Ghosts

Presentato e premiato alla 35a Settimana Internazionale della Critica, Ghosts (Hayaletler) rappresenta l’esordio al lungometraggio di finzione per la filmmaker turca Azra Deniz Okyay, una fotografia impietosa della Turchia di Erdogan, dove ogni anelito alla parità di sessi è soffocato da forze reazionarie di mentalità patriarcale, che sono le stesse che stanno operando la gentrificazione urbana del paese.

C’è del marcio in Turchia

Nel corso di una giornata in cui un sovraccarico di corrente minaccia l’intero paese, quattro personaggi incrociano le loro strade a Istanbul, in un quartiere in fase di gentrificazione per la costruzione della “Nuova Turchia”: una madre il cui figlio è in prigione, una giovane ballerina, un’artista-attivista e un astuto intermediario. Le loro storie si intrecciano nel corso di un affare di droga, offrendoci un racconto ruggente della Turchia contemporanea. [sinossi]

Un blackout totale nel paese mette in ginocchio la Turchia. Le autorità alla radio danno la colpa a non precisate cospirazioni a opera di potenze straniere, seguendo la classica strategia di creare un nemico esterno per compattare il popolo in un contraccolpo reazionario. L’interruzione della distribuzione elettrica diventa una facile metafora del buio in cui è sprofondato il paese negli ultimi anni. Tutto ciò nella testimonianza della giovane filmmaker Azra Deniz Okyay che con Ghosts (titolo originale: Hayaletler) firma il suo primo lungometraggio di finzione, trionfatore alla veneziana Settimana Internazionale della Critica 2020. Un clima paranoide alimentato dalle autorità che non esitano a collegare la morte del losco affittacamere, in realtà un personaggio assolutamente filogovernativo, con la minaccia terroristica che grava sul paese.

Azra Deniz Okyay racconta, con eccessivo schematismo, un paese prostrato dalla recessione, dove tutti sono in cerca di un lavoro o di un prestito, e in mano a una sorta di cupola che assomma un sistema patriarcale, maschilista a un’attività di speculazione edilizia che sta mettendo le mani sulle città, un sacco della Turchia. Emblema di questo sistema è il losco personaggio di cui sopra, affittuario usuraio che fa cinicamente affari con i disperati profughi siriani in cerca di casa che finiscono in stanze affollate nei letti a castello. Quest’uomo non esita a fotografare e segnalare a una sorta di polizia politica (ufficialmente antiterrorismo), le donne che organizzano manifestazioni. Un esaltato della nuova Turchia che sta sorgendo, appoggiandosi da un lato ai valori tradizionali, retrogradi, religiosi e moralistici, dall’altro alla cancellazione di un’eredità urbanistica popolare da cancellare per far posto a palazzoni anonimi, che rappresentano una falsa idea di progresso. Ci sono, è vero, dei vincoli della sovrintendenza, ma tutto lascia presagire che i funzionari responsabili verranno facilmente corrotti. E sullo sfondo si accenna anche ad arresti ingiustificati, quello del figlio di una donna che ha disperatamente bisogno di soldi, a detenzioni senza processo.

Ghosts è un affare di donne, laddove l’energia femminile è l’unica, insieme alle rivendicazioni delle persone LGTB, a opporsi a questo oscurantismo maschilista, rivendicando le pari opportunità, la libertà dal velo islamico e di mettersi il rossetto, di potersi appartare con il fidanzato, contro una pervasiva polizia morale che ha gli occhi dappertutto in un ambiente perennemente pattugliato da elicotteri dall’alto, con posti di blocco ovunque. Ma anche la libertà di poter dare due sberle al fidanzato fedifrago. C’è una delle ragazze che è rimasta incinta del proprio capo, il che apre nuove prevedibili situazioni. La libertà femminile è nella forza della danza, spesso praticata dalle protagoniste, dei colori, come quelli del pallone sgargiante con cui giocano i bambini, come atti di ribellione all’oscurità in cui il paese è piombato.

Azra Deniz Okyay usa una mdp nevrotica, sempre in movimento, dove le panoramiche a schiaffo sostituiscono i campi controcampi e una panoramica a 360° rende la circospezione in cui la donna, guardinga, riceve la merce proibita. Nel film sono inserite anche riprese da cellulare, in verticale, quel formato di visione che ormai fa parte del linguaggio delle nuove generazione e non solo. La prima di queste riprese appare enunciativa di una coesistenza urbanistica, riprendendo edifici moderni insieme a casette vecchie diroccate. Tutto il film si muoverà cogliendo questa doppia anima della città, i vicoli, le scalinate, gli edifici cadenti e scrostati, con scritte sui muri, da una parte, e i cavalcavia, le lamiere, i cantieri dall’altra. Nessuna concessione a punti riconoscibili, turistici a parte una fugace visione della Moschea Blu sullo sfondo, vista dalla protagonista che si affaccia alla finestra mentre sta partecipando a un rave. Ancora si succederanno le visioni da smartphone, a volte riprese spiate, nel controllo reciproco tra il losco affittacamere e le ragazze. Le immagini interne sono importanti nel film, anche quando solo alluse come il filmato della “nuova Turchia” che l’affittacamere ha fatto con orgoglio. Lo smartphone darà anche la via di salvezza per una visione cinematografica interrotta. Un momento di magia, di una proiezione per bambini di un film, che diventa anche occasione per loro di giocare alle ombre cinesi su quello schermo sospeso. Ovviamente anche questa non è gradita, come qualsiasi attività artistica e ricreativa, e così non rimarrà che finire di vedere il film via telefono. Una visione triste per qualsiasi cinefilo, che qui rimane l’unica via possibile di fuga dalla censura delle immagini.

Info
Ghosts sul sito della Settimana della Critica.

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