Venezia 2020 – Bilancio

Venezia 2020 – Bilancio

Il bilancio di Venezia 2020, settantasettesima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, non può che è essere positivo, anche se questo ha a che vedere solo in maniera laterale con la qualità delle opere selezionate. Al Lido si chiedeva di dimostrare che il cinema, inteso come momento di visione collettiva su uno schermo condiviso e “grande”, aveva ancora una sua ragion d’essere. Da qui, dalle due settimane passate in laguna, sarà necessario ripartire, magari scoprendo nel futuro prossimo un coraggio che in alcune scelte è sembrato mancare, ed evitando polemiche sui premi, croce e delizia di ogni festival. Ma quest’ultimo auspicio è destinato con ogni probabilità a rimanere mera utopia.

L’idillio tra il sistema produttivo italiano e la “Mostra dei miracoli”, come qualcuno l’ha apostrofata alludendo alla capacità di allestire un evento così grande nel pieno di una pandemia solo all’apparenza dormiente durante i mesi estivi, è durato poco. Lo spazio di una premiazione. Il comunicato stampa rilasciato dalla Rai per conto dell’amministratore delegato Paolo Del Brocco non dà adito a fraintendimenti di sorta, come testimonia questo passaggio cruciale: «Per contro, pur consapevoli che i verdetti delle giurie vanno accettati con serenità, non possiamo non essere dispiaciuti e un po’ delusi perché i tre film coprodotti da Rai Cinema presenti nel Concorso ufficiale – “Miss Marx” di Susanna Nicchiarelli, “Notturno” di Gianfranco Rosi e “Le sorelle Macaluso” di Emma Dante – non sono stati considerati come forse meritavano. Tre opere molto diverse tra loro, ognuna con uno stile e un’identità ben definite e una propria voce forte, originale e autentica, come è stato ampiamente riconosciuto dalla critica italiana e internazionale.In particolare, dispiace che l’opera di Gianfranco Rosi, unica invitata eccezionalmente a partecipare ai maggiori festival internazionali – da Toronto a New York ork e Telluride, al London Film Festival, a quello di Tokio e Busan – accolta dal pubblico con 10 minuti di applausi, e quasi l’unanimità di consensi della critica e della stampa delle più prestigiose testate internazionali e italiane, non sia riuscita ad arrivare al cuore di questa giuria la cui composizione probabilmente non includeva tutte le diverse forme del cinema». Sarà stato automatico, per chi segue la Mostra da almeno due decenni, correre con la memoria indietro nel tempo fino al 2003, quando la reggenza di Moritz de Hadeln venne scossa dalla furia belluina di Giancarlo Leone – all’epoca nella stessa identica posizione apicale di Del Brocco – che arrivò a scrivere una lettera vergata di proprio pugno al presidente della Biennale Franco Bernabè in cui si vaticinava la scelta di non portare più film prodotti dallo Stato a Venezia, come risposta al mancato riconoscimento a Buongiorno, notte di Marco Bellocchio. Scriveva Leone, in quello che diventò un vero e proprio casus belli: «Il caso Bellocchio è la goccia che ha fatto traboccare il vaso; questa decisione non riguarda solo Buongiorno notte, ma in generale non crediamo ci siano alcune garanzie sui criteri della selezione dei film, sulla composizione delle giurie. Non c’è l’attenzione che vorremmo verso l’industria cinematografica italiana. Noi non pretendiamo che si debba vincere, ma ogni festival tende a mettere in risalto la propria cultura. […] Basta con lo snobismo di premiare sempre il cinema del terzo mondo, con storie di difficile comprensione. […] Per evitare in futuro polemiche meglio essere con i nostri film a Montreal, a Cannes o a Berlino». In realtà dodici mesi dopo la Rai era di nuovo in motoscafo direzione imbarcadero dell’Excelsior per accompagnare Le chiavi di casa di Gianni Amelio e Ovunque sei di Michele Placido; ancor più interessante forse è notare come dal 2004 a oggi solo diciotto film italiani presentati in concorso alla Mostra (su oltre sessanta titoli) non prevedevano la partecipazione in produzione o distribuzione dell’azienda pubblica.

