Miss Marx

Il privato è politico nella Miss Marx di Susanna Nicchiarelli, presentato in Concorso alla Mostra di Venezia: seppellito l’importante padre, la figlia minore di Karl è una militante appassionata e intelligente che sceglie l’uomo sbagliato come compagno di vita. Un mélo puro su di una questione di cuore? Ovviamente no perché la vicenda privata di Eleanor Marx riflette sia il nuovo fronte di lotta contro l’oppressione maschile sulle donne sia e soprattutto la difficoltà di essere presenti a se stessi, coscienti e vigili, per poter compiere i cambiamenti e le rivoluzioni desiderate. Vivido, vivace, vitale, un po’ compilativo nel restituire lo “scenario” storico, Miss Marx è una scommessa ambiziosa anche a livello produttivo.

Coscienza di classe e coscienza di sé

La vita di Eleanor Marx, la figlia minore di Karl, dal giorno del funerale del padre nel 1883 al giorno del suo suicidio nel 1898… [sinossi]

Dopo Nico, 1988 premiato alla Mostra di Venezia nella sezione Orizzonti tre anni fa, la regista romana Susanna Nicchiarelli torna sulle tracce di un’altra esistenza, confrontandosi con un’altra donna realmente esistita, Eleanor Marx, la quarta figlia femmina del grande filosofo Karl, nonché la sestogenita avuta da Marx con la moglie Jenny von Westphalen. Miss Marx, questa volta nel Concorso principale della Mostra, dopo i titoli pop-punk (à la Marie Antoinette) esordisce con il discorso funebre della figlia per la morte del padre, togliendosi subito di mezzo l’enorme e ingombrante figura storica di Karl, per mettere immediatamente in primo piano Eleanor, donna, socialista, scrittrice e studiosa, attivista. All’interno di una ricostruzione d’epoca credibile ed elegante, Romola Garai incarna una donna risoluta, emancipata, moderna, che ha ben compreso le teorie economico-politiche del padre e del grande amico Engels, ma che al tempo stesso si intrappola con le proprie mani in un rapporto amoroso che si rivelerà deludente e profondamente triste e di cui non saprà mai liberarsi. Il conflitto vero del film è quello tra il milieu progressista e intellettuale in cui la giovane Marx è nata e cresciuta (e che il film palesemente appoggia) e le difficoltà reali del cambiamento umano, interiore, privato, che rendono Eleanor la protagonista di un mélo. Come si fa la rivoluzione senza piena coscienza anche dei rapporti reali tra persone o senza un rivolgimento radicale della sopraffazione tra i generi? In Miss Marx la protagonista resterà incastrata in questa domanda fino all’unica soluzione possibile ai suoi occhi, quella del suicidio.

Interessante, vivace e coraggioso, il film della Nicchiarelli si espone consapevolmente anche a parecchi dubbi e critiche. Se è vero che vediamo le condizioni degli operai inglesi, che Eleanor parla di politica ed è “ambasciatrice” dell’Internazionale Socialista, altresì vero è che Miss Marx pare assai più interessato al privato, al lato intimo di Eleanor, dai rapporti famigliari alla sua storia d’amore con Edward Aveling (Patrick Kennedy) anch’egli importante attivista socialista e compagno di militanza della protagonista. La cosa potrebbe apparire depotenziante rispetto al senso politico dell’immane lavoro paterno e persino della importante attività di Eleanor stessa, che nel film è abbondantemente messa in secondo piano, ma d’altro canto e se vista in una prospettiva differente la scelta è anche un potenziamento delle teorie e delle visioni folgoranti che attorno a Karl Marx si sono mosse e sono proseguite fino a qualche decennio fa. La ratio più semplice, palesata proprio da un monologo della Garai, è che accanto all’oppressione dei padroni sui lavoratori bisogna scardinare e ribaltare l’oppressione degli uomini sulle donne, due sopraffazioni perfettamente organizzate da una parte dell’umanità su di un’altra. Ma c’è una ragione più sottile, e forse disturbante se vogliamo, per cui il privato è politico in Miss Marx, ossia il fatto che nel film – e anche nella vicenda reale – Eleanor sceglie il suo uomo, un uomo già sposato e che dunque non le imporrà mai di divenire moglie e madre (come invece era “capitato” alla sorella maggiore Jenny, morta pochi mesi prima del padre Karl), non le dirà mai di non scrivere o non pubblicare o non fare politica per allevare marmocchi. Nonostante questo, però, la scelta non porta dove Eleanor desiderava perché sono molti i modi del dominio e molti quelli della dipendenza, molte le forme che riproducono catene e umiliazioni. E, forse, dobbiamo essere sempre pronti a spezzarle, non appena si intravedono, non appena ci ammorbano. La responsabilità dunque non è solo quella di divenire classe, maturando la coscienza dello sfruttamento e della violenza dei dominanti (siano i padroni o gli uomini), ma la responsabilità è anche quella di praticare questa coscienza, con tutte le immense difficoltà che questa pratica comporta, in maniera permanente, inesausta, continua, franca.

