Sidik and the Panther

Sidik and the Panther

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Presentato in concorso al 68° Trento Film Festival, Sidik and the Panther è un documentario del regista curdo-olandese Reber Dosky, ancora una volta incentrato sul suo Kurdistan. Stavolta l’oggetto è un animale rarissimo, il leopardo persiano. Un animale ormai mitico, un animale fantasma il cui ritorno sarebbe considerato come un segnale di speranza per quei territori martoriati.

L’animale mancante

Il leopardo persiano vive nell’aspro paesaggio montano dell’Iraq settentrionale curdo. Almeno così crede Sidik. Armato di binocolo e bastone da passeggio, si aggira nel paesaggio montuoso alla ricerca di tracce di questo felino. Lo ha cercato invano per venticinque anni, ma, se riuscisse ad avvistarne uno, l’intera area sarebbe classificata come riserva naturale protetta, e lui spera che questo metterebbe fine a bombardamenti e omicidi che affliggono la regione. Durante il suo peregrinare incontra bracconieri, cacciatori ed escursionisti con i quali condivide i suoi ricordi. Una conversazione con un ragazzo che vorrebbe partire per l’Europa rivela che non tutti sono così attaccati alle proprie radici come Sidik. [sinossi]

Il leopardo persiano (nome scientifico: Panthera pardus saxicolor), è una sottospecie di leopardo che vive nel Caucaso, un animale maestoso, leggiadro, dalle tipiche grazia ed eleganza dei grandi felini maculati. Purtroppo è sull’orlo dell’estinzione, ne sopravvive circa un migliaio di esemplari. Il suo areale di distribuzione coincide in effetti con il territorio di paesi martoriati dalla guerra oppure di nazioni che non sono in grado di avviare delle serie politiche di conservazione faunistica. Il regista curdo-olandese Reber Dosky – non nuovo ai racconti della sua heimat, suoi sono The Sniper of Kobani e Radio Kobani – racconta della ricerca di questo ormai fantomatico animale, seguendo un uomo che ne è ossessionato, in Sidik and the Panther, presentato in concorso al 68° Trento Film Festival. Siamo nel Kurdistan iracheno. Sidik si avventura nei villaggi sperduti tra le montagne intervistandone gli abitanti, cercando testimoni che abbiano mai avvistato quel meraviglioso felino. Lo sta cercando inutilmente da almeno venticinque anni.

Il leopardo persiano è ormai un animale leggendario, un animale fantasma. Qualcuno tra gli intervistati ricorda di averlo intravisto decenni prima, fa parte dei ricordi d’infanzia. Sono popolazioni queste che vivono in armonia con l’ambiente e il proprio territorio. A differenza di certi soggetti nostrani, sono abituati alla presenza di grandi predatori come gli orsi, non se ne lamentano nonostante il pericolo che rappresentano, per sé e per i propri allevamenti. Ma i racconti degli abitanti dei villaggi pian piano si orientano verso le guerre che quelle popolazioni hanno affrontato, i massacri e i genocidi perpetrati con le armi chimiche. Deportazioni, sparizioni, martirii, corpi di uomini uccisi trascinati per i villaggi come monito: ogni famiglia può raccontare episodi terribili di questo tipo, avvenuti per mano prima dei ba’thisti al potere in Iraq con Saddam Hussein, e poi dell’Isis. L’estinzione del leopardo persiano è una potente metafora della sopravvivenza stessa a rischio dei curdi. Ma è proprio quella simbiosi con la natura a rappresentare la grande forza del popolo curdo, orgoglioso di quelle maestose montagne che non potranno essere mai piegate da alcun tiranno, scalfite da nessun nemico, quei monti che sono gli unici amici dei curdi. Quei monti che Reber Dosky restituisce nel loro splendore, nelle vette innevate, nelle rocce tortuose.

I documentari naturalistici alla National Geographic si fondano su un paradosso. Propongono ormai immagini spettacolari, riprese ravvicinate di animali, nitidissime, in primo piano. Un pubblico, magari infantile, sarebbe portato a credere a una facile accessibilità di quegli avvistamenti di specie selvatiche, come se in una perlustrazione della foresta amazzonica si venisse subito circondati da pappagalli variopinti, giaguari e caimani. Non è così, le bellissime scene di natura selvaggia dei documentari possono essere il risultato di lunghissimi appostamenti, di potentissimi teleobiettivi quando non girate in parchi o zoo simulando l’ambiente naturale. Reber Dosky sembra giocare con questo linguaggio del documentario e con le relative aspettative spettatoriali. Regala immagini pure da National Geographic: gli avvoltoi che si accoppiano, gli scoiattoli. C’è proprio un momento in cui Sidik indica degli uccelli in lontananza e a ciò segue l’inquadratura ravvicinata di quei variopinti pennuti. È come un inserto del regista, quella non può essere l’immagine che stanno vedendo Sidik e quelli che sono con lui. Al contempo Dosky nega qualsiasi immagine del leopardo, quell’immagine tanto agognata, lasciandolo trasfigurato come animale mitico, conferendogli un’aurea leggendaria. Ci sono riprese scientifiche dell’animale, ottenute con delle “videotrappole” a raggi infrarossi. Ancor più figure fantasmatiche. Ma non sono chiarissime, vanno decrittate e quegli animali potrebbero in realtà rivelarsi come delle linci. Su quelle immagini presentate da una giovane naturalista a una conferenza si chiude il film. La scienziata in realtà non fa un discorso scientifico, quanto esprime l’auspicio che il ritorno del leopardo persiano possa rappresentare un’occasione di riscatto per il popolo curdo, il conseguimento di quegli ideali di indipendenza, pace, democrazia per cui gli abitanti del Kurdistan stanno strenuamente lottando. Spetta alla scienziata, portatrice di verità oggettive, farsi carico di un discorso sui diritti umani.

Info
Sidik and the Panther sul sito del Festival di Trento.

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