Animal Amarelo rappresenta Fernando seduto in una casetta colonica, con in braccio un bambino e con un uomo di colore al fianco. Torna anche l’immagine di Fernando ragazzino: passato e presente si incontrano in un paese i cui traumi sembrano destinati a ripetersi.

Info
Um Animal Amarelo, la scheda sul sito della Mostra di Pesaro.

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2 Commenti

  1. Mickael 05/09/2020
    Rispondi

    Bravo Giampiero!
    Interessantissima la prospettiva politica, storica e sociale intorno alla storia. Adesso voglio vedere il film per sapere di più sui personaggi. Mi piace molto il realismo magico però, allo stesso tempo, è una risorsa molto usata per parlare dell’Africa e, a volte, sembra una visione un po’ riduzionista, o masticata. Per questo, ho molta voglia di vedere il film per sapere se il nostro collega Bragança è riuscito a usare questo linguaggio senza cadere nella parodia.
    Inoltre, sarà l’opportunità di ritrovare il caro Higor Campagnaro, attore meraviglioso e che riesce a calzare qualsiasi tipo di ruolo, questa volta come un regista tormentato e in conflitto, come il nostro proprio Brasile.

    • Tina 05/09/2020
      Rispondi

      Mickael, sono d’accordo con te e anche io non vedo l’ora di vedere il film. L’attore è molto bravo, non mi perdo mai un film nel quale lui reciti. Complimenti per i punti sollevati e complimenti anche a Giampiero per l’analisi assolutamente pertinente e profonda.

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