Ci sono due scene chiave, in questo senso, in Miss Marx (oltre al bellissimo finale). La prima scena è quando, ancora “giovani” nella loro relazione iniziata dopo la morte di Karl, Eleanor e l’amato Edward vengono inquadrati in un tête-à-tête in cui lei rinfaccia a lui di averla sempre manipolata, di essere la prosecuzione del narcisismo paterno quindi di non essere mai stata felice con lui ed essersi solo convinta di esserlo. Ma la scena è solo finzione, visto che i due stanno recitando Casa di bambola di Ibsen in un piccolo auditorio (Eleanor fu anche traduttrice e da giovane attrice). Eleanor non lo sa ancora, sicura nell’aver scelto un compagno socialista che condivide con lei idee e lotte, ma la coscienza di quella manipolazione autoinflitta sarà per lei, qualche anno dopo, la cosa più dolorosa da concepire e il fallimento della sua ipotesi amorosa il paradosso più mortale della vita. Altro momento chiave è il momento in cui Eleanor trova, dentro a un libro, una lettera d’amore che il padre scrisse alla madre. Una lettera dolcissima, in cui la semplicità dell’amore si rivela in una purezza disarmante: eppure Karl ha persino avuto un figlio da un’altra donna, e ha pregato Engels di fingere che fosse suo mentre la moglie Jenny era ben edotta del tradimento del marito con la governante di casa, in realtà una donna importantissima nella vita di Marx tanto che verrà sepolta accanto a Karl e Jenny. Un figlio non riconosciuto, un’altra donna e non priva di importanza, eppure le parole del 1863 di Marx a sua moglie sono cariche di dedizione e dolcezza: Eleanor scoppia a piangere, ma non solo per il ritrovamento affettivo che le fa avvertire vicino quel padre comunque impegnativo e che le ha mentito. Le lacrime sono anche per il fatto che Eleanor non ritrova una stilla di quel sincero amore nelle menzogne che ormai innervano la sua vita affettiva che lei crede ancora di poter controllare. La consapevolezza di ogni inganno e soprattutto autoinganno, l’illuminazione degli spazi di dominio che ancora non sono stati indagati, l’umiltà di non pensare mai di conoscerci totalmente dunque la necessità continua di ascoltarci devono affiancare la coscienza di classe in sé e per sé, fanno parte della rivoluzione, fanno parte del cambiamento e della pratica politica. Non ne sono la negazione, il fallimento, lo scoglio in cui la rivoluzione finisce: ne sono una parte. La natura umana non nega la rivoluzione, richiede però una sincera, franca, coscienza di sé. L’ultima scena, infatti, suggella in un ricordo d’infanzia di Eleanor la necessità giusta dell’utopia di questo circolo di intellettuali, la sacrosanta volontà di smascheramento che ha portato alle filosofie dialettiche e critiche. In un’istantanea felice nel budoir, Karl Marx, Friedrich Engels, Jenny e le figlie dicono cosa amano, cosa detestano, in un giochino gestito da Eleanor che, bambina, suggerisce che bisogna andare sempre avanti. La piena cognizione di sé è anch’essa utopica, ma il dovere di riconoscere la realtà dei rapporti di forza, di ogni genere, è la base su cui poggia il cambiamento possibile, orizzonte probabilmente irraggiungibile ma che orizzonte era e orizzonte resta. L’orizzonte della sincerità, della franchezza e dell’uguaglianza.

Se tutto questo ordito è più sfaccettato di quanto la trama mélo non mostri platealmente, nel film funzionano assai meno la parte in cui Eleanor va negli Stati Uniti con Edward o le scene di fabbrica e quella (evitabile) del bambino che la conduce dalla madre pressoché putrescente, come appunto ci fosse il dovere quasi “compilativo” di ricordarci che la protagonista non era solo figlia e amante, ma militante. Spariscono i figli di Marx non funzionali al racconto, Engels (John Gordon Sinclair) è un personaggio abbozzato alla cui presenza però non si può ovviare, mentre funziona il coté punk, usato con parsimonia da Susanna Nicchiarelli e nei momenti giusti, e che – con un meccanismo appunto non dissimile a quello usato da Sofia Coppola nel già citato film sulla Regina di Francia – avvicina la giovane Marx al ribellismo anni Settanta, all’urlo punk/rock spesso aporeticamente libero da poter abbracciare soltanto il paradosso. Coproduzione tra Italia e Belgio, girato in inglese con attori per lo più britannici, Miss Marx è un film dal profilo internazionale sia per il tema che per la classicità della narrazione – che si snoda lungo gli episodi salienti durante i 15 anni presi in considerazione – che per l’ottima “fattura” formale, dalle scenografie che ricostruiscono il tardo Ottocento ai costumi, per una volta usati anche in maniera razionale (molti vengono indossati più volte dalla protagonista, che di certo non era ricca, e anche a distanza di tempo). Un progetto ambiziosissimo che in altri tempi avrebbe sicuramente generato dibattito. Vedremo in questi…

Info
Miss Marx, il trailer.

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