Le sorelle Macaluso

Le sorelle Macaluso

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Presentato in concorso a Venezia 77, Le sorelle Macaluso è l’adattamento cinematografico di un acclamato spettacolo di Emma Dante, da lei stessa portato sullo schermo. Quella che è stata una protagonista della nuova scena teatrale italiana trova nel cinema una nuova linfa per rappresentare un universo archetipico matriarcale, in un percorso che comincia con la carnalità vitale e solare palermitana per poi diventare riflessione amara sulla caducità della vita.

Carnezzeria

Maria, Pinuccia, Lia, Katia, Antonella. L’infanzia, l’età adulta e la vecchiaia di cinque sorelle nate e cresciute in un appartamento all’ultimo piano di una palazzina nella periferia di Palermo. Una casa che porta i segni del tempo che passa come chi ci è cresciuto e chi ancora ci abita. La storia di cinque donne, di una famiglia, di chi va via, di chi resta e di chi resiste. [sinossi]

Una scena buia. Qualcuno sta disperatamente aprendo un buco in una parete con un bastone, finché finalmente, a opera realizzata, un fascio di luce inonda tutto. Così comincia Le sorelle Macaluso, l’adattamento cinematografico che Emma Dante ha fatto di un suo lavoro teatrale di successo. Ci sono vari modi di interpretare questa iniziale metafora. Un fascio primario di un cinema che illumina, come un occhio di bue, uno spettacolo teatrale, che rende naturalistica una scena che sul palcoscenico rimaneva nel buio. Ma questa scena è anche la traduzione del flashback con cui lo spettacolo inizia. Qualcuno guarda al passato, alle vicende della propria infanzia, adolescenza più o meno spensierate e cariche di energia vitale, di quella solarità e carnalità palermitane di cui Emma Dante è una grande cantrice.

La struttura narrativa di alternanza passato e presente del lavoro teatrale, che inizia con il ritrovo delle sorelle (a teatro sette, ridotte a cinque al cinema) al funerale di una di loro dove rievocano la propria vita, è corretta in una linearità che alla fine comunque pure si interrompe, come quei paradossi dei fantascientifici viaggi del tempo di cui una delle sorelle è appassionata, che si fondano sulla possibilità di modificare il passato. Altre due volte verrà usato quel pertugio, l’ultima delle quali, quando ormai i personaggi sono invecchiati, per guardare alla propria infanzia come in un film. Emma Dante è consapevole del nuovo mezzo, lo mostra, lo esibisce e un’arena estiva di cinema all’aperto diventa lo sfondo della scoperta dell’amore di una delle sorelle.

Le sorelle Macaluso, presentato nel concorso di Venezia 77, è la seconda avventura cinematografica per Emma Dante, dopo Via Castellana Bandiera, che pure venne presentato al Lido, che era tratto a sua volta da un libro dell’eclettica artista palermitana. Questa volta il film è l’adattamento proprio di un suo spettacolo teatrale di grande successo. Inutile dire che la regista evita il teatro filmato per un lavoro teatrale che è infilmabile, che richiede tutta una serie di aperture figurative e narrative. La regista trova tutta una serie di inquadrature che in qualche modo vogliono porsi come punti di vista espressamente antiteatrali. Inquadrature sul pelo dell’acqua mentre le sorelle sono al mare, punti di vista dal basso, visioni offuscate, annebbiate dall’acqua di mare, svolazzi sulla città con stormi di piccioni che occupano il cielo. Emma Dante trasferisce la sua eccentricità della messa in scena sul palcoscenico in un’eccentricità del linguaggio della mdp, a volte fin troppo insistito. E trova nel cinema un sapore scenografico che nel suo teatro povero, nel suo spazio vuoto teatrale non aveva mai perseguito. Così gli interni dell’appartamento delle sorelle diventano un’occasione di composizione dell’immagine che si fonda sull’accumulo di oggetti scenografici: il “pupo” appeso (richiamo anche all’evocazione dell’opera dei pupi che faceva nello spettacolo), il ritratto del clown, il pupazzo di Pinocchio, feticci che si accumulano nella casa nelle varie epoche del film che seguono l’invecchiamento delle sorelle fino ad arrivare allo smantellamento finale di quelle scenografie domestiche, così come succede per quella credenza, massima espressione scenografica della casa, decorata da un’immagine di paesaggio tropicale, sormontata da quadri. Immagini che peraltro sono enfatizzate da inquadrature fisse in un film che non lesina sui movimenti di macchina.

La scenografia della casa è come una resistenza disperata al tempo che passa, e che porta al disfacimento invece dei corpi, con i suoi oggetti come il piatto che se si rompe deve essere ricomposto con la colla. Come quelle case delle nonne con i loro cimeli, i centrini, che sopravvivono finché sopravvive la nonna. Una resistenza perseguita testardamente, come quegli oggetti feticcio che le sorelle si portano dietro, come i kinder. E così anche gli esterni che riprendono una Palermo di periferia vera, l’anima della città, con quei palazzoni incrostati, con quel canale che li costeggia, dove le ragazzine possono giocare in un parco popolato da dinosauri.

Dal suo teatro Emma Dante si porta dietro un’esposizione di corpi, una carnalità palermitana, una fisicità estrema. Le ragazze che ballano, trascinando nel ritmo i bagnanti della spiaggia, quando si è giovani, che diventano decadenti, flaccidi, irriconoscibili rispetto alla grazia giovanile, da vecchi. Corpi sfatti che registrano il passare del tempo, che la regista fotografa impietosamente, anche nelle loro nudità, parte di quel realismo crudo che si vede nella scena del vomito. Il pesce finto, di tonno e maionese, che le sorelle servono a tavola, sembra l’emblema di questa decadenza. Che trova rispondenza anche nella scena della dissezione degli animali: i corpi smembrati di animali bellissimi, il cerbiatto cui viene estratto il cuore, il fenicottero. E così si arriva alla scena madre in cui una delle sorelle indossa il tutù da ballerina della sua adolescenza, annunciando di avere il cancro, davanti a un vassoietto di dolci siciliani coloratissimi, cassatine, cannoli, che spappolerà per farne una massa cremosa indistinta.

Emma Dante ha rappresentato uno dei nomi cardine della nuova scena teatrale italiana a partire dagli anni 2000, con certi suoi spettacoli che sono diventati dei cult e che hanno ricevuto tanti riconoscimenti. È stata anche scelta per la regia lirica di una prima della Scala, una Carmen nel 2009, che le attirò le critiche dei bempensanti tradizionalisti capitanati da Zeffirelli per la sua messa in scena innovativa e sperimentale. Possiamo perdonarle alcuni ingenui estetismi, gli svolazzamenti sul cielo, la melensa musica di Satie (che andrebbe abolita per legge). Ma con il suo secondo film, il suo universo poetico, che a teatro stava un po’ smorzandosi, trova nel cinema una nuova linfa creativa. E restituisce un ritratto potentissimo di un universo matriarcale palermitano che diventa parabola della caducità e della fragilità della vita.

Info
La scheda di Le sorelle Macaluso sul sito della Biennale.

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