I predatori

I predatori

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I predatori mette in mostra la voglia di lavorare una materia sempre meno sgrezzata dal cinema italiano, il grottesco. Lo fa a tratti con consapevolezza e a tratti aderendo a un’estetica fin troppo facile. Nel complesso l’esordio di Pietro Castellitto non è privo di interesse, ma si dimostra confusionario. Presentato e premiato, un po’ generosamente, nella sezione Orizzonti di Venezia.

Il corpo di Nietzsche

È mattina presto, il mare di Ostia è calmo. Un uomo bussa a casa di una signora: le venderà un orologio. È sempre mattina presto quando, qualche giorno dopo, un giovane assistente di filosofia verrà lasciato fuori dal gruppo scelto per la riesumazione del corpo di Nietzsche. Due torti subiti. Due famiglie apparentemente incompatibili: i Pavone e i Vismara. Borghese e intellettuale la prima, proletaria e fascista la seconda. Nuclei opposti che condividono la stessa giungla: Roma. Un banale incidente farà collidere quei due poli. E la follia di un ragazzo di venticinque anni scoprirà le carte per rivelare che tutti hanno un segreto e nessuno è ciò che sembra. E che siamo tutti predatori. [sinossi]

“Nietzsche è morto vergine. Perché Nietzsche soffriva di continue crisi di vomito? Perché Nietzsche aveva terribili mal di testa? Perché Nietzsche è diventato pazzo? Questi sono soltanto alcuni dei dubbi che verranno definitivamente risolti con la riesumazione”. Si può riesumare il corpo di un filosofo per scoprire non quel che pensava, ma i motivi che lo avrebbero spinto a pensare quel che pensava? Come direbbe il professore che ha tra i suoi pupilli – anche se è messo all’angolo per le sue stramberie – il giovane Federico, questo è soltanto uno degli interrogativi che si pone, proponendolo alla sua platea, I predatori, il film con cui esordisce alla regia Pietro Castellitto e che, al di là di ogni possibile previsione, è stato l’unico titolo in grado di “compensare” la Rai con un premio alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Non è possibile, anche se con il testo filmico non ha alcuna relazione diretta, approcciarsi a I predatori a solo un paio di giorni di distanza tanto dall’inedito e un po’ scombiccherato discorso sul palco del premiato Castellitto (ha esordito affermando “solo gli infami e i traditori sono brevi nei ringraziamenti”), quanto e ancor più dalla vibrante protesta che l’azienda di Stato ha mosso nei confronti della giuria della Mostra per voce dell’amministratore delegato Paolo Del Brocco senza tener conto di tutto ciò. Nonostante sia un progetto che nasce in seno a Fandango, I predatori è un film che è stato portato a termine grazie all’intervento massiccio della Rai, anche perché un budget intorno ai due milioni di euro per un’opera prima di questi tempi non è facile trovarlo. Castellitto è l’unico vincitore Rai della settantasettesima Mostra di Venezia, e si trova costretto suo malgrado a portare sulle spalle il peso dei mancati successi di Susanna Nicchiarelli, Emma Dante e in particolar modo Gianfranco Rosi. Al contrario delle colleghe e dei colleghi il ventinovenne Castellitto non prendeva parte al concorso principale, ma ha ottenuto il premio per la sceneggiatura nella sezione Orizzonti, dov’erano in gara anche l’italo-svizzero Guerra e pace di D’Anolfi/Parenti e l’italo-britannico Nowhere Special di Uberto Pasolini, entrambi con la partecipazione in produzione della Rai ed entrambi rimasti a loro volta a bocca asciutta – dispiace in particolar modo per i due documentaristi, che hanno portato al Lido la loro opera più matura. A sovraccaricare di attenzioni il film è poi stata la constatazione che, eccezion fatta per i tre italiani selezionati nella Settimana Internazionale della Critica (The Book of Vision di Carlo Shalom Hintermann, Non odiare di Mauro Mancini e The Rossellinis di Alessandro Rossellini), I predatori fosse l’unico esordio presente alla Mostra e battente bandiera tricolore.

