Lacci

Daniele Luchetti torna alla regia con Lacci, che riceve anche l’onore di aprire la settantasettesima Mostra di Venezia. Tratto dal romanzo omonimo di Domenico Starnone (che partecipa alla scrittura della sceneggiatura), Lacci è uno spaccato famigliare che attraversa oltre trent’anni e cerca di raccontare l’impossibilità di uscire da vincoli sociali. Con un cast ricco ma non particolarmente amalgamato e una regia che non scava mai con forza viscerale nelle profondità dei sentimenti dei personaggi. Al di là della sequenza finale resta purtroppo ben poco da ricordare.

Vanda, stai seria con la faccia

Napoli, primi anni Ottanta: il giornalista radiofonico Aldo De Simone, che conduce un programma alla RAI dedicato alla letteratura, annuncia alla moglie Vanda che ha una nuova relazione a Roma. Nonostante abbia anche due figli piccoli (Anna e Sandro) lascia la casa e si trasferisce nella capitale con Lidia. Passano gli anni, ma il legame con la propria famiglia è difficile da sciogliere. [sinossi]

Possono un paio di lacci, magari legati tra loro in un modo non convenzionale, divenire lo specchio di un rapporto biologico inscindibile? A voler semplificare in modo brutale questa è la suggestione attorno alla quale ruota il quattordicesimo lungometraggio da regista di Daniele Luchetti, scelto addirittura per aprire ufficialmente la settantasettesima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia: una decisione assai particolare, perché nel recente passato assai di rado a un film italiano è toccato quest’onore (l’ultima volta fu con Giuseppe Tornatore e il suo Baaria), ma che testimonia la volontà della Mostra di ripartire facendo leva sul prodotto nazionale. Una scelta che in qualche modo eleva Luchetti a un ruolo scomodo, non solo perché si ritrova addosso tutti gli occhi di chi alla materia cinematografica è interessato, ma anche perché ne certifica la centralità dell’opera, autenticandolo come autore di prima grandezza all’interno dello scenario nazionale. Lacci, che arriva dopo due sortire registiche tutt’altro che riuscite come Io sono Tempesta e Momenti di trascurabile felicità, affida le proprie basi a un fortunato romanzo di Domenico Starnone, che partecipa anche alla sceneggiatura insieme allo stesso regista e a Francesco Piccolo. La storia è quella della famiglia di Aldo De Simone, apprezzato giornalista radiofonico che conduce per la RAI una trasmissione dedicata alla letteratura, scisso tra l’amore per una nuova donna – una sua collega romana – e le responsabilità nei confronti della moglie e dei due figlioletti, Anna e Sandro.

Luchetti affronta la questione affidandosi nella sequenza d’apertura a un ballo collettivo della famiglia sulle note del letkiss del finlandese Erik Lindström, che in Italia fu portata alla ribalta dalle gemelle Kessler, come ricorderà chiunque abbia memoria di Io la conoscevo bene; quel ballo è anche l’unico momento distensivo in cui nell’arco dell’intero film il nucleo famigliare verrà ripreso collettivamente. “Lasciati baciare col letkiss” intonavano le Kessler, e forse ad Aldo servirebbe solo questo, la possibilità di esistere e vivere senza che qualcuno si senta in dovere di chiedergli un parere, un contributo dialettico, uno scambio di battute. Al fianco di una donna assai più appassionata di lui – Alba Rohrwacher cade in ben più di un cliché, ma è l’intero cast a destare molto dubbi – Aldo non sa vivere, perché il suo silenzio (che è anche frutto della vacuità di un sapere intellettuale del tutto eradicato dal vivere normale, dalla quotidianità dell’esistenza) viene continuamente riempito. Non che altrove, nella straniera Roma, si trovi molto più a suo agio, dopotutto, schiacciato com’è da un’altra relazione in cui gli vengono chieste motivazioni al suo agire. “Perché?”, è la domanda che sia Vanda che Lidia gli pongono in continuazione, destinata ovviamente a rimanere inevasa, o abilmente elusa.

Di carte da giocare Luchetti ne avrebbe più d’una. La ricostruzione d’epoca, ad esempio, si è dimostrata in passato un punto di forza del suo approccio alla regia (si pensi a Mio fratello è figlio unico, ma anche all’oramai dimenticato Domani accadrà): invece qui gli anni Ottanta di Napoli e Roma – entrambi i luoghi sono anticipati da scritte monumentali sullo schermo, quasi che la loro presenza in scena stia lì a svolgere compiti metaforici di raro spessore: purtroppo non è così – scivolano via senza lasciare traccia, se non forse per gli amanti dei costumi che possono ammirare abiti vintage. Allo stesso tempo la scrittura di Starnone si appiattisce nel suo passaggio all’immagine filmata, e viene anche depotenziata: la componente epistolare è traslata nel dialogo, perdendo dunque parte consistente del suo fascino e del suo valore di sentimento e al contempo testimonianza. Dopotutto non c’è carne in Lacci. Manca la verve, manca la vis polemica, manca la voglia di trasformare queste funzioni sociali – marito, moglie, figlie – in qualcosa di vivo, pulsante, magari persino maleodorante. Non c’è nulla che puzzi nelle inquadrature di Luchetti, nonostante i personaggi esplicitino sofferenze, dolori, rabbie, rancori inespressi. Alcuni passaggi mostrano un totale disinteresse in tal senso. La cena di Aldo a casa del suo collega, per esempio, con quest’uomo e sua moglie che cercando di spiegargli come gestire la delicata situazione. Ma ancor più la sequenza del ritorno a casa di Aldo e Vanda dopo che la loro casa è stata devastata (da chi? Si scoprirà solo nel finale, anche se Lacci non fa nulla per elaborare un giallo): nessun gattofilo si ricorderebbe solo dopo svariati minuti, dopo aver raccolto cocci in giro per l’appartamento, di controllare che fine abbia fatto il micio, quel Labes sul cui nome si avvilupperà parte del “dramma”.

Neanche il riscatto finale, con una sequenza che appare in ogni caso la migliore, e la meglio strutturata del lotto, riesce a donare profondità a un’opera magari graziosa ma superficiale, priva di voglia di scavare nel discorso, di sporcarsi le mani con quel che sta avvenendo in scena. Luchetti, un po’ come il suo protagonista, si tiene a distanza e preferisce la reticenza, o al massimo il parlare sottovoce, così sussurrato che sembra quasi di non aver ascoltato nulla. Lasciati baciare col letkiss, cantano le gemelle, ma è difficile quando non si vuole neanche provare un passo di danza.

Info
Il trailer di Lacci.

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