Quo Vadis, Aida?

Quo Vadis, Aida?

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Quo Vadis, Aida?, il nuovo film diretto da Jasmila Žbanic, ricostruisce la terribile strage che l’esercito serbo compì a Srebrenica, sottolineando l’ignavia dei Caschi Blu dell’ONU, che opposero ben poca resistenza alle volontà di Ratko Mladić. Un’opera dolorosa ma che tiene volutamente l’efferatezza della strage fuori campo, con una notevole capacità di raccontare la Storia, e la storia. In concorso alla Mostra di Venezia 2020.

Ti ricordi di Srebrenica?

Luglio 1995, Srebrenica. Mentre l’esercito serbo sotto la guida di Ratko Mladić ha occupato la città in cui vive con il marito e i due figli, Aida lavora come interprete per i Caschi Blu dell’Onu. In una posizione “privilegiata”, in cui può carpire informazioni e forse aiutare almeno i propri famigliari, Aida è testimone dei passaggi che porteranno alla più grande strage avvenuta in Europa dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. [sinossi]

Mettere in scena un massacro realmente accaduto è una sfida improba e forse impossibile: non può esistere infatti godimento scopico di nessun genere nell’assistere a una strage veramente protratta dall’uomo sull’uomo e ripercorsa nella finzione. Lo ha capito benissimo Ari Folman realizzando nel 2008 il magnifico Valzer con Bashir, usando l’animazione per testimoniare la mattanza di Sabra e Shatila e allontanare lo sguardo da una realtà troppo brutale per essere mostrata senza divenire macabramente pornografica, per poi farci vedere invece le immagini vere della strage, immagini documentarie dell’epoca e soltanto sul finale. Un pugno nello stomaco molto superiore a qualsiasi ricostruzione. La regista bosniaca Jasmila Žbanic (Orso d’Oro 2006 per Il segreto di Esma) affronta la sfida insidiosa di ripercorrere i passaggi che portarono alla più grande strage avvenuta in Europa dal secondo dopoguerra, quella di Srebrenica del luglio del 1995. Il risultato è Quo Vadis, Aida? in Concorso alla Mostra di Venezia. Un film implacabile, sobrio, privo di retorica, classico, poco appariscente, ficcante, dolorosissimo. La scelta di Žbanic è quella di far crescere sottopelle la tensione, progressivamente, senza far vedere mai nulla di particolarmente violento e anzi evitando quasi completamente di far vedere violenze fisiche e sul finale solo alludendo, sfiorando soltanto ma in maniera straziante quel che è successo a migliaia di persone. La morte, il mattatoio, la pulizia etnica. Tutti noi sappiamo come andrà a finire. Infatti il film di Žbanic riesce in quello che, probabilmente, è il vero obiettivo di un lavoro di finzione di questo genere: farci mettere nei panni della protagonista, Aida (Jasna Đuričić), sospendendo la nostra consapevolezza su come è andata e sperando che qualcosa cambi, che concentrandoci su un personaggio anziché sulla “genericità” di quei 8.372 morti forse la micro-storia finirà meglio di quella Storia di cui l’intero Occidente dovrebbe continuare a vergognarsi.

L’artificio retorico è più sottile di quanto non sembri perché se da una parte lo spettatore si concentra prevalentemente sui destini di Aida, di suo marito e dei suoi due figli, dall’altra c’è un’altra scelta molto importante, che limita il nostro campo visivo possibile, le violenze e gli abusi, e ci fa abitare un angolo molto parziale: Quo Vadis, Aida? è per lo più ambientato nella base Onu vicina a Srebrenica, sotto la guida degli olandesi, in cui Aida – che in tempo di pace faceva l’insegnante – lavora come interprete. Siamo dentro a un luogo “sicuro” e che dovrebbe essere il centro di un consesso internazionale, da cui seguiamo la storia di una donna che, trovandosi in una posizione “privilegiata” rispetto ai suoi concittadini, potrebbe forse carpire quelle informazioni essenziali per salvarsi o salvare i suoi famigliari. In un inevitabile meccanismo di immedesimazione, è naturale che lo spettatore desideri che Aida salvi se stessa e i suoi cari, dunque l’inevitabile prospettiva “privatistica” fornisce l’appiglio per dimenticare l’ineluttabilità di Srebrenica, l’ineluttabilità del già accaduto. Una storia di “fuga” classica in uno scenario di guerra, parallela ai momenti cruciali che portarono alla strage – come il negoziato tra gli inerti olandesi e il criminale Ratko Mladić – in cui la protagonista ricopre per lo spettatore sia una funzione sociale (in quanto interprete per tutta la sua comunità) che emotiva: così la regista riesce a farci mettere tra parentesi la cronaca, fa deviare lo sguardo e, quasi impercettibilmente, crea sottotraccia una tensione su più piani, una tensione via via sempre più insopportabile dunque destinata a deflagrare nell’ultima parte del film. Jasmila Žbanic vuole infatti portarci emotivamente dentro all’inenarrabile strage e di certo non le interessa una prospettiva “privatistica”. Basterebbe il ricordo devastante di quel massacro per fare di Quo Vadis, Aida? un film con una ragion d’essere, ma la verità è che non basta mai un tema per fare un buon film (anzi talvolta film con grandi temi utilizzano le peggiori giravolte retoriche o i ricatti più biechi verso gli spettatori): Jasmila Žbanic è ben conscia di avere il dovere, tanto più dinnanzi a questa vicenda raccapricciante, di usare moralmente e con intelligenza il cinema, di non ingannare chi guarda e tutt’al più fargli percepire cosa sia il meccanismo del racconto, passibile addirittura di farci dimenticare ciò che sappiamo per poter continuare a sperare (non è un caso che il film si apra sottolineando che tutto si basa su una storia vera ma che i personaggi principali sono creati per la finzione).

Consapevole della materia ostica e dei pericoli che ha di fronte, la regista di Sarajevo fa breccia su più fronti: segue fino alla fine con grande empatia la protagonista, mette in scena la tragica inerzia dei militari olandesi cui era affidata la gestione della situazione, non è affatto reticente nel sottolineare quanto l’Onu tutta fosse disinteressata a mettere veramente mano a quello scomodo scenario bellico. Dai macchinari che non funzionano, ai telefoni dei superiori che squillano a vuoto, all’inesperienza di imberbi giovani mandati in mezzo a una guerra fratricida, la regista non può non ricordare i variegati ruoli politici che portarono all’evitabile strage. L’arroganza prepotente e ignobile delle milizie serbe guidate da Mladić – di fronte ai quali i Caschi Blu paiono dei lupetti, mentre restano fermi e categorici nel non “abusare” delle regole dinnanzi a semplici esseri umani – è il dolente controcanto degli incontri fortuiti tra un ex allievo e Aida, che era la sua professoressa, o di vicini di casa che incredibilmente da un giorno all’altro sono passati a far parte di due formazioni armate in lotta tra loro. È inevitabile che Quo Vadis, Aida? termini un po’ più in là, a guerra finita, ponendo l’inquietante domanda non solo di come sia stato possibile ma sopratutto di come sia possibile continuare e continuare a persistere, a restare (al mondo, gli uni con gli altri, ancora e ancora). Nel film non vediamo immagini di morte. Ma immagini di bambini ignari, a scuola, con la straniante sensazione che l’umanità ricominci sempre da capo, di nuovo, da zero. A vivere, a conoscere, a raccontare, a non imparare, a sbagliare…

Info
Quo Vadis, Aida? sul sito della Biennale.

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