Nell’autunno del 2003 la buriana che investì la Mostra se ne andò portando con sé la testa di de Hadeln – al suo posto arriverà Marco Müller, che verrà a sua volta in più occasioni accusato di essere troppo “terzomondista”, e poco attento al prodotto nazionale –, nonostante un’edizione, la sessantesima, in grado di portare tra gli altri a competere per il Leone d’Oro (oltre allo scorno di Bellocchio) Un film parlato di Manoel de Oliveira, Zatoichi di Takeshi Kitano, Goodbye, Dragon Inn di Tsai Ming-liang, Alila di Amos Gitai, Segreti di Stato di Paolo Benvenuti, Twentynine Palms di Bruno Dumont e Il ritorno di Andrej Zvyagintsev, uno dei rarissimi casi di opera prima in grado di conquistare il premio più importante. È assai improbabile che lo stesso destino coinvolga Alberto Barbera, giunto sulla carta al termine del suo mandato ma già pronto a subentrare a se stesso per un altro triennio (o quadriennio?). Alle parole un po’ troppo impulsive di Del Brocco Barbera ha dopotutto risposto piccato, ironizzando sui social e invitando l’amministrato delegato a prendere il suo posto per vedere cosa sarebbe in grado di fare. Uno scambio di cortesie abbastanza deprimente, e che fa ripiombare la discussione attorno alla materia cinematografica nel pozzetto buio dei vincitori e dei vinti, dei premiati e dei delusi, sviando l’attenzione dal vero centro d’interesse delle ultime due settimane. Perché se il Leone d’Oro a Nomadland di Chloé Zhao era prevedibile e dai più previsto anche prima del valzer delle proiezioni – per motivi politici su cui si tornerà in seguito –, e il Manuale Cencelli delle giurie ha fatto una volta in più capolino (ivi compreso il riconoscimento assai telefonato a Pierfrancesco Favino, nemmeno reale protagonista nel difficoltoso PADRENOSTRO di Claudio Noce), sarebbe stato d’uopo soprassedere sulla cerimonia di premiazione e concentrarsi su altro. In un Paese, e in un mondo, che assistono a una pandemia solo all’apparenza dormiente durante i mesi estivi, con la paralisi di interi settori e difficoltà abnormi nell’affrontare questioni di importanza cruciale – si pensi al sistema scolastico ed educativo nel complesso, ad esempio – l’eventuale fallimento della settantasettesima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia avrebbe assestato un colpo durissimo all’intero settore culturale, e in particolar modo ovviamente a quello che si muove attorno al cinema e alle sale. Per quanto ridotti nel numero rispetto alla prassi, cinquemilacinquecento accreditati si sono incontrati e hanno condiviso gli spazi per dodici giorni nell’area che dal blocco Palazzo del Cinema/Casinò si allarga fino al Palabiennale – e quest’anno c’era anche il recupero delle due sale dell’Astra, già utilizzate durante alcune edizioni mülleriane.

Se la Mostra si è svolta in totale tranquillità, mettendo a proprio agio ogni singolo accreditato nonostante alcune inevitabili accortezze da prendere – a partire dall’obbligo di utilizzo della mascherina nell’intera area della kermesse –, lo si deve a un’organizzazione capillare, che al di là di alcuni dubbi iniziali ha funzionato a dovere, agevolando la quotidianità della stampa e degli addetti ai lavori in generale. Tanto per fare un esempio, la prenotazione del posto in sala (dopo un primo giorno surreale in cui il sito internet collassava ogni cinque minuti rendendo impervia la strada per assicurarsi una proiezione) ha funzionato alla perfezione, e dovrebbe essere brevettata e mantenuta anche nel futuro prossimo, perché permette di evitare le code che – oltre a essere poco igieniche in una fase, probabilmente destinata a durare anche l’anno prossimo, in cui il distanziamento è indispensabile – rappresentano l’incubo di ogni accreditato che si rispetti. Sarebbe auspicabile approfittare della situazione anche per ridurre una volta per tutte il numero di film selezionati: questo 2020 così particolare ha palesato come si possa fare a meno di una sezione come Sconfini, ad esempio. Ma in questo caso, con il reintegro dei “classici” restaurati – e degli annessi documentari sul cinema – sarà difficile che si agisca davvero in una direzione simile. Peccato, perché un minor numero di opere selezionate permette una più facile dislocazione nelle sale, con un totale di repliche assai maggiore. Inutile in ogni caso anticipare troppo quel che avverrà nei prossimi mesi. Venezia 2020 a conti fatti ha svolto un ruolo fondamentale, anche se il messaggio potrebbe essere stato subliminale per alcune persone, e forse non veicolato abbastanza a dovere dai mezzi di comunicazione. Il cinema non è solo una materia che riguarda un mezzo tecnico di riproduzione dell’immagine, ma uno spazio ideale, condiviso per sua natura, che costringe a muovere lo sguardo perché più grande del raggio ottico (e quindi a trovare un proprio posizionamento, una propria visione del mondo e dell’arte). I mesi di confinamento nelle mura domestiche e i rallentamenti nella ripresa delle attività negli spazi comuni hanno permesso a quella fetta di mercato che spinge da anni per il superamento del grande schermo a favore degli elettrodomestici di guadagnare posizioni – si pensi alla scellerata scelta di non far arrivare la versione live-action di Mulan nelle sale, per favorire l’espansione della piattaforma Disney+. Era necessario, addirittura indispensabile, che un evento ancora mediatico come la Mostra di Venezia si ergesse per dimostrare il contrario, e al massimo permettesse a chi non può essere presente fisicamente al Lido di recuperare una piccola selezione dei film ricorrendo allo streaming legale. Perché un festival e una mostra non sono rappresentati solo dall’accumulo di titoli scelti per comporre il programma: i festival e le mostre sono creature vive, che respirano attraverso la condivisione del pensiero, la discussione vis à vis, il caffè preso rapidamente per scambiarsi opinioni, gli applausi e i fischi, le sonore litigate con gli amici e le inaspettate vicinanze con persone apparentemente distanti anni luce. Esattamente come la scuola può prevedere la didattica a distanza senza però pensare che questa sostituisca il senso della vita in classe e in istituto, il cinema può anche vivere su delle piattaforme, che non saranno mai però in grado di rimpiazzare il valore di un evento vissuto insieme, in un lasso di tempo preordinato, e con modalità condivise. Venezia 2020, grazie anche all’ottimo lavoro della Biennale – un bel biglietto da visita per il neo-presidente Roberto Cicutto, che la Mostra la sbancò come produttore nel 1988 con La leggenda del santo bevitore di Ermanno Olmi –, ha raggiunto in quest’ottica un risultato prezioso, di cui sarà bene serbare memoria in futuro.

