Mosquito State

Mosquito State

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Di ambizioni ne ha molte il polacco Filip Jan Rymsza, che torna a Venezia nelle vesti di regista (era al Lido due anni fa come produttore della versione di The Other Side of the Wind di Orson Welles) con Mosquito State, racconto di una follia che mescola Bret Easton Ellis e π – Il teorema del delirio di Darren Aronofsky. Ma a scavare sotto la superficie di questa paranoia indotta dalla finanza e dalle zanzare si rischia di trovare poco.

Wall Street Psycho

Agosto 2007. Isolato nel suo austero attico affacciato su Central Park, Richard Boca, un ossessivo analista dati di Wall Street, vede manifestarsi schemi inquietanti. I suoi modelli informatici si comportano in modo irregolare, così come fanno i nugoli di zanzare nell’appartamento: un’invasione che accompagna il suo crollo psicologico. [sinossi]

Sui titoli di testa di Mosquito State, con una scelta azzeccata da un punto di vista iconografico, si sviluppa l’intera vita delle zanzare, dalla deposizione delle uova nell’acqua fino alla trasformazione dapprima in larva e quindi in pupa, e infine nella famelica bestiaccia sibilante che terrorizza le notti per lo più estive di mezzo mondo. Parte come un vero e proprio film dell’orrore, Mosquito State, e su quel crinale continuerà a muoversi, a volte con estrema coerenza a volte cercando di sopravvivere a un racconto ben più asfittico e prevedibile di quanto con ogni probabilità pensi il suo stesso autore. È interessante notare come la proiezione veneziana, dove il film è collocato fuori concorso, rappresenti anche una delle pochissime, se non l’unica concessione della Mostra 2020, in piena pandemia da Covid-19, al genere: Alberto Barbera non sembra amare particolarmente la narrazione popolare, e ha colto la palla al balzo per far fuori dalla selezione tutte le opere che si approssimassero in direzione dell’horror, della fantascienza e del fantastico nel suo complesso. È sopravvissuto alla mattanza, un po’ come la zanzara che riesce a uscire indenne dagli zampironi là dove le sue compagne hanno già smesso di agitare le ali, questa bizzarra opera prima con cui per la prima volta il polacco Filip Jan Rymsza approda all’imbarcadero dell’Excelsior sfoggiando il patentino da regista. Al Lido infatti Rymsza c’era già stato in veste di produttore, accompagnando il corto Oh Gallow Lay di Julian Wayser, They’ll Love Me When I’m Dead di Morgan Neville e soprattutto The Other Side of the Wind, il sommo incompiuto di Orson Welles che proprio grazie a Rymsza – tra gli altri – poté essere terminato e mostrato al pubblico (sul grande schermo purtroppo quasi solo a Venezia, visto che poi a metterci le mani sopra è stato Netflix, riducendo notevolmente l’ampiezza dello schermo). Anche nel 2020, oltre a Mosquito State, il regista accompagna un incompiuto wellesiano che ha contribuito a produrre, HOPPER/WELLES. Ma questa è un’altra storia e merita di essere raccontata in un altro momento.

Le ambizioni al quarantaduenne nativo di Olecko non mancano di certo, dunque, e lo testimonia anche la sua prima incursione dietro la camera. Per quanto giochi a solleticare il pubblico con rimandi orrorifici, Mosquito State è un viaggio nel cuore nero dell’America del Capitale, racconto sulfureo di quella Wall Street la cui onnipotenza portò poco più di un decennio fa alla crisi più nera della finanza mondiale dopo quella del 1929. Il protagonista, complice pentito della macchina del capitalismo più bieco, è un nerd, genio della matematica così umbratile da non farsi quasi vedere in pubblico: dopotutto cammina zoppicando, è leggermente gobbo e il suo volto non fa trasparire una grande conoscenza del mondo, al di là dei freddi numeri che sa studiare con rara precisione. Questa visione lombrosiana è anche l’aspetto a cui più torna Rymsza, che in qualche misura sembra quasi occhieggiare alla favola de La bella e la bestia. È infatti la casuale conoscenza con una bella ragazza durante una festa aziendale a far uscire per la prima volta dal suo cono d’ombra Richard Boca (questo il nome del protagonista), ed è sempre il fallimento amoroso con la stessa nel corso della serata – lei ha comunque accettato di seguirlo nel suo appartamento, con una bellissima vista su Central Park; Richard d’altro canto possiede l’intero piano, che utilizza come cantina per bottiglie costosissime di vino pregiato che non sa nemmeno assaggiare visto che non beve – a far scattare nella testa del matematico la folle idea di mandare all’aria tutto (ha già previsto nei flussi di dati la crisi che si scatenerà nei mesi successivi) partendo dalla costruzione di una colonia casalinga di zanzare, cui è pronto a donare il proprio corpo per nutrirsi e rinforzarsi.

In un crescendo di follia che Rymsza dimostra di saper maneggiare solo a corrente alternata, e senza mai in ogni caso sconfinare nel vero delirio, trattenendo sempre lo sguardo, la macchina, la narrazione come se temesse che il tutto possa sfuggirgli malamente di mano, Mosquito State vorrebbe ergersi a riflessione teorica sul sistema occidentale, sull’incapacità di rinunciare all’accumulo da parte delle classi dominanti e sulla totale incomprensione del mondo da parte delle classi dominate. Per raggiungere l’obiettivo guarda ad American Psycho di Bret Easton Ellis, dal quale desume la riflessione su Wall Street e l’ambiente della New York upper class, e allo stesso tempo si atteggia a novello π – Il teorema del delirio. Ma se il delirante esordio di Darren Aronofsky non temeva di tracimare in territori disturbanti, seguendo le linee guida di Lynch, Cronenberg e Tsukamoto, Rymsza si accontenta di una blanda e neanche troppo esibita entomofobia. Così Mosquito State, nonostante non manchi di spunti interessanti e idee stimabili, rischia di rimanere una scatola pregiata ma vuota, una superficie levigata che è possibile apprezzare solo se non ha il ghiribizzo di voler scendere maggiormente in profondità. Lì, eccezion fatta per qualche dettaglio anatomico dei pestiferi ditteri, si rischia di non trovare pressoché nulla.

Info
Mosquito State, la scheda sul sito della Biennale.

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