Dear Comrades!

Dear Comrades!

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Presentato in concorso alla Mostra del Cinema di Venezia 2020, Dear Comrades! è un film complesso, stratificato, persino nostalgico. Ed è, soprattutto, l’ennesima dimostrazione dell’eclettico talento di Andrej Končalovskij, cineasta prima sovietico, ora russo, in passato anche hollywoodiano. Nel sanguinoso caos di Novočerkassk si intrecciano i destini dei singoli individui, di un intero popolo, di un ideale destinato inevitabilmente a implodere. Tragico, grottesco, melodrammatico, Dear Comrades! mette in scena la gabbia claustrofobica del comunismo russo, il tradimento del Potere, lo smarrimento del popolo.

Per la Patria, per Stalin!

Novočerkassk, URSS, 1962. Lyudmila è un membro del partito comunista locale: una convinta militante che nutre un’incrollabile fiducia negli ideali comunisti e un profondo disprezzo per ogni forma di dissenso. Durante una manifestazione operaia in una fabbrica di locomotive, la donna assiste a una sparatoria sui dimostranti ordinata dal governo per reprimere lo sciopero: un evento che cambierà per sempre la sua visione del mondo. Molti i feriti e numerosi i dispersi. La città è sconvolta dagli arresti, da condanne sommarie e dal coprifuoco. E in quei giorni la figlia di Lyudmila scompare nel nulla. Per la donna inizia così un’affannosa quanto rischiosa ricerca, senza sosta e senza quartiere – a dispetto del blocco della città, degli arresti e dei tentativi di insabbiamento da parte delle autorità. Il film è basato su un fatto realmente accaduto a Novočerkassk il 2 giugno del 1962 e secretato fino agli anni Novanta… [sinossi]
Volevo fare un film sulla generazione dei miei genitori,
quella che ha combattuto ed è sopravvissuta alla Seconda Guerra Mondiale
con la certezza che si potesse morire “per la Patria, per Stalin”
e con una fiducia incondizionata negli ideali del comunismo:
milioni di persone che cercavano di fondare una nuova società.
– Andrej Končalovskij

Tra le mille parole e gli snodi narrativi di Dear Comrades! ( Dorogie Tovarischi!) si apre un abisso incolmabile, annichilente, tragico: è la distanza siderale tra gli ideali di milioni di persone, che per la Patria e il Partito hanno sacrificato tutto, e il sanguinoso fallimento del comunismo sovietico, il tradimento degli uomini di potere, dei vertici. In un bianco e nero che trova una struggente sublimazione nella sequenza finale, Končalovskij torna sui fatti oscuri di Novočerkassk e riesce a districarsi con estrema sagacia dalle pastoie della pellicola governativa, facendoci (quasi) dimenticare le concessioni putiniane di Paradise. Tributo alla generazione dei suoi genitori e a una purezza perduta, Dear Comrades! è anche una possibile chiave di lettura del suo cinema, di una carriera che ha attraversato più di una tempesta.

Tutti devono camminare in punta di piedi in Dear Comrades!, persino Končalovskij.
Le parole, le azioni, anche le frequentazioni, possono trascinare chiunque all’inferno, al confino, davanti a un plotone d’esecuzione. A saperlo benissimo, in una delle sequenze più emblematiche del film (in una macchina che contiene a fatica i due uomini, ennesima pennellata di una messa in scena che predilige interni claustrofobici, rimarcati dal formato 1.33 e dai quadri fissi), sono gli stessi ufficiali del KGB, vecchie volpi come il nonno della protagonista, un cosacco disilluso che ne ha viste troppe – prima di Chruščёv, prima di Stalin, prima di Lenin, in un lungo giro che riporta ai Romanov e, volendo, a Putin.
Ecco, Putin.
Il vero capolavoro di Končalovskij è di aver messo in piedi un film sagacemente bifronte, perennemente in bilico come i suoi personaggi. Come il vecchio cosacco, come l’ufficiale del KGB, come Lyudmila nel meraviglioso finale sui tetti, Končalovskij è intriso di consapevolezza, sa come muoversi. Come camminare in punta di piedi e (r)aggirare potere e censura. In questo senso, Dear Comrades! è la summa del cinema storico-politico di Končalovskij, la sua forma più compiuta, fortunatamente lontanissima dalle spudorate forzature di Paradise, capace di guardare alle complessità del passato (anche questo bifronte, con il XX Congresso del Partito Comunista dell’Unione Sovietica come spartiacque storico, politico e generazionale) e del presente. Non la sua pellicola migliore, forse quella che suggella un lungo percorso non privo di contraddizioni e di ostacoli – basterebbero altri tre titoli per inquadrare la singolarità della filmografia končalovskijana e il suo invidiabile arco temporale e produttivo: Storia di Asja Kljacina che amò senza sposarsi (1967), A 30 secondi dalla fine (1985) e The Postman’s White Nights (2014).

Dear Comrades! è un film di contrapposizioni, di dualismi messi alle corde. Madre e figlia. Stalin e Chruščёv, il palazzo e la piazza, gli interni e gli esterni, i manifestanti e il KGB. Ma anche l’esercito e il KGB: «è un militare, ma potrebbe anche essere una brava persona». Un film di cambiamenti illusori. Di illusioni che implodono. La strage di Novočerkassk diventa tra le mani di Končalovskij una metafora complessa, un cubo di Rubik del comunismo sovietico. Anche un esercizio di stile, ma mai sterile: si veda la già citata sequenza sul tetto, col bianco e nero che finalmente si ravviva, innaturale e densissimo. Una sottolineatura cromatica che sembra quasi presa dalla controparte statunitense, dai melodrammi familiari degli anni Cinquanta/Sessanta, con quei finali così carichi di non detti, di allusioni camuffate dai colori sirkiani. Anche in qual caso si aggirava la censura.

Quasi dimesso nelle prime sequenze di massa, caotico e frammentario nel seguire i percorsi disperati di Lyudmila (prima come donna di partito, poi come madre), Dear Comrades! è efficace nella messa in scena – trattenuta, ma incisiva – del massacro. Il formato diventa quasi lapidario, una trappola mortale.
Nel disseminare frammenti di inadeguatezza e terrore, sia all’interno del Palazzo Atamansky sia tra le strade e le case, Končalovskij in realtà rimette insieme i pezzi di una lentissima disintegrazione, prima morale, poi politica, infine storica. Non siamo più nel paese di Stalin, in quella Russia così (artificialmente) compatta da creare un enorme funerale continentale – si veda, in questo senso, State Funeral (2019) di Sergei Loznitsa. Il massacro di Novočerkassk è la fine di tutto: non ha più senso l’orgoglioso stalinismo di Lyudmila, non hanno senso nemmeno le speranze adolescenziali della figlia Svetka. Il rinnovamento del XX Congresso ha mostrato le sue fatali crepe ai confini dell’Impero, sacrificando e tradendo lavoratori e dirigenti – emblematica la colata di asfalto sulla piazza, la festa serale, la musica (diegetica, ironico/tragico contraltare che attraversa l’intera pellicola).

Info
La scheda di Dear Comrades! sul sito di Venezia 2020.

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