Intervista ad Ann Hui

Intervista ad Ann Hui

Tra i capisaldi nella New Wave hongkonghese, Ann Hui è una cineasta indipendente la cui carriera abbraccia quarant’anni, con una trentina di film da regista. Nata in Cina, da padre cinese e madre giapponese, trasferitasi prima a Macao e poi a Hong Kong con la famiglia, mentre era bambina, ha poi compiuto gli studi di cinema a Londra: una vita apolide, come raccontato nel suo film autobiografico Song of the Exile, che tratta i temi della patria e della diaspora. Dopo aver presentato le sue ultime opere, A Simple Life, The Golden Era, a Venezia, la Biennale le ha attribuito il Leone d’oro alla carriera alla 77ª Mostra del cinema, dove ha presentato anche il suo nuovo film, Love After Love. Abbiamo incontrato Ann Hui in questa occasione, a Venezia.

Cosa significa per te ricevere questo riconoscimento, il Leone d’oro alla carriera, in un periodo difficile per il mondo intero e in particolare per Hong Kong?

Ann Hui: Dopo aver ricevuto questo premio avrò la possibilità di essere maggiormente conosciuta e spero di usare questa influenza per fare di più per l’industria cinematografica di Hong Kong. Perché adesso siamo in un periodo senza precedenti, non ci sono investimenti e le persone non sanno cosa fare. I giovani registi stanno avendo grosse difficoltà e se ho la possibilità di fare qualcosa e raccogliere fondi per aiutarli, cercherò di farlo. A Hong Kong si producevano tantissimi film, il picco è stato negli anni Ottanta con circa 260 film in un anno, mentre l’anno scorso erano scesi a 50 e addirittura a 30 quest’anno considerando il disastro della pandemia.

Come vedi ora il futuro del cinema di Hong Kong, già dato per morto in passato?

Ann Hui: Ora non posso fare previsioni, perché dipende dalla situazione nel complesso. È tutto diverso, il nostro mondo è diverso. E considerando i media, il mondo del cinema sarà diverso dopo la pandemia. Si spera che la gente torni nelle sale cinematografiche, ma in realtà il cinema non è solo fatto lungometraggi di fiction. Ogni immagine visiva è un film, ci sono così tante possibilità aperte. Questi drammi televisivi che sono realizzati in Europa, in Inghilterra e negli Stati Uniti sono spesso meglio di certi film. Perciò non bisogna limitarsi ai lungometraggi di fiction, ma fare anche documentari, pubblicità, cortometraggi e tutti quei nuovi tipi di prodotti. Credo che ci siano infinite possibilità in futuro, perché ora c’è tutta questa tecnologia avanzata e ben utilizzata.

Dopo Love in a Fallen City ed Eighteen Springs, con Love After Love adatti per la terza volta un’opera letteraria di Eileen Chang. Qual è il tuo interesse per la scrittrice e perché hai scelto questo libro?

Ann Hui: Sì, è vero avevo già girato due film basati su due suoi libri, ma in realtà questo film non avevo intenzione di farlo. Poi il produttore mi ha chiesto di occuparmene. La scelta del libro deriva semplicemente dal fatto che lui aveva comprato i diritti. E, conoscendo bene il periodo storico in cui si svolge, ero avvantaggiata. Non è facile adattare le sue storie, che si sviluppano in modo molto ordinario. Il suo valore riguarda l’uso del linguaggio e la sua percezione; la sua eccellenza è data dalla sua prospettiva legata all’età. Ha questa sensibilità perché è diversa. Era avanti, ma ora quella che era la sua originalità è diventata una cosa comune. Oggi le persone possono discutere della natura umana in modo molto simile a lei. Riesce a toccare il pubblico. Adattare le sue opere non è come lavorare su Shakespeare, per cui puoi apprezzare una trasposizione conoscendo il testo originale e capendo il lavoro che è stato fatto. Lavorare per il cinema è una cosa diversa perché devi rivolgerti a un pubblico molto ampio, fatto anche da chi non conosce i romanzi di Eileen Chang o nemmeno sa chi sia.

Come mai nel film si parla sempre in cinese mandarino? In teoria le protagoniste potrebbero parlarlo tra di loro, in quanto provenienti da Shanghai, mentre con altri personaggi dovrebbero usare il cantonese che è la lingua parlata a Hong Kong dove il film si svolge?

Ann Hui: Era necessario sia dal punto di vista artistico che per il mercato. Perché i dialoghi di Eileen Chang, in mandarino, sono molto letterari e molto teatrali ed è famosa per questo. Se dicesse quelle cose in cantonese, suonerebbero strane perché il cantonese è una lingua da slang e non elegante. Perciò non potevamo riscrivere tutti i suoi dialoghi perché fanno parte dell’attrattiva della sua scrittura, e quindi abbiamo preferito utilizzare il mandarino. Questo anche per via della distribuzione, perché la Cina sarebbe stata il mercato principale e tutti, anche a Hong Kong ormai capiscono e parlano il mandarino. Ovviamente dal punto di vista artistico non dovrebbe essere così, perché gran parte della cultura di Hong Kong si mostra attraverso la lingua. I cinesi di etnia Han che vengono da Shanghai dovrebbero parlare cinese mandarino con l’accento di Shanghai, le due protagoniste parlano in effetti in mandarino perché provengono da Shanghai. Ma la signora Liang dovrebbe anche parlare ai suoi servitori in cantonese e Weilong dovrebbe parlare a George in inglese o cantonese perché lui non dovrebbe sapere il mandarino. Il pattern di lingue dovrebbe essere questo per essere realistici. Ma non soddisfa il pubblico perché o conosci il cantonese o dovresti leggere i sottotitoli. Per questo abbiamo deciso di fare questo sacrificio.

