Intervista a Kiyoshi Kurosawa

Intervista a Kiyoshi Kurosawa

Nato a Kobe nel 1965 Kiyoshi Kurosawa comincia a girare film in 8mm già durante l’università quando segue i corsi del grande studioso e intellettuale Shigehiko Hasumi. Il suo debutto da regista avviene nel 1983 con il film Kandagawa Wars. Con Cure (1997) comincia a essere conosciuto a livello internazionale e, con i successivi film, riconosciuto quale maestro dei j-horror. Bright Future (2002) viene selezionato in concorso a Cannes nel 2003 e con Tokyo Sonata (2008) vince il Premio della giuria a Un Certain Regard. I suoi film sono contesi ormai dai grandi festival internazionali e anche la mini-serie Penance (2011) viene presentata a Venezia nel 2012. Con Daguerrotype (2016) fa il suo primo lavoro fuori dal Giappone, con cast e crew francesi. Con Wife of a Spy (2020) realizza il suo primo film di ambientazione storica con una vicenda che si svolge allo scoppio della Seconda guerra mondiale. Il film ottiene il Leone d’argento per la regia a Venezia 77.
Abbiamo incontrato virtualmente Kiyoshi Kurosawa durante la Mostra del Cinema.

Wife of a Spy è un film sul potere del cinema e sulla bellezza del cinema. Sulla capacità della settima arte di contrastare, o documentare, gli orrori dell’umanità e della storia come sono stati i crimini di guerra compiuti dall’esercito giapponese in Manciuria. Perché hai voluto fare questo film?

Kiyoshi Kurosawa: Abbiamo voluto trattare un periodo di guerra per il Giappone. È stato molto impegnativo provare a lavorare su ciò, perché stiamo parlando di un’epoca differente, di cosa era la realtà di quel tempo e la situazione in cui viveva la gente in quegli anni. È stato difficile ma volevamo riuscirci. C’era il tema di cosa fa un singolo individuo in tempo di guerra o comunque in una tale situazione, perché era tutto molto limitato, con l’idea del “vivi secondo le regole”. Pertanto, ci siamo chiesti cosa poteva succedere: se un individuo venisse inghiottito da quelle restrizioni, se tutti i cittadini fossero inghiottiti da quelle leggi alle quali non si potevano sottrarre, oppure se qualcuno avesse compiuto un atto di ribellione ad esempio. E penso che tutto il cast sia davvero riuscito a esprimere tutto ciò in modo eccezionale.

Ci sono due riferimenti specifici a due film dell’epoca, non citati per titolo, dei grandi registi Kenji Mizoguchi e Sadao Yamanaka. Perché hai voluto omaggiarli?

Kiyoshi Kurosawa: Certamente Mizoguchi è famoso a livello mondiale, ma non tutti conoscono Yamanaka, e c’è anche da aggiungere che ad oggi esistono solo tre dei suoi film, tutti gli altri sono andati perduti. Mizoguchi viene menzionato da un personaggio che ha visto il suo ultimo film. Questo si basa un fatto storico, abbiamo fatto delle ricerche e abbiamo cercato quali film fossero programmati nelle sale di Kobe in quell’anno e siamo risaliti al film di Mizoguchi. Quindi tecnicamente è basato su un fatto reale, non abbiamo dovuto mentire a riguardo. Si tratta di un film perduto, che non esiste più oggi, quindi nessuno può vederlo. Sadao Yamanaka, non solo tra i registi giapponesi ma anche tra i registi al mondo, è uno dei miei preferiti di tutti i tempi. E non è vissuto a lungo, ha incontrato il proprio destino durante la guerra, senza pietà. Morì molto giovane perciò includere un suo film era un modo per rendere omaggio a uno dei miei registi preferiti.

Quanto è importante, e quanto è stato difficile, trattare di temi scomodi come i crimini di guerra compiuti in Cina dall’esercito nipponico?

Kiyoshi Kurosawa: Non l’ho preso come un incarico troppo gravoso e non ho percepito rischi nel rappresentare questi orribili fatti. Si tratta dello svolgimento naturale nel trattare di quegli eventi storici, per cui era un fatto scontato includerli nel film. È un fatto storico e questi sono crimini storici che i giapponesi considerano sotto questa ottica. Per questo motivo trovo davvero sconcertante il fatto che moltissimi autori non ne parlino, non li includano nella narrativa moderna o nel cinema. L’idea di parlare di quei fatti mi è venuta in maniera naturale, scrivendo il copione.

Per la prima volta fai un film di ambientazione storica. Cosa è cambiato nel tuo approccio di regia?

Kiyoshi Kurosawa: È stato davvero impegnativo cercare di rendere quel periodo, perché non puoi applicare le stesse regole che usi per il cinema ambientato nel presente, per cui puoi semplicemente uscire per strada e filmare quello che vedi. Quando devi realizzare un’opera particolare come questa devi controllare o ricreare tutto, dai costumi alla scenografia o addirittura l’architettura dei palazzi. Dovevamo creare un determinato set e questo è stato arduo per tutto il mio staff e il cast. Però posso dire che tutti quanti hanno dato il massimo nel ricreare quel periodo e la realtà di quel tempo. È qualcosa su cui mi sono concentrato molto, è stato come tornare indietro alla base del fare cinema ed è stata un’esperienza nuova. Non potevamo non essere consci di come stavamo raffigurando il tutto. Tutto quello che abbiamo fatto e creato, a livello visivo nell’inquadratura, è una sorta di dichiarazione su come percepiamo quella che deve essere stata la realtà di quei giorni. Così per ogni dettaglio, come quante bandiere nazionali giapponesi sventolavano per strada, come marciavano i membri dell’esercizio, come le persone e i passanti potevano guardare impietriti ai soldati. Tutte queste rappresentazioni sono la nostra dichiarazione in merito a quella situazione e questa credo che sia una grande responsabilità. Sotto questo aspetto, è stata una bella sfida.

Info
Wife of a Spy di Kiyoshi Kurosawa sul sito della Biennale.

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