Bella senz’anima – Hollywood Ending

Bella senz’anima – Hollywood Ending

Con una decisione unilaterale le major hollywoodiane hanno deciso di posticipare tutte le loro uscite principali, in taluni casi specifici prediligendo il passaggio direttamente sulle piattaforme per la visione domestica. Convinti che il cinema non possa in nessun caso fare a meno della fruizione collettiva in sala, crediamo che questa scelta grave e impattante per tutto il sistema debba trasformarsi nella necessità di rivedere le basi su cui si poggiano da oramai troppo tempo la produzione e la distribuzione nazionali, auspicando una volta di più una riflessione condivisa dall’intero settore. Perché senza le sale cinematografiche si impoverisce drammaticamente la vita sociale dell’intero Paese.

Con la ripresa del numero dei contagi da COVID-19, Hollywood, capitanata dalla Disney (che dopotutto occupa oramai una fetta consistente della proposta cinematografica delle major), ha ufficializzato una lunghissima serie di posticipazioni delle date d’uscita di alcuni tra i titoli più rilevanti presenti in listino: se per determinati titoli, come Free Guy di Shawn Levy e Assassinio sul Nilo di Kenneth Branagh, lo slittamento è solo di qualche mese – al momento dovrebbero ancora uscire entrambi negli Stati Uniti a dicembre insieme a Wonder Woman 1984 di Patty Jenkins –, il nuovo James Bond No Time to Die è ora previsto per aprile 2021, Black Widow per maggio, Dune di Denis Villeneuve per ottobre e West Side Story di Steven Spielberg per dicembre, un anno esatto dopo la prima data annunciata. Ma non ci si ferma certo qui, se è vero che ci sono film (ad esempio i nuovi Thor e Batman, Jurassic World: Dominion) già spostati al 2022, e altri che neanche hanno ancora una collocazione precisa, come gli attesi Candyman di Nia DaCosta e soprattutto The French Dispatch di Wes Anderson, con ogni probabilità il più prezioso tra i film “bollinati” dal festival di Cannes. La più imponente edificatrice di immaginario dall’invenzione del cinema decide scientemente di mettersi in letargo, auspicando che il sonno sia ristoratore e permetta di curare le ferite economiche prodotte dalla pandemia. Una scelta unilaterale, com’è inevitabile che sia vista la mole colossale dell’industria statunitense, che però impatta come un meteorite sul resto della galassia cinematografica internazionale, da sempre assestata sui ritmi e le voglie di Hollywood. Ecco dunque che con la desertificazione dei titoli si rischia anche quella conseguente delle sale. Il cinema italiano reagisce, pur con notevole lentezza, proponendo entro la fine dell’anno cinque titoli che dovrebbero e potrebbero andare incontro a un buon riscontro al botteghino: Ritorno al crimine di Massimiliano Bruno (29 ottobre), Si vive una volta sola di Carlo Verdone (26 novembre), Freaks Out di Gabriele Mainetti (16 dicembre), Come un gatto in tangenziale… Ritorno a Coccia di morto di Riccardo Milani (a sua volta il 16 dicembre) e Diabolik dei Manetti Bros. (31 dicembre). Nel frattempo però molte sale restano chiuse, e alcune denunciano il rischio concreto di non riuscire più a riaprire i battenti, avvicinandosi al fallimento. Un fallimento che rischia in realtà tutto il sistema, anche se si preferisce non sottolinearlo, spostando l’attenzione altrove. Fin dalla fase del lockdown, quando tutti gli esercizi commerciali erano chiusi e non si poteva uscire di casa se non per questioni di prima necessità lavorativa, alimentare o sanitaria, ci si è interrogati sul ruolo che avrebbero dovuto svolgere le cosiddette piattaforme, gli spazi virtuali che permettono di fruire il cinema direttamente nel proprio soggiorno, in televisione o su qualsiasi altro dispositivo, dal computer al cellulare. In molti, anche all’interno del comparto critico, vedono in questa soluzione la panacea di tutti i mali, preconizzando la fine della sala cinematografica e il suo “necessario” (a loro avviso, ovviamente) superamento a favore della dimensione domestica, privata. Non è un caso che gli appelli degli esercenti, in particolar modo quelli indipendenti, siano un po’ caduti nel vuoto, accompagnati da una ben misera cassa di risonanza mediatica: la triste verità è che molti media vedono il crollo eventuale della sala cinematografica se non con favore almeno con malcelato menefreghismo. La triste verità è che la sala come nucleo fondativo del cinema, e suo luogo d’elezione, è un’immagine che in molti (troppi) attribuiscono a una visione romantica, e in questo non reale, del contemporaneo. Ed è con questa consapevolezza che è necessario fare i conti, con questa visione che è doveroso oggi più che mai scontrarsi, contrapponendo il senso profondo, e indispensabile, della visione condivisa e collettiva. Del grande schermo.

