Milestone

Milestone

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Nel raccontare la storia di un maturo camionista tormentato dal maldischiena e dal rimorso, Milestone di Ivan Ayr inquadra un’intera società, quella indiana contemporanea, ossessionata dal lavoro e troppo distratta per prendersi cura degli altri. In Orizzonti a Venezia 2020.

Uomini soli

Non appena il veterano camionista Ghalib raggiunge la soglia dei 500.000 chilometri – un record per la sua azienda – accusa un improvviso dolore alla schiena. Decide di tornare a casa, e nell’ingresso trova una lettera. Si reca allora nel suo villaggio deciso a impugnare una richiesta di risarcimento avanzata dalla famiglia della moglie defunta. Quando il consiglio del villaggio si pronuncia contro di lui, gli vengono concessi trenta giorni per stabilire un risarcimento adeguato. Mentre Ghalib lotta per risolvere il problema alla schiena, gli viene chiesto di addestrare un nuovo giovane camionista. A questo punto Ghalib inizia a temere che il suo lavoro e la sua vita gli stiano sfuggendo di mano. Come ogni pietra miliare, anche il record di Ghalib esige un prezzo da pagare. [sinossi]

L’ossessione per il proprio lavoro, anche quando questo non offre lauti guadagni né gratificazioni personali, è di certo un tema che merita di essere esplorato dal cinema contemporaneo, dato che innerva la quotidianità di milioni di persone, che ne siano consapevoli o meno. Ne offre una disamina amara il regista indiano Ivan Ayr con il suo Milestone (Meel patthar), racconto formativo, in buona parte on the road, con protagonista un maturo camionista tormentato dal maldischiena e dal rimorso per il suicidio della moglie.

Ghalib, questo il nome dell’autotrasportatore, ha appena raggiunto il record aziendale di ben 500.000 Km percorsi con il suo camion, quando viene a sapere che la famiglia della defunta consorte, ovvero il padre e la sorella minore della donna, esige un risarcimento per la perdita subita. Come se non bastasse, è in corso un aspro sciopero tra i suoi colleghi, e questo lo costringe, nonostante i dolori vertebrali, a caricare e scaricare il camion quasi completamente da solo. A sancire infine la sua senilità e sostituibilità, ecco arrivare poi un giovane e inesperto collega, affiancatogli dal boss affinché gli insegni tutti i trucchi del mestiere.

Forte della sua fluida struttura narrativa, fatta di incontri, volti, personaggi spesso a tutto tondo anche quando sostano pochi minuti in scena, Milestone trascina lo spettatore al fianco del suo protagonista, anche grazie allo stile di ripresa adottato da Ivan Ayr, mobile, ondeggiante, sempre a ridosso del dolorante Ghalib, a cui l’interprete Suvinder Vicky dona una maschera imperscrutabile, accigliata, e uno sguardo torvo, di chi la vita la affronta senza sapere bene cosa sta cercando. Al di là di ogni singola meta dei suoi viaggi lavorativi, Ghalib non sembra essere in grado di guardare, oltre al suo lavoro e all’accumulo di denaro, per lui non c’è più nulla. E probabilmente non c’è mai stato.

In tal senso Milestone si configura come un percorso all’interno della condizione di una società indiana costantemente intenta a fare “qualcosa” per tirare avanti, ma di fatto priva di prospettive, di un orizzonte, o anche di una più banale e strumentale lungimiranza. E sotto questa argomentazione sociale, Ayr (già autore dell’interessante Soni, presentato in Orizzonti nel 2018 e vincitore del Pingyao International Film Festival) ne lascia scorrere, e poi emergere, una ancora più dirompente: l’ossessione per il lavoro porta con sé una sostanziale indifferenza verso il prossimo. Sebbene infatti il protagonista si preoccupi per un collega più anziano e dal carattere rissoso, di fatto non è stato in grado di occuparsi della moglie, non comprende i familiari della donna, non ha mai fatto caso a chi siano i suoi vicini di casa, né al colore dei vasi che ha sul balcone.

E in tal senso, è sostanzialmente un film sul “prendersi cura”, di sé stessi così come degli altri, Milestone, in grado di fare un sapiente utilizzo di ogni suo strumento, narrativo o di scena che sia (i succitati vasi, un’automobilina giocattolo trovata sul balcone), di passare dal particolare (il dolore fisico di Ghalib) all’universale (un’intera società in perpetuo travaglio) per infondere così nello spettatore tutto il suo portato umanista, senza eccessi moralistici, ma con premura e attenzione.

Info: la scheda di Milestone sul sito della Biennale

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