In Between Dying

In Between Dying

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In Between Dying, che segna la seconda incursione nel lungometraggio di finzione per l’ottimo documentarista Hilal Baydarov, sembra vivere solo ed esclusivamente dello strapotere della costruzione delle immagini di cui è composto. Ma proprio questa sudditanza nei confronti della perfezione fotografica rischia di essere il limite maggiore di un’opera prima affascinante eppure incompiuta, che pure ha trovato spazio in concorso alla Mostra di Venezia.

Ritorno a casa

Davud è un giovane incompreso e irrequieto in cerca della sua “vera” famiglia, coloro che nel profondo sente porteranno amore e significato nella sua vita. Quando, nel corso di una giornata, si trova a vivere una serie inaspettata di incidenti, che risulteranno fatali per diverse persone, riemergono ricordi invisibili, vicende e preoccupazioni. Davud è catapultato in un viaggio all’insegna della scoperta, nel quale non riesce a riconoscere la sua “metà mancante”, fino a quando arriva ad accettare il fatto che vivere in pericolo è il suo destino, che la morte avrà sempre la meglio rispetto alle sue vicende personali e che liberarsene sarà la sua iniziazione per addentrarsi appieno nella vita. Dopo avere intrapreso un cammino in divenire, alla fine Davud ritorna nel luogo dove ha sempre vissuto. Qui trova l’Amore ad attenderlo, ma forse è troppo tardi. [sinossi]

Soffermandosi a pensare a In Between Dying (traduzione letterale dell’azero Səpələnmiş ölümlər arasında, scelto per il titolo internazionale), secondo lungometraggio di finzione dell’apprezzato autore di documentari Hilal Baydarov, si potrebbe con grande facilità cedere alla tentazione di criticarne la scelta di averlo selezionato in concorso alla Mostra di Venezia. Non sono poche infatti le ingenuità riscontrabili in questo film, piccolo sotto il profilo produttivo ma dalle ambizioni autoriali spropositate. Proprio per evitare di cadere in questo tranello si dovrebbero però prendere in esame due fattori: il contesto nel quale il film si è venuto a trovare e, forse soprattutto, il valore politico di una tale scelta. Non è certo un film perfetto In Between Dying, ma per quanti altri titoli in corsa per il Leone d’Oro può valere lo stesso discorso? È forse “perfetto” And Tomorrow the Entire World di Julia von Heinz? Sono perfetti, nonostante le notevoli pretese, Amants, Nuevo orden, Sun Children, PADRENOSTRO? Appare evidente che i lavori della Mostra in quest’anno così peculiare abbiano intrapreso percorsi poco battuti, perfino inusitati. La Mostra è stata in qualche modo “costretta” a esulare dalla prassi, a sfidare le proprie idiosincrasie, ad allargare lo sguardo, dirottandolo verso orizzonti dimenticati. In altre annate Baydarov avrebbe faticato a trovar spazio in Orizzonti, altro che il concorso principale. Avrebbe lasciato il posto a produzioni anglofone, o francesi. Magari queste nazioni avrebbero proposto film più solidi, ma il compito di una “mostra”, concetto assai diverso da quello di “festival”, è muoversi a trecentosessanta gradi in giro per il mondo. E per l’Azerbaijan il 2020 verrà ricordato come l’anno in cui per la prima volta nella sua storia la nazione partecipa in concorso a uno dei principali festival europei. Eccolo dunque il secondo fattore: una cinematografia sconosciuta ai più ha l’opportunità di sedersi al tavolo dei grandi, di finire sotto la luce dei riflettori, di costringere l’ozioso popolo degli accreditati a confrontarsi con un approccio all’immagine diversa. Dopotutto finora il mondo azero veniva citato solo per le splendide location di Vicino al mare più azzurro (il capolavoro libero e profondamente anti-stalinista di Boris Barnet) e Sole ingannatore, che Nikita Mikhalkov trasse dalle pagine del romanzo dello scrittore di Baku Rustam Ibragimbekov.

Certo, si dirà che per promuovere al meglio un sistema produttivo finora poco battuto si sarebbe potuto puntare su un film più maturo di In Between Dying, ed è un’osservazione comprensibile. Baydarov gira attorno ai suoi punti fermi, a partire dal rapporto madre-figlio per arrivare al mito del ritorno a casa. Ma se nella trilogia documentaria composta da Birthday, Mother and Son, e When the Persimmons Grew (girata interamente nell’arco di un anno e poi rimasta chiusa nel cassetto per oltre un lustro, prima che i festival internazionali legati al mondo del cinema “del reale” si rendessero conto dell’abbaglio e si decidessero a mostrarli) si avvertiva uno scarto profondo nella ricerca di un’immagine che potesse comporsi di detriti simbolici senza però mai smentire la verità profonda di ciò che avviene davanti alla camera, in quest’occasione Baydarov si trova a dover costruire da zero l’intero impianto narrativo, adagiandosi dunque in una postura che non prevede più il dolore di dover mettere in gioco parti di sé. Il giovane regista azero – è nato nel 1987, e ha appena trentatré anni – si diverte a costruire una dialettica continua tra gli esseri umani e quel paesaggio che nella sua maestosità non funge mai da puro sfondo, ma contribuisce a irrobustire il lirismo del regista. Nel suo formalismo d’alta classe ma un po’ freddo e sopra a ogni altra cosa programmatico, Baydarov insegue la poesia tanto nei dialoghi quanto nella natura, motore d’ogni cosa eppure testimone muto e immoto della vicenda (una storia che flirta vagamente con il noir, ma senza mai cedere alla tentazione di lavorare con il genere). Il suo minimalismo surreale colpisce solo a tratti il bersaglio, anche perché a conti fatti il film riduce tutta la sua speculazione a una lettura abbastanza facile della colpa e dell’impossibilità a sfuggire a se stessi e al proprio destino. Un destino eternamente, inevitabilmente legato alla morte – altro elemento già presente nella trilogia documentaria.

Alla conclusione del suo viaggio circolare ben poco sarà davvero mutato in Davud, il protagonista. Anche le riflessioni su vita, morte e matrimonio che si scambiano i personaggi non possiedono chissà quale profondità, e si limitano a vagheggiare lacerti di poemi per afferrare l’egogla anche nella sozzura, o nella turpitudine – Davud è inseguito da scherani che hanno ricevuto l’ordine di ucciderlo, e sulla sua strada incontra l’umanità più disparata, a partire da una ragazza rabbiosa trattata come un cane alla catena dal padre. Tutto l’impianto filosofico, fin troppo esibito, resta però in superficie, dominato da un’amore per la bella immagine che certifica il talento di Baydarov ma fa apparire il film come una sequela di perfetti quadri dall’anima svuotata, istantanee che non sanno andare oltre il bozzetto. Quasi si trattasse di un’opera in nuce, da far sopravvivere sotto la cenere dell’estetica. In quest’ottica forse la produzione curata tra gli altri da Carlos Reygadas non ha aiutato a trovare strade diverse e meno ellittiche. Baydarov avrà tutto il tempo – quel tempo che nel film non è concesso a Davud – per svicolare dalle gabbie dell’immaginario in cui si auto-rinchiude (e nelle quale aleggiano spettri di Malyan, Paradžanov, e su tutti Tarkovskij) e muoversi definitivamente dentro e fuori la propria terra, tornando a sua volta a casa come autore, e non solo come abile cesellatore.

Info
In Between Dying sul sito della Biennale.

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