La distribuzione e l’esercenza, sotto questo punto di vista, hanno a loro volta delle responsabilità. Molte sale cinematografiche in giro per la penisola non vengono ammodernate da tempo immemore, e così anche la qualità della proiezione, e della visione sullo schermo, ne risulta indebolita. Allo stesso tempo la lentezza con cui ci si muove in direzione di un’offerta più ampia, a partire dalla possibilità di fruire dei film nella loro versione originale, senza il ricorso sistemico e sistematico al doppiaggio (un valore aggiunto, ma che non può più essere considerato l’unico veicolo di diffusione di un film, non in un’epoca in cui la visione online ha abituato moltissimi nuovi cinefili alla lettura dei sottotitoli), è un ostacolo che indebolisce a sua volta il rapporto tra sala e spettatore. Ci si è ubriacati con l’idea tonitruante dei multiplex, e da quella sbornia ci si è svegliati senza film in sala – visto che sono strutture pensate a uso e consumo dei blockbuster statunitensi – e con le gloriose monosale cittadine chiuse con il lucchetto, abbandonate al loro destino e in molti casi trasformate in altro, dal supermercato al bingo. La vulgata collettiva, alimentata dalla solita stampa che soffia il vento in direzione della fruizione casalinga, vede le sale come un relitto del passato, sottolineando come il pubblico le abbia disertate dopo la riapertura graduale a partire da giugno. Un dato falsato, o comunque letto in maniera superficiale, visto e considerato che ci sono molti casi che testimoniano di una volontà del pubblico di non perdere contatto con la visione in sala. Può esistere dopotutto un cinema senza la sala? Tecnicamente parlando sì, come certifica la constatazione che uno dei migliori titoli del 2020, Sto pensando di finirla qui di Charlie Kaufman, sia stato visibile in Italia solo ed esclusivamente su piattaforma, avendo come distributore Netflix – che invece ha concesso per la visione collettiva Il processo ai Chicago 7. Eppure è davvero possibile continuare a ridurre la visione di un film solo alla funzionalità del nervo ottico? Il piacere della sala non è solo dettato dalla grandezza dello schermo (fattore che alimenta l’ironia di molti buontemponi verso le sale meno fortunate, al grido di “a casa il mio televisore è più grande”), per quanto sia un fattore senza dubbio rilevante. La visione in sala prevede la necessità di uscire dal proprio appartamento, vivendo la città e tutti gli spazi pubblici, per poi condividere anche l’esperienza filmica con persone con cui non si ha niente a che fare. La sala cinematografica è una costruttrice automatica di socialità, preserva volenti o nolenti una dialettica che nel mondo contemporaneo sembra sempre più relegata in un cantuccio, a favore del solipsismo da social network, dell’opinione estesa a visione del mondo. La sala cinematografica ha lo stesso valore del giardino pubblico, della biblioteca, del parco giochi: da un lato alimenta il sapere, dall’altro spinge a giocare con gli altri, e a mettersi dunque in discussione senza la coperta di Linus gratificante della virtualità. Si è spesso disincentivato, soprattutto nell’ultimo decennio, il rapporto delle giovani generazioni con il cinema, anche per poter controllare meglio quel che veniva visto, e dunque le direzioni che avrebbe potuto prendere lo sguardo. Ma è proprio nella sala cinematografica, tra gli altri luoghi della convivialità, che un tempo nascevano eversioni, ribellioni contro lo status quo, nuove prospettive. Appare dunque centrale dover riflettere in maniera compiuta e approfondita sul rapporto tra adolescenti e sala cinematografica, vista evidentemente come un’entità museale: per consentire un futuro alla sala è indispensabile anche partire da qui, non solo per fare educazione – valore comunque altissimo e sottostimato – ma per permettere ai più giovani di acquisire a loro volta un rapporto sentimentale con la visione sul grande schermo, per dimostrarne non soltanto la contemporaneità ma anche la freschezza, il divertimento che ne può conseguire. L’unico modo per mantenere viva la società, prima ancora che il cinema.