Sono sufficienti le prime inquadrature per rendersi conto del livello tutt’altro che modesto delle ambizioni di Castellitto: tanto il piano-sequenza che vaga di personaggio in personaggio (tutte, tranne una, comparse) per le strade del lungomare di Ostia quanto l’incontro in casa tra il misterioso uomo interpretato da Vinicio Marchioni e la madre dei Pavone, fascistoni dediti al culto (e allo smercio sia legale che illegale) delle armi dimostrano le velleità autoriali del regista, la sua volontà ferrea di sfuggire alle grinfie della produzione media nazionale. Il suo film posiziona la macchina da presa là dove molti suoi coetanei non penserebbero neanche di poterla fissare, gioca con stacchi di montaggio che passano da primi piani stretti a totali in penombra, utilizza la steadycam per donarsi la massima libertà, più di movimento che espressiva. I predatori è un’opera che gronda di desideri solo in parte espressi di uccidere i padri, tanto biologici quanto ideali: in qualche misura il personaggio di Federico, che non a caso interpreta proprio il regista (Pietro Castellitto si conferma un attore non disprezzabile e già abbastanza carismatico, come aveva dimostrato anche ne La profezia dell’armadillo di Emanuele Scaringi, dov’era Secco), appare come una proiezione diretta dell’esordiente, come lui deciso a far saltare in aria il sistema e allo stesso modo altrettanto confuso, e dunque impossibilitato a mettere davvero in pratica quel che teorizza. Se lo scoppio della lapide nietzschiana non porterebbe in ogni caso a niente, tanto meno a “far fuori” la famiglia borghese del protagonista, le pur apprezzabili traiettorie grottesche e la messa in scena non di prammatica – per la produzione nazionale, sia chiaro – non possono far saltare il banco di un cinema accomodatosi nelle agiate poltrone della borghesia. Non è casuale che Castellitto contrapponga da un lato l’agio annoiato e ritorto su se stesso della classe intellettuale romana – i genitori del protagonista sono un chirurgo e una regista – e dall’altro la vis proletaria e imbastardita dei fascisti di Ostia (che sempre Roma è, anche se si fa di tutto per far finta che non sia così), ma l’operazione alla lunga svela la fragilità del pensiero dell’autore, anche artefice della sceneggiatura.

Centro contro periferia, intellettuali contro negozianti, sinistrorsi contro fascisti, filosofi contro armaioli. La dialettica non mancherebbe, non fosse che Castellitto riduce tutto a uno scontro netto, chiaro, privo di ombreggiature: le famiglie dell’alta borghesia si tradiscono amabilmente tra amici, quelle dei fascisti della piccola borghesia soffrono le violenze fisiche e psicologiche degli zii cattivi. È solo un esempio, ma permette di far capire come pur animato da istinti da coltivare I predatori non sappia davvero uscire dal percorso tracciato. Un’eresia reale – a Venezia c’erano RezzaMastrella con il loro apocalittico Samp, presentato nella selezione delle Giornate degli Autori – dopotutto la produzione “ufficiale” non la consentirebbe. È un film a un tempo borghese e anti-borghese I predatori, e quindi inevitabilmente si fa confuso, contorto, appiattisce il discorso perché non potrebbe davvero portarlo alle estreme conseguenze. È affascinante che Castellitto, nato nel 1991, decida di tripartire il suo film, facendo collidere lo slapstick surreale con la commedia all’italiana e perfino la commedia borghese transalpina, ma il gioco non riesce a reggere fino in fondo. Così, dopo una mezz’ora che rapisce l’occhio e sembra presagire fughe in avanti davvero inusuali I predatori rientra nella zona di conforto, nell’area protetta, e non si espone realmente ai fucili di precisione dell’immaginario, ai bombardamenti che pure invece mette in scena nel film. Viene dunque da pensare all’occasione sprecata, e per quanto ci si possa affidare al futuro, e a ciò che d’ora in avanti potrà fare Pietro Castellitto, è la delusione a farsi largo nella mente dello spettatore.

Info
I predatori sul sito della Biennale.

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