Occorre però tornare a Zhao, e alla sua vittoria. Senza addentrarsi nella succitata polemica relativa ai premi – che si sgonfierà, come sempre in questi casi, non appena ci sarà una nuova edizione in fase di allestimento, vale a dire tra pochi mesi –, potrebbe però essere utile ragionare sulle scelte operate in fase di selezione. Che il 2020 non potesse essere un anno “normale”, date le contingenze politiche e sociali (all’interno delle quali occorrerebbe trovare spazio anche per il comportamento di Cannes, che ha di fatto bloccato una lunga messe di titoli pronti falsando i giochi) era evidente. A maggior ragione sarebbe stato lecito, e in ogni caso comprensibile, assistere a un concorso dotato di un coraggio che invece è apparso quasi impalpabile. Certo, si è scelto per la prima volta durante la reggenza di Barbera di puntare con forza su Orizzonti, che infatti ha presentato un programma molto più articolato del solito, e in grado di muoversi a trecentosessanta gradi nel panorama internazionale – da lì vengono alcuni dei colpi al cuore dell’edizione, da Shahram Mokri a Lav Diaz, da D’Anolfi/Parenti a Yerzhanov –, ma questo non ha fatto altro che impoverire la proposta dei titoli in corsa per il Leone d’Oro. Quello mostrato dal Concorso principale è apparso per lo più un cinema di confezione, contemporaneo nei temi (la questione femminile, l’antifascismo, le diseguaglianze) ma in gran parte atrofizzato, incapace di trasformare il pensiero in immagine in movimento, e di donare a quest’ultima un senso reale, profondo, indipendente. Non è casuale, forse, che tre dei migliori titoli del concorso – Wife of a Spy di Kiyoshi Kurosawa, Dear Comrades! di Andrej Končalovskij, e Quo vadis, Aida? di Jasmila Žbanic – volgessero lo sguardo al passato, tanto nel racconto storico quanto nella tensione alla messa in scena. L’oggi è una nebulosa, a giudicare dalla confusione in cui sono incappati molti cineasti, da Michel Franco a Kornél Mundruczó, fino a Julia von Heinz che con And Tomorrow the Entire World non meritava di essere al Lido, per di più in corsa per il riconoscimento principale. E l’oggi cinematografico sembra essere una nebulosa in parte anche per Barbera e il suo comitato di selezione, che proprio “approfittando” dell’unicità della situazione avrebbe potuto, se avesse voluto, spingersi più in là, uscire dai recinti precostituiti in cui anno dopo anno sembra rinchiudersi. Perché, per esempio, a Salvatore Mereu e al suo Assandira è stato precluso ogni concorso? E perché gli eretici RezzaMastrella hanno trovato ospitalità nelle Giornate degli Autori, sezione collaterale che – al pari della Settimana della Critica – si è al contrario lanciata alla ricerca del nuovo? Nell’ottima SIC si poteva contare su Bad Roads, per esempio, che come il vincitore Ghosts mostra una maturità assente in parte consistente della proposta ufficiale. Per fronteggiare, anche come selezione oltre che come organizzazione, un’annata tanto particolare sarebbe stato necessario dotarsi di uno sguardo meno statico, meno ancorato alle proprie certezze, e più pronto ad accettare una sfida. Perché anche di questo ha bisogno il cinema, e la Mostra di Venezia nello specifico. Evitando, questo sì, le sterili polemiche sui premi che sette persone hanno deciso di assegnare a diciotto film. Ma qui forse si entra nel campo della mera utopia.

Info
Venezia 2020 sul sito della Biennale.

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