Il cinema non può vivere davvero senza la sala cinematografica, ed è così tanto per motivi culturali – già in parte accennati – quanto per motivi economici: sarebbe interessante in tal senso avere contezza di quanto indotto abbiano portato i film d’autore che durante la fase più acuta della pandemia sono stati distribuiti direttamente sulle piattaforme reperibili online. Qual è il dato di incasso di Favolacce, per esempio? E de I miserabili di Ladj Ly? Perché di entrambi è noto il guadagno al botteghino (tutti e due i titoli, usciti poi anche in sala al momento della riapertura del 15 giugno, si sono attestati intorno ai 180000 euro) ma non è chiaro quanto abbia prodotto l’acquisto tramite piattaforma? E cosa ne sarà di Soul di Pete Docter, il nuovo prodotto Pixar che salterà a pie’ pari la sala cinematografica per approdare a dicembre direttamente su DisneyPlus? A tal proposito ha preso posizione l’Unione Internazionale dei Cinema (UNIC), che rappresenta gli operatori cinematografici europei. Questa la dichiarazione ufficiale: «La decisione di Walt Disney Studios di distribuire Soul direttamente sulla loro piattaforma di streaming Disney +, privando molti spettatori in tutta Europa di vederlo sul grande schermo, ha suscitato sgomento tra gli operatori cinematografici. La stragrande maggioranza degli schermi sono attivi in Europa e nel resto del mondo e in grado di offrire un intrattenimento sicuro per il loro pubblico. Gli esercenti hanno investito in questi mesi per offrire agli spettatori un servizio sicuro contando soprattutto su un programma di titoli promettenti in uscita sul mercato. Ancora una volta, purtroppo trovano un distributore che sferra un ulteriore duro colpo al settore. La decisione su Soul è doppiamente frustrante per gli esercenti che contavano sull’uscita dopo che il film è stato presentato in anteprima in numerosi festival di settore europei. I dati confermano che, laddove il pubblico è tornato, ha trovato l’esperienza sicura e piacevole. Ma è anche chiaro che sarà l’uscita di nuovi film a fare la differenza nell’incoraggiare gli utenti a tornare nelle sale. In effetti, in tutta Europa, molti cinema da quando hanno riaperto hanno proiettato con successo innumerevoli uscite nazionali, sottolineando che i titoli in prima visione sono ora più importanti che mai. UNIC ringrazia sinceramente quei partner di distribuzione che sono rimasti saldi e hanno continuato a portare film al cinema. Non solo hanno dimostrato quanto sia importante per loro la visione in sala, ma anche il loro sostegno a un’azione condivisa. Quell’impegno nei confronti del cinema europeo non sarà dimenticato. Le decisioni di posticipare i titoli, di bypassare i cinema e il valore che creano sono estremamente deludenti – e preoccupanti – e ritarderanno solo il giorno in cui l’intera industria sarà in grado di lasciarsi alle spalle questa crisi. Non sono solo gli esercizi cinematografici e il pubblico a perdere l’occasione ma anche i creativi, registi, autori e interpreti che desiderano vedere i loro film proiettati sul grande schermo. Mentre i cinema faranno fatica a riprendersi senza nuove uscite, le difficoltà riguarderanno anche i nostri partner strategici, le cui decisioni in tali circostanze rischiano di causare danni irreparabili ai mercati chiave. Infatti, molti di loro saranno penalizzati nel momento in cui decideranno di promuovere i loro titoli in programmazione. Non è esagerato affermare che quando alcuni studios decideranno di ritornare in sala con le proiezioni, potrebbe essere ormai troppo tardi per numerose strutture europee». Può essere interessante notare come Soul apra l’edizione della Festa del Cinema di Roma, dimostrando come il grande schermo non sia in ogni caso disdegnato quando può portare pubblicità gratis.

