The Disciple

The Disciple

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The Disciple, con cui il cinema indiano torna in concorso alla Mostra di Venezia a diciannove anni di distanza da Monsoon Wedding (La fiera della vanità, sempre di Mira Nair, era in tutto e per tutto un film occidentale) è l’affascinante racconto di un fallimento, quello di Sharad di diventare un esponente di spicco della musica classica dell’India settentrionale. I rāga che contrappuntano la narrazione dettano anche il ritmo di un’opera che Chaitanya Tamhane dirige con classe, e che rischia di essere poco compresa dal pubblico del Lido. Sarebbe un peccato.

C’è chi parte con un raga della sera e finisce per cantare La Paloma

Sharad Nerulkar ha consacrato sé stesso a un obiettivo: diventare un interprete della musica classica indiana. Una ricerca che dura tutta la vita, in cui solo pochi riescono. Iniziato dal padre a una tradizione millenaria, insegue il suo sogno con sincerità e disciplina, impegnandosi incondizionatamente nel suo percorso artistico. Cercando strenuamente di padroneggiare la sua arte ai massimi livelli, Sharad si fa strada all’interno dei misteri e dei rituali sacri delle leggende musicali del passato. Ma con il passare degli anni, Sharad dovrà confrontarsi tanto con la complessa realtà della vita nella Mumbai contemporanea, quanto con il percorso che ha scelto, che lo condurrà a trovare la sua voce autentica nella musica e nella vita stessa. [sinossi]

È un archivista, Sharad Nerulkar, protagonista di The Disciple. Converte su computer i nastri in cui la maestra di un’intera genia di musicisti classici indiani ha dispensato i suoi buoni consigli (lei che non ha mai voluto essere registrata durante le esecuzioni, preferendo che l’ascolto restasse solo nelle orecchie degli spettatori presenti), mantiene viva la memoria del padre – che proprio della maestra fu studente –, segue il proprio guru musicale con una pazienza e una dedizione che non hanno limiti. È lì ad accompagnarlo con il sitar sul palco, ma è anche pronto a pagargli le visite mediche, a massaggiargli le gambe, a vivere nella sua ombra. È un archivista, Sharad Nerulkar, e altro non può essere, anche se la sua ambizione sarebbe quella di divenire a sua volta un cantante noto, apprezzato, studiato da quei critici con cui pure bisticcia fino a tirar loro in faccia un bicchiere d’acqua. La verità, quella che attraversa il film bucandolo letteralmente da parte a parte, è che Sharad è un fallito. La sua vita è un continuo susseguirsi di fallimenti: non ha il talento necessario per potersi esibire come solista – e fatica anche a seguire il suo maestro nel controcanto –, non ha fortuna come creatore di cataloghi musicali, non viene preso in considerazione neanche dalla bibliotecaria cui ha portato le tanto preziose lezioni registrate della maestra. Attraverso gli anni cerca ripetutamente di trovare il proprio spazio, il pertugio necessario a potersi garantire un posto – anche piccolo – nella storia della musica dell’India settentrionale. Ma il suo orizzonte è limitato a qualche risposta piccata sotto un video di Youtube nel quale gli utenti trattano a male parole un suo concerto; e mentre invecchia, e incanutisce, può solo osservare una donna divenire una stella di prima grandezza a livello nazionale grazie a un talent show televisivo che sfrutta le basi portanti dei raga per trasformarle in musica pop, orecchiabile e priva di reale identità. È un archivista, Sharad Nerulkar, e l’unica cosa a cui può aggrapparsi, visto che a sfuggirgli tra le mani a mo’ di sabbia è proprio il talento, è il rispetto ossequioso delle tradizioni: fosse per lui, ora che è diventato professore di musica in una scuola, caccerebbe dal corso lo studente che vorrebbe provare a portare elementi di classica all’interno di un gruppo pop contemporaneo.

The Disciple è stato accolto con una certa freddezza, e una diffusa mancanza d’interesse, alla presentazione stampa alla Mostra di Venezia. Un peccato, e non solo perché si tratta del primo film indiano a prendere parte al concorso al Lido a diciannove anni di distanza da Monsoon Wedding di Mira Nair (la stessa Nair tornò in corsa per il Leone d’Oro nel 2004 con La fiera della vanità, ma in quel caso si trattava di una produzione in tutto e per tutto occidentale); la verità è che erano anni che un’opera come quella di Chaitanya Tamhane – i meno disattenti ricorderanno l’esordio Court, presentato alla Mostra in Orizzonti nel 2014 – non poteva neanche permettersi di sognare la partecipazione al concorso principale di Venezia. Non è eresia ritenere che questo cambio di rotta sia dovuto principalmente, se non in senso assoluto, agli effetti che il diffondersi del Covid-19 ha avuto sulla distribuzione internazionale. Eppure proprio The Disciple potrebbe essere il segnale per cambiare rotta, per tornare su posizioni più internazionaliste della Mostra, abbandonate nel corso degli anni durante la seconda reggenza di Alberto Barbera (che preferisce relegare tutto ciò che non è d’appeal mediatico nel secondo concorso, quello per l’appunto di Orizzonti). Dispiace dunque che la stampa stia perdendo l’occasione di contribuire a un rinnovamento del concorso, e delle sue logiche. Anche perché The Disciple non si adagia su nessun cliché del cinema indiano, né quello mainstream relativo alla produzione bollywoodiana né quello del cinema d’impegno e d’autore canonico, più prossimo alla prassi. Tamhane costruisce il viaggio di un ragazzo nella vita adulta, con il carico di disillusioni che questo percorso porta inevitabilmente con sé. Lo fa costruendo una narrazione che salta avanti e indietro nel tempo, ponendo i tasselli necessari per ricostruire il rapporto di Sharad con il mondo esterno: con le ragazze (vagheggiate, ma sostituite in larga parte dai video porno su cui si masturba la notte), con le figure paterne – il padre, che fin da bambino lo portava con sé a sentire i concerti all’alba sulle rive di un lago; il suo guru, che nonostante la fama termina la sua vita in totale povertà, senza che gli vengano neanche ripagate le spese di viaggio sostenute per raggiungere i luoghi in cui si deve esibire –, con la storia stessa della sua cultura, del mondo in cui è nato e cresciuto.

The Disciple è ovviamente anche il racconto di un mondo antico, chiuso in se stesso e minacciato dal moderno, dal meticciamento, dall’accettazione di culture musicali esterne. I rāga, che per ogni scala musicale sono teoricamente innumerevoli (pur rispondendo a regole precise e dettagliate), sono lo specchio dell’India anche al di fuori dei confini nazionali, ma non rappresentano in nessun modo la vita quotidiana della nazione contemporanea. Sono il ricordo dei tempi andati, e affondano nella leggenda anche per via di una documentazione reale abbastanza discontinua e in parte inconsistente: per questo Sharad reagisce con violenza di fronte al critico che sta smontando una per una tutte le sue divinità musicali. È sorprendente come Tamhane riesca a costruire a sua volta il film come un rāga, reiterando le sequenze chiave – vale a dire i fallimenti musicali nelle esibizioni dal vivo del protagonista – e allo stesso tempo sia in grado di edificare una struttura sfaccettata, multistrato, percorribile in più direzioni. Per niente ieratico, nonostante la sacralità di quel contesto musicale (non è comunque, come giustamente sottolineato in un dialogo, musica sacra, ma solo antica), The Disciple è un oggetto affascinante e mai allineato, mai prevedibile, mai semplicistico. Resterà con ogni probabilità incompreso: non per colpa dell’assenza di talento, ma di pazienza.

Info
The Disciple sul sito della Biennale.

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