Intervista ad Azra Deniz Okyay

Intervista ad Azra Deniz Okyay

Trionfatrice alla 35a Settimana Internazionale della Critica con Ghosts, un ritratto impietoso della Turchia odierna, Azra Deniz Okyay ha condotto studi di cinema a Parigi dove ha anche lavorato per la Partizan di Michel Gondry. Tornata in Turchia, lavora nel campo della pubblicità e realizza opere di videoarte. Ghosts rappresenta il suo esordio al lungometraggio di finzione. Abbiamo incontrato Azra Deniz Okyay a Venezia durante la Settimana Internazionale della Critica.

Mi puoi parlare di Ghosts? Si tratta di un film scomodo, qual è la genesi di questa opera e quali difficoltà hai avuto?

Azra Deniz Okyay: Ho scritto il film sei anni fa. All’inizio è stato davvero difficile scrivere una storia di quel tipo. Era dopo il 2013, dopo la protesta del Parco di Gezi. È stata la prima volta che mi sono occupata di qualcosa del genere, potrei quasi dire che è stata una risposta politica. Ho iniziato a vedere tutte le persone della mia generazione evolvere, mostrare la loro rabbia e farsi avanti. Non si trattava solo di manifestare, potevi vedere persone di ogni colore, tutte le donne. C’erano addirittura curdi e persone LGBT insieme che lottavano per le stesse cose, ed era davvero bello, anche se si trattava semplicemente di un parco. Mio padre era un architetto, un pianificatore urbano, e quando ero ancora piccola lui e mia madre mi hanno portata nella città curda di Mardin, per la quale mio padre ha anche realizzato un progetto per l’Unesco. Si tratta di una città un po’ come Siena, è davvero fantastica e da lì ho imparato come bisogna proteggere i luoghi e le persone, perché proteggendo la loro eredità culturale proteggi anche gli esseri umani che ne fanno parte. Ho iniziato così a pensare di dover scrivere, vedevo queste persone lottare per un parco ma allo stesso tempo per la democrazia stessa. Anche mio padre è sempre stato molto attivo in questo campo, è mancato dieci 10 anni fa, ma ho imparato che lui stesso era un attivista. Era un accademico e in quanto tale diceva quello che pensava, parlando di come la distruzione stesse andando avanti nelle nostre vite. È anche sceso in campo per difendere il nostro ghetto, Sulukule, sul quale ho realizzato un breve documentario anni fa. È un film simile a Hiroshima mon amour, infatti si intitola Sulukule mon amour e riguarda la distruzione. In quell’area ci vivevano solo i rom ed era bellissimo, era pieno di colori. È stato il tipo di ispirazione che cercavo: come andavano avanti, come riuscivano a essere così belli, e così ho scritto la storia. Volevo però anche inserirci la mia storia, quella dei miei amici, che sopravvivevamo in quel caos. È stato come tessere le trame di un tappeto turco, tutto era collegato per me. La parte difficile è l’essere accettati, nel mio caso oltre in quanto regista molto giovane anche come donna. È stata una grande maratona per me. Mi ricordo quando ho realizzato Sulukule mon amour, a fine 2015, durante il periodo di grande contrasto tra il governo turco e le città curde. C’è stata tanta distruzione, è stata dura perché sembrava una guerra civile. E così ho fatto questo corto, 26 minuti per me stessa giusto per aggiungerlo su Vimeo, siccome mi dedico anche alla videoarte. L’ho poi mandato all’!f Istanbul International Independent Film Festival, dal quale una donna, che si occupa anche di attivismo LGBT, mi ha chiamata dicendomi che avrebbero voluto aprire il festival con il mio cortometraggio. Lo sto raccontando perché è anche l’inizio della scrittura di questo film. Hanno aperto con il mio cortometraggio quelle tre giornate e in tre giorni sono stata contattata da tantissime persone che volevano parlarmi, addirittura donne curde in Turchia che mi hanno ringraziato per aver dato loro speranza. Si trattava di un film su due ragazze che ballavano, con il suono degli elicotteri in sottofondo. Ho anche realizzato una cover di un artbox dei Nirvana, e ho messo tutto insieme con lo stesso ritmo. Lo abbiamo girato così ed è stata come un’eco di me e delle mie emozioni e tutte le altre persone che, in altre parti del mondo, stavano condividendo quel momento. Lo avranno visto più di ventimila persone, alcune delle quali mi hanno anche contattata, ed è stato bello ricevere questo tipo di apprezzamento. Mi sentivo come se avessi bisogno di quella sensazione. C’è un’espressione di una scrittrice armena, Karin Karakaşlı, che dice più o meno «Ho bisogno di riempire i divari». Lei stessa scriveva storie di donne armene per portare lo sguardo su di loro. E mi sentivo così anche io riguardo al riempire i divari, ho bisogno di raccontare storie, come me stessa e come scrittrice. Mia madre è scrittrice per cui comprendo come ci si sente ad avere tutto quel caos in testa. Siamo riusciti a produrre il film con un budget davvero minuscolo, qualcosa come settantamila dollari. Non era nulla di che, è bastato davvero solo per la produzione fino alle fine del film, per coprire le cose principali, e poi per il resto abbiamo ottenuto i fondi. È stata dura ma pensavo che avrei potuto morire se non avessi realizzato questo film.

