Bad Roads

Bad Roads

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Esordio della regista ucraina Natalya Vorozhbit, Bad Roads racconta la guerra del Donbass senza mai mostrarla, quanto piuttosto riflettendola nell’esistenza di alcuni personaggi dolenti e in alcuni luoghi devastati, deserti, post-apocalittici. Tra i migliori film visti finora a Venezia 77. In concorso alla Settimana Internazionale della Critica.

Masters of war, you play with my world, like it’s your little toy

Quattro storie ambientate lungo le strade del Donbass in guerra. Non esistono luoghi sicuri e nessuno può dare un senso a ciò che sta accadendo. Nonostante siano intrappolati nel caos, alcuni riescono comunque a esercitare un’autorità sugli altri. [sinossi]

Viene da un testo teatrale scritto dalla stessa regista, l’esordiente ucraina Natalya Vorozhbit, il film Bad Roads, presentato in concorso alla Settimana Internazionale della Critica a Venezia 77. Viene da un testo teatrale, già messo in scena a Londra nel 2017, e si vede, ma per una volta questa filiazione la si nota in senso positivo, l’esatto contrario di quel che avveniva in Pieces of a Woman, il nuovo film di Mundruczó, visto anch’esso qua al Lido, in cui l’origine teatrale la si percepiva nei lunghi e fumosi monologhi e nella staticità della regia. Anche Bad Roads ha una regia statica, ma è una scelta e non una costrizione, e quella staticità si fa ben presto rigore, a partire da quel primo – leggerissimo – movimento di macchina (uno dei pochi in tutto il film) che parte dal fango di una strada di campagna e allarga l’inquadratura fino a un posto di blocco sorvegliato da dei militari.

Natalya Vorozhbit compie la scelta ardua di raccontare la guerra del Donbass senza mai mostrarla, ma solo rivelandone i riflessi nell’esistenza delle persone, accecate da questa guerra, pronte a divorare il prossimo pur di continuare a sopravvivere, attaccate alla vita come al cappio che allo stesso tempo le impicca, in un sadomasochismo disperato. Il film è diviso in quattro parti, in cui ciascuna supera l’altra per via una sempre più dolorosa abiezione e in cui ciascuna dialoga con l’altra in maniera indiretta e geniale, per una costruzione narrativa semplice quanto strabiliante per efficacia. Ciascuno dei quattro blocchi, infatti, presenta dei personaggi differenti, ma che hanno qualcosa in comune tra loro, come un filo sottile, un nome che ritorna e che inizialmente pensi possa essere lo stesso di cui si parlava prima, una storia che prima viene raccontata e poi mostrata ma che ha per protagonisti altri personaggi. Quando diventa chiaro – sostanzialmente con il terzo episodio – che i personaggi cambiano e vivono più o meno le stesse vite che vivono gli altri, si capisce che vi è un discorso ulteriore che passa attraverso questa costruzione narrativa, e cioè che, in un mondo abietto come quello provocato dalla guerra, i dolori e le ferite si ripetono uguali di persona in persona, i figli in un eterno ritorno vivono senza genitori morti in guerra e litigano con le nonne, i militari potrebbero spararti o violentarti da un momento all’altro, chiunque tu sia, uomo, donna, maiale, gallina. Si uccide per uccidere e, una volta che si è cominciato, si uccide tutto quello che si incontra sul proprio cammino finché non rimane più nulla, finché resta il deserto, finché l’olocausto è finalmente compiuto.

E in ogni episodio vi è un confronto serrato tra i personaggi in scena: nel primo un uomo viene trovato senza documenti a un posto di blocco, nel secondo una ragazzina seduta per ore a una panchina aspetta il suo uomo – un militare – e litiga con delle coetanee e poi con sua nonna, nel terzo una ragazza viene brutalmente picchiata da un militare e poi sembra che riesca a recuperarne l’umanità attraverso il dialogo, nel quarto una coppia di anziani campagnoli pretende un risarcimento assurdo da una donna che per sbaglio ha investito la loro gallina. E ciascuno di questi confronti/scontri ha il pregio di spostare gli equilibri tra i personaggi, tra chi è vittima e chi è carnefice, tra chi è disumano (si pensi alla ragazzina che dice delle cose orribili alla nonna) e tra chi mantiene l’umanità (si pensi alla straziante violenza di cui è vittima la ragazza, che però continua a dire che crede che l’uomo che la sta seviziando è buono, provocando un assurdo quasi alla Ionesco).

Bad Roads ci accompagna così agli inferi in sole quattro scene, perché ciascuno dei quattro blocchi è sostanzialmente costruito sia sull’unità di tempo che d’azione, e in soli quattro luoghi, che sono dei luoghi-non-luoghi, che sono delle location d’attesa, di passaggio, di non vita; e non è un caso che in tutto il film non si veda mai un appartamento, una casa, un rifugio, non solo perché in guerra si vive in strada, ma anche perché in guerra non c’è casa. Le quattro location sono: il posto di blocco nel mezzo del nulla, la panchina in un anonimo piazzale nel mezzo di orrendi palazzoni e accanto a una specie di bar sempre visto a distanza e sempre sfocato, un ex sanatorio abbandonato e desolante dove la ragazza viene reclusa, il cortile povero e sporco in cui i due campagnoli ricattano la donna. Anche questi luoghi trasudano dolore e senso di abbandono, così come i personaggi, come ciascun personaggio (persino tra il ghigno del militare violento del terzo episodio si riesce a percepire il dolore dell’esistere, anzi forse in lui in maniera più nettamente straziante che negli altri). E per tutti questi motivi, Bad Roads si segnala non solo come il miglior esordio visto quest’anno, ma anche come uno dei titoli migliori di Venezia 77.

Info La scheda di Bad Roads sul sito della Settimana Internazionale della Critica.

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