La postproduzione del film è stata fatta durante la pandemia. Come avete lavorato?

Ann Hui: Ovviamente è stata una situazione svantaggiosa, molto problematica e preoccupante. Tutti i vari studios erano all’opera con progetti vari quando è arrivata la pandemia e i risultati si sono visti: e a volte la qualità finale non è stata all’altezza. È piuttosto terribile, ma suppongo che ogni novità possa spingere a innovazioni positive. Il lato positivo è che siamo riusciti a finire. Ho imparato che è possibile in queste condizioni. Avevo finito le riprese verso il 5 agosto dell’anno scorso. Poi ho terminato il montaggio a metà dicembre e sono andata a Tokyo per parlare con Ryūichi Sakamoto della colonna sonora. Una volta tornata indietro, a partire da gennaio, non ho più lasciato Hong Kong. Non ci era permesso, non potevi andare nemmeno a Macao perché ci sarebbero stati 14 giorni di quarantena all’andata e anche al ritorno. E quindi abbiamo aspettato due o tre mesi, aspettando che la musica ci venisse mandata. Non potevo neanche andare a Taipei per il montaggio audio. Vado sempre a farlo a Taipei con Duu-Chih Tu, il tecnico del suono che ha collaborato anche per In the Mood for Love e Città dolente. Lavoriamo insieme da circa 15 anni e quindi vado lì per lavorare al suono, lui fa il suo lavoro e mi mostra il risultato e poi ci rimettiamo mano insieme.

Nonostante la tua provenienza dalla New Wave hongkonghese, solo ora arrivi a lavorare con Christopher Doyle. Come mai e come avete lavorato?

Ann Hui: Questo film ha grandi pretese dal punto di vista della fotografia. Quello di Christopher Doyle è uno stile naturale, lavora con naturalezza e propone questi colori brillanti, questi movimenti di macchina e riesce a cogliere le sfumature delle persone. È il suo habitat naturale. Fa come vuole e ottiene il risultato migliore. Forse se avessi chiesto a a Nelson Yu, che ha lavorato in A Simple Life, di fare la fotografia, ci avrebbe lavorato di più perché è una persona molto più fredda e controllata e la sua palette di colori è molto più scura e non adatta a questo film.

Torna anche in questo film il tuo interesse per il meticciato, per i personaggi apolidi. Ci sono due battute sui meticci nel film: si dice che hanno un lato oscuro e che hanno gli ormoni più attivi. Cosa ci puoi dire in merito?

Ann Hui: Ho conosciuto molti euroasiatici a Hong Kong. Sono un gruppo molto più “estremo” in quanto coloni, ce l’hanno nel sangue. Noi siamo coloni, io stessa lo sono, e mi sento diversa da chi non lo è. Abbiamo sempre questo complesso di inferiorità. Perché quando sono andata a studiare in Inghilterra, sentivo che il mio inglese non avrebbe mai potuto essere buono quanto quello di un madrelingua, mi sentivo inferiore rispetto ai miei compagni di classe inglesi. E anche nel mio cinese sono inferiore a tanti cinesi perché ho studiato in una scuola inglese dove il cinese era la seconda lingua, avevamo due lezioni di cinese al giorno. E poi noi parliamo un dialetto. Il mandarino è una vera lingua scritta a differenza del cantonese, che è considerato inferiore in termini culturali. Per inciso è per questo che ho scelto di comunicare per immagini, non potrei fare la scrittrice. La gente di Hong Kong guarda ormai a Shanghai come apripista di ogni moda, o al mondo occidentale. Se parliamo invece della vita ordinaria, come del cibo, allora è tutto fantastico perché c’è un mix di entrambi i mondi, ma in termini di cultura e scrittura siamo abbastanza perduti. Le persone di sangue misto soffrono la discriminazione di entrambe le parti. La figura storica dell’euroasiatico Robert Hotung è davvero fenomenale, perché ha creato un impero commerciale a Hong Kong.

Spesso nei tuoi film torna la città di Shanghai anche in contrapposizione a Hong Kong.

Ann Hui: A volte è semplicemente un compito come nel caso di My American Grandson, di cui mi hanno chiesto di prendere in mano il progetto, dopo che il regista che ci stava lavorando aveva mollato.

Love After Love è molto curato, ricco e calligrafico rispetto ai tuoi melò classici dell’epoca degli Shaw Brothers. Come ci hai lavorato?

Ann Hui: Il design del set, la fotografia e soprattutto i costumi sono fantastici. Tutto è così semplice ma allo stesso tempo così complesso. Emi Wada, la costumista, per prendere delle stoffe è andata addirittura fino a Shanghai, ha fatto tutta quella strada in un giorno per dei tessuti. Ha fatto così anche per il vestito che Weilong indossa quando è sulla collina, lo ha preso da Liberty’s a Londra. Quando si parla di vestiti, soprattutto quelli importanti, lei preferisce motivi e colori sicuri da far indossare all’attrice. Da lei ho imparato che lo stile può essere semplice ma il tessuto e il suo motivo devono essere adeguati al periodo storico, e devono essere speciali in modo che quando indossi il vestito sembri diverso.

Stai lavorando a un nuovo progetto?

Ann Hui: Sto cercando di realizzare un documentario sui poeti di Hong Kong. Non ho ancora iniziato, per le difficoltà di spostarsi.

Info
La scheda dedicata ad Ann Hui sul sito della Biennale

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