Parlando di architettura, questa svolge un ruolo molto importante anche in Ghosts. Si parla di gentrificazione, di radere al suolo gli edifici vecchi per far posto a moderni e anonimi palazzi. L’entusiasmo per questa nuova Turchia è condiviso dal losco sfruttatore, la figura più negativa del film. Come mai?

Azra Deniz Okyay: Costruire una nuova Turchia è un’espressione molto comune tra le generazioni turche di adesso. Esaltando il modernismo non si rendono conto che in realtà è un argomento che riguarda tutt’altro. Io lo capisco perché provengo da una famiglia di architetti, di pianificatori urbani, ma forse è impossibile da comprendere per le persone che vivono in povertà. Si tratta di un’argomentazione davvero misera per me. Volevo davvero comprendere queste persone, le loro paure e le loro vite. Per cui ho dato vita a questo personaggio, rendendolo come il personaggio di Sisifo della mitologia, una persona che farà qualcosa che si ripercuoterà negativamente su di lui alla fine. C’è distruzione dalla sua parte, ma anche per le stesse persone coinvolte dal punto di vista politico: per loro non andrà bene perché loro sono la causa della loro stessa distruzione. Avevo bisogno di comprendere questo tipo di persone, ecco perché ho rappresentato questo personaggio con questi sentimenti, perché anche noi viviamo con queste persone, e non possiamo sempre cedere all’odio. È come quando si parla di religione o altre culture, quando si è tutti mescolati per le strade va tutto bene, ma poi quando si parla di politica è un’altra cosa.

Questo personaggio rappresenta anche la parte reazionaria del paese, che disprezza le donne che si organizzano in manifestazioni di protesta, le filma per consegnare poi i video agli agenti del cosiddetto antiterrorismo…

Azra Deniz Okyay: Il fatto è che non credo che abbiano mai visto persone impegnate che manifestino. Io, i miei amici e le mie amiche che manifestiamo siamo questa ragazza, protagonista del film. Ora è partito dalla Turchia un hashtag, #ChallengeAccepted, che ha creato una sorta di sfida, ed è arrivato fino a Hollywood. Anche Cate Blanchett ne ha preso parte. Si parla di diritti delle donne e all’improvviso si scatena questo grande movimento, soprattutto dopo tutta la questione del Me Too. Ci sono questi divari, queste situazioni ed è il momento di parlarne. A volte alla fine risulti noioso a parlarne tutto il tempo perché stai semplicemente dicendo: «Siamo qui e se ci accetti o meno non ci importa», ma è davvero importante. Era davvero importante per me inserire anche questa immagine, perché esistono persone come Sisifo che ci fanno foto, che ci dipingono come terroristi. È quindi importante mostrare cosa siamo davvero, che non si tratta solo di femminismo, che non sei donna solo perché ti svegli in quanto tale. Ti svegli in quanto te stessa e quando le tue parole vengono frenate dal misogino del momento, sei una donna. Non è che lo diventi, ma devi farti sentire, oppure verrai sempre distrutta. Siamo persone normali, donne, ma quello che amo della mia generazione è che non devi essere solo una donna. Siamo queer ed è anche per questo che ho inserito le mie amiche che lottano per i diritti LGBT. Credo che la questione dei diritti delle donne e l’LGBT siano connesse e molto sentite oggi anche in Italia. Ecco perché ho voluto rappresentare queste persone che lottano, in particolare in questo modo bellissimo che si vede nel film: tutti uniti in una canzone.

L’atto di ballare torna spesso nel film, a partire da quando la protagonista viene sorpresa, mentre balla nella stanza in cui sta facendo le pulizie, dal suo capo che la caccia. Il ballare è connesso con la libertà ed qualcosa di catartico.