La letargia distributiva hollywoodiana non ha fatto altro che palesare agli occhi di tutti i limiti della distribuzione attuale, troppo schiacciata sullo strapotere d’oltreoceano. Nel corso dei prossimi mesi i titoli “forti” su cui poter contare saranno pochi, probabilmente. E allora deve essere necessario sfruttare questo tempo per tentare di cambiare le non poche storture che contraddistinguono il settore. Nonostante molti spettatori anche assidui lo ignorino, un esercente non può infatti scegliere liberamente quale film mostrare all’interno della propria sala cinematografica. Ci sono accordi da siglare, e spesso questi portano con loro delle leggi-capestro che costringono di fatto la selezione dei titoli da mettere in palinsesto in una direzione univoca. Si dovrebbe tentare di liberalizzare il mercato, permettendo a ogni esercente di scegliere in completa autonomia quali film porre all’attenzione del proprio pubblico. Allo stesso modo dovrebbe essere d’uopo sostenere le sale di prossimità, dando una mano in modo concreto alle realtà cittadine e promuovendo la rimessa in sesto delle molte monosale completamente in disuso. Questo momento di grave impasse dovrebbe poi spingere le case di distribuzione ad aprire lo sguardo al di là dei territori conosciuti, e nei quali ci si muove con fin troppa tranquillità oramai. Per quanto lo spettatore medio italiano ne abbia un’idea molto parziale, il cinema narrativo e popolare lo si produce in ogni angolo del globo, seguendo spesso strutture archetipiche che permettono la fruizione dei film senza bisogno di chissà quale conoscenza delle culture locali. I grandi film spettacolari statunitensi vanno a dormire per un anno? Si approfitti dell’occasione per scoprire i blockbuster sudcoreani, cinesi, giapponesi, russi; le commedie e i noir hongkonghesi, gli horror thailandesi, i thriller scandinavi, i film d’autore cileni e balcanici, gli action spagnoli, il nuovo e vitalissimo cinema portoghese. Il subcontinente indiano, con tutto ciò che può regalare. Un’utopia? Certo. Ma un’utopia necessaria, e che può produrre un sommovimento, una scossa tellurica solo positiva per lo scenario nazionale, anche a livello produttivo: con l’assenza di determinate derive cinematografiche che arrivano dalla California perché non ricominciare a produrre in Italia tutto quel cinema popolare abbandonato nel corso del tempo (in tal senso le operazioni di Mainetti e dei Manetti, al di là del bisticcio linguistico, sono da tenere in debita considerazione)? Si potrebbe favorire anche tutto quel sommerso cinema indipendente italiano che nessuno, eccezion fatta per qualche festival illuminato, ha mai voluto prendere in esame e sul quale nessun produttore ha pensato fosse utile investire. Un’utopia d’altro canto realizzabile solo con uno sforzo collettivo, che parta dal MiBACT e arrivi alla critica e al pubblico, passando per il comparto produttivo e distributivo, senza dimenticare l’apporto indispensabile delle Regioni. Sono anni che Quinlan lo scrive e lo grida: si aprano gli stati generali del cinema italiano, e si inizi una fase di ridefinizione e rinnovamento dei suoi usi e costumi. Lo si faccia ora, perché non ci sono più scuse possibili da portare. E si tenga sempre al centro del discorso la sala cinematografica, non come luogo di culto ma come assemblea permanente, punto d’incontro e di scontro senza il quale non ha più davvero senso discutere di cinema, e di immagine.

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