The Nose or Conspiracy of Mavericks

The Nose or Conspiracy of Mavericks

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Passato a Rotterdam 2020 prima dell’apocalisse Covid-19, The Nose or Conspiracy of Mavericks del veterano russo dell’animazione Andrej Khrzhanovskiy ha aperto il Cinema in Piazza (del Popolo, felice coincidenza per un’opera che ha nel popolo il suo nume tutelare) della Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro. Meravigliando la folta platea, ricevendo scroscianti applausi e confermando una volta di più che la (folle) sottovalutazione della capacità di comprensione popolare dell’arte da parte di Josef Stalin altro non era che la rinnegazione della Rivoluzione.

Questa non è musica, è rumore!”

L’ultima impresa del grande maestro russo Khrzhanovskiy compie un sogno lungo decenni, da quando un anziano Shostakovich affidava al regista, molto giovane, le musiche della sua opera Il naso per farne un’opera visuale. Dopo anni, il risultato è un’operazione postmoderna, non soltanto per la stratificazione delle tecniche utilizzate, ma anche per i rimandi interni ed esterni al racconto e la multipla metatestualità, quasi ci si trovasse di fronte ad una proverbiale matrioska… [sinossi]

La famiglia Khrzhanovskiy ha attraversato l’arte (prima sovietica, poi russa) cinematografica nazionale per tre generazioni: prima Yurij, attore (che diede voce, tra gli altri, al ciclo d’animazione dedicato al Mowgli di Kipling realizzato a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta da Roman Davydov), poi suo figlio Andrej, animatore, e infine Ilya, venuto a capo proprio quest’anno del mastodontico progetto DAU, che lo ha impegnato per un decennio, e al quale ha immolato la propria febbre creativa e la sanità mentale. Si può rintracciare un filo comune tra nonno, padre e figlio? Certo che sì, ed è quello di agire in un territorio ibrido e sempre inviso al potere, sia esso rappresentato dall’apparato post stalinista o dall’oligarchia putiniana. Felice sintesi di una vita, di una filmografia e di più generazioni di artisti russi, The Nose or Conspiracy of Mavericks si fa manifesto e insieme rappresentazione di una battaglia, quella degli avanguardisti contro l’apparato statale, che, dalla metà degli anni Venti decise di imporre il Realismo socialista come unica forma approvata e finanziata. Storie edificanti, rappresentazioni agiografiche di Stalin e della società derivante dalla rigida applicazione dei piani quinquennali, messa al bando di straordinari e appassionati rivoluzionari come Vsevolod Mejerchol’d e il suo Proletkul’t, Michail Bulgakov e, naturalmente, Sergej Ejzenstejn, solo per citare i più celebri.

Fa parte del nutrito elenco anche Dmitrij Šostakóvič che, nel 1928, si vide affidare una composizione satirica tratta da Il naso di Gogol. Dopo un’esecuzione esclusivamente concertistica nel 1929 (contro il volere dell’autore) e una completa rappresentazione l’anno successivo, l’opera, massacrata da recensioni negative da parte dell’ARMP (Associazione Russa Musicisti Proletari), venne accantonata, e fu ripresa in patria solo dopo più di quarant’anni, nel 1974. Khrzhanovskiy, forte dell’approvazione in vita dell’autore, prende la struttura tripartita dell’opera e realizza una complesso e stratificato lavoro di animazione in tre atti/sogni, con il primo (il più lungo, occupa circa la metà del minutaggio) che riprende la struttura originale, il secondo che si concentra sulle reazioni di Stalin e dei suoi maggiorenti e la terza che, metaforicamente e non, prende il volo eternando per sempre i nomi della pletora di artisti e intellettuali invisi al regime.

Diverse tecniche di animazione (tradizionale, CGI, messa in scena di ritagli di modellini di carta, collage digitale, colori a pastello e a carboncino fino alle riprese dal vivo) trovano armoniosa convivenza con brani di film (non solo l’ovvio Potemkin, ma anche Tarkovskij, Vertov, Pudovkin), in una rappresentazione ucronica che fa conflagrare e insieme convivere le diverse epoche, prova ne sia l’uso di ogni mezzo di ricezione spettatoriale possibile, dalla “lanterna magica” fino agli smartphone, a sottolineare l’eterno ritorno, in Russia e non solo, della repressione politico/ideologica. In questo magma di suggestioni, rimandi, riferimenti, il montaggio (si vorrebbe dire, senza timore di errore, intellettuale) di Khrzhanovskiy mantiene il controllo sulla materia e, quando sembra perderlo, non restituisce mai una sensazione di improvvisazione o confusione, ma di delirio controllato. La storia del funzionario di San Pietroburgo che, una mattina, si ritrova senza più il naso (pluricitata nella storia del cinema, ricordiamo per tutte il rapimento del naso del presidente ne Il dormiglione di Woody Allen, che si concentrava, genialmente, sul destino occorso alla sventurata appendice) sulla faccia, è l’ideale per satirizzare le sclerotiche forme di un potere ottuso, schiavo della forma fin dal tempo degli zar, e poi dello stalinismo, fino ad arrivare a quella sorta di neozar corrispondente al nome di Vladimir Putin. Che irrompe in una sola scena, ma significativa: in una riunione politica, ha da ridire sul budget riservato alla cultura della (ri)occupata Crimea.

La cultura. Vanto di un Paese e insieme nemica giurata dei suoi governanti. Nel 1925, quando La corazzata Potemkin uscì nelle sale, la Rivoluzione aveva raggiunto il suo massimo apice: arte rivoluzionaria per un popolo rivoluzionario, totale commistione tra sangue e nervi, il personaggio/massa del capolavoro ejzenstejniano totalmente sovrapposto alla reale massa popolare. Un sogno straordinario, ineguagliato, durato troppo poco. Con una geniale cornice, Khrzhanovskiy, a ottant’anni suonati, cesella quello che probabilmente sarà il film destinato a regalargli gloria imperitura anche fuori dai confini: in un aereo, illustri personaggi (c’è anche il “nostro” Tonino Guerra, che scrisse Nostalghia di Tarkovskij) guardano, dagli schermi posti sugli schienali dei sedili, innumerevoli rappresentazioni di arte russa. Nello splendido finale, vicino a quell’aereo ne vediamo tanti altri, ognuno con impresso il nome di un “martire”, di un perseguitato dall’apparato: è la vittoria definitiva, l’eternazione di una serie di geniali menti che hanno dato fulgore alla nazione molto più dei grigi burocrati e dei sanguinari dittatori. Una sorta di nuova Arca russa che, come il capolavoro sokuroviano, si pone come unità di conservazione di un tesoro immenso. Tesoro impossibile da contenere nell’esiguo spazio di un lungometraggio, ma che proprio un lungometraggio può contribuire a riportare all’attenzione dei più distratti, contribuendo alla rinascita di una coscienza nazionale per troppo tempo sopita e sovrastata dalle forze, ci si conceda una piccola stilla di manicheismo, del Male. Male che non comprende il Padre della Rivoluzione Lenin, a cui persino Stalin, in uno dei momenti più divertenti di The Nose or Conspiracy of Mavericks, porta un rispetto assoluto, rifiutandosi di schiacciare una mosca posatasi su un quadro che lo rappresenta, proprio sul naso.

La Cospirazione di cui si parla nel titolo, al contrario dell’accezione comune, è quella del potere verso i suoi intellettuali. MAI, ed è bene sottolinearlo un’ultima volta, il contrario.

Info
The Nose or Conspiracy of Mavericks, il trailer.

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