Azra Deniz Okyay: Per Sulukule mon amour ho girato un documentario con due donne rom e una di queste parlava di ballare nel suo ghetto. Anche se è rom e le sue origini derivano dalla Grecia, e da ogni altra parte del mondo, lei si è sentita dire: «Sei qui per fare la prostituta» e lei ribatteva: «No, io sono brava a ballare, sono contenta con quello che ho». Molte donne rom sono anche danzatrici del ventre e lei la interpreta in modo moderno. Ecco perché l’ho mandata nel contesto hip hop e lei si è semplicemente espressa per le strade. La strada è quindi un elemento importante nel film, come mezzo per esprimere loro stesse ed è molto bello dal punto di vista artistico. Il film riguarda anche l’atto di riprendersi i propri spazi, anche dal punto di vista metaforico, anche se ci sono gli elicotteri che passano. Hai un problema e cerchi di prenderti il tuo spazio, si tratta di un esempio estremo, non dico solo: «Devi ballare». Il fatto però è che alla fine del film devi far vedere la tua luce. Ho provato a rendere tutto esteticamente, ma allo stesso tempo come nuove generazioni dobbiamo contribuire con le nostre luci. Io, te, lo staff, non compiamo delle scelte, abbiamo questo spazio dove dobbiamo essere uniti.

E a proposito di luce e buio, il contesto del film riguarda questo grande blackout. Si tratta di un fatto realmente accaduto?

Azra Deniz Okyay: Ho inserito il blackout perché in Turchia ce ne sono molti. Mi ricordo che anni fa, era il 31 marzo 2015, ce n’è stato uno che è durato tutto il giorno e in tutto il paese. Non sappiamo il perché, mi ricordo che ero da dei miei familiari e quando abbiamo riacceso la tv parlavano di un attacco terroristico. Stavano cercando di capire come mai fosse saltato tutto quanto quando si è avuta la notizia di un altro attacco terroristico. Il sequestro e l’uccisione, nel blitz per liberarlo, del procuratore che che si occupava della morte di Berkin Elvan, un ragazzino a cui hanno sparato durante la protesta di Gezi. È stato strano, prima guardavi qualcosa e poi succede tutt’altro. Come le montagne russe, ti svegli al mattino per un motivo e poi alla fine succedono cose di ogni genere. Per questo cerchi di gestire l’oscurità mentre cerchi di portare avanti le tue cose. Inoltre è molto femminile il fatto che, se accade qualcosa di negativo, si dica: «Ok, non è successo nulla, cerchiamo di andare avanti». E questo si ha anche in questa storia. Ecco perché cerco di rappresentare anche l’oscurità da un punto di vista estetico, come riprendere senza luci e cercando di affrontare tutto quanto. È diventato naturale, durante una pandemia come questa: ognuno di noi è saturo e cerchiamo di farcela andando a tentoni. Ora ne parlo così perché siamo in periodo di pandemia, ma prima riguardava comunque la mia vita e il mio modo di essere, di cercare di essere normale anche con i miei amici. In Turchia sono sulla lista nera, per cui devo trovare vie traverse per proseguire, tramite i miei amici oppure altri artisti. Mi sono trovata sui quotidiani islamici solo perché supporto la pace per esempio attraverso petizioni. Ti ritrovi così, è tutto oscuro e devi gestire la situazione. Immagina se uno dei tuoi amici non ha mai visto com’è la vita durante una pandemia e devi raccontarglielo. Si tratta di un grande trauma che va avanti ogni minuto, ogni giorno e devi fare i conti con la cosa. Il blackout è servito quindi come metafora.

Molto spesso nel film usi immagini del tipico formato verticale delle riprese con cellulare, che ormai rappresentano un nuovo linguaggio visivo. Come mai?

Azra Deniz Okyay: È un tipo di voyeurismo che mi piace e allo stesso tempo non mi piace. In quanto regista e considerando il mio passato da direttore della fotografia – siccome inizialmente ho avuto questo ruolo anche solo come assistente –, ho fatto esperimenti mettendo foto su Instagram. Una volta ero in autobus e ho fatto una foto o un video a una donna in un palazzo che stava fumando. Si poteva davvero vedere che c’era qualcosa che non andava in quel momento, ma ho fatto la foto e ho pensato: «Riesco a percepire l’atmosfera negativa e dal punto di vista cinematografico per me è bellissimo e riesco a comprenderlo al posto suo. Non so come si senta davvero, ma tutti ogni tanto stanno così». Ho inserito questo tipo di immagine nel film, come se fossero inquadrature fatte apposta per il pubblico. Quando guardi così le persone vedi come alla fine ci siano molte cose in comune tra tutti noi, era un punto di vista oggettivo e umanistico che volevo portare agli osservatori.

Info La scheda di Ghosts sul sito della Settimana Internazionale della Critica.

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