Certain Women

Certain Women

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Certain Women appare quasi come un’antologia della poetica di Kelly Reichardt, un viaggio nel femminile che non scarta mai dalla necessità di fermare lo sguardo sul contesto, sociale quanto geografico. In un Montana ancora selvaggio, come se il western non fosse mai venuto meno, quattro donne affrontano la propria quotidianità. Inedito in sala in Italia, come tutte le opere della cineasta statunitense, reso visibile grazie al provvidenziale intervento di Fuori Orario – Cose (mai) viste.

My Own Private Montana

Le vite di tre donne – un’avvocatessa, una moglie  e la proprietaria di un ranch – si intersecano sullo sfondo del paesaggio del Montana, dove ciascuna prova a portare avanti in maniera imperfetta il proprio percorso. [sinossi]

Certain Women fu presentato sul finire di gennaio del 2016 al Sundance Film Festival, nello Utah, per poi uscire su tutto il territorio nazionale nell’ottobre dello stesso anno, riscuotendo un ottimo successo critico e un risultato al botteghino un po’ più zoppicante. Nel dicembre del 2017 venne eletto terzo miglior film dell’anno dai Cahiers du cinéma, subito dopo Twin Peaks: The Return di David Lynch (irraggiungibile per chiunque) e Jeannette, l’enfance de Jeanne d’Arc di Bruno Dumont. E l’Italia? Tutto tacque, come d’abitudine per i film diretti da Kelly Reichardt, il cui rapporto con la penisola è a due facce: da un lato l’acclamazione festivaliera (fu la Torino di Roberto Turigliatto e Giulia D’Agnolo Vallan, tra i primi, a scoprire la regista, che poi approdò due volte in concorso a Venezia, dapprima con Meek’s Cutoff e successivamente con Night Moves), dall’altro il silenzio tombale di una distribuzione che non ha mai neanche tentato di far conoscere una delle voci più interessanti del cinema indipendente italiano al pubblico. Uno scenario che in qualche misura sembra preconizzare la desertificazione della sale cui sta andando incontro il cinema in quest’epoca pandemica, soprattutto per responsabilità della major d’oltreoceano: un tempo l’indie-movie era una delle caratteristiche più presenti del cinema statunitense, oggigiorno neanche un’autrice che da oltre venticinque anni porta in giro le proprie opere riesce a ottenere la benché minima visibilità. Lo testimonia anche First Cow, ultima creatura partorita da Reichardt e presentata in concorso alla Berlinale lo scorso febbraio – subito prima che il COVID-19 stravolgesse la quotidianità occidentale – e per ora priva di contratti di distribuzione su suolo italiano. Va dunque una volta di più riconosciuto il lavoro indispensabile di Fuori Orario – Cose (mai) viste, che riesce a squarciare il velo per mostrare finalmente, con quasi cinque anni di ritardo sulla sua prima proiezione mondiale, Certain Women sui canali della televisione di Stato – gratuitamente, dunque, e senza doversi abbonare a chissà quale piattaforma –, in un palinsesto che lo vede dar del tu a Le amiche di Michelangelo Antonioni. Un accostamento solo all’apparenza bizzarro, perché entrambi i film oltre a prendere spunto da romanzi e racconti (di Maile Meloy per Reichardt, e vi si tornerà tra poco, di Cesare Pavese per Antonioni) rappresentano lo scandaglio intimo, psicologico ma anche sociale di un gruppo di donne, perfettamente connesse a un sistema antropologico e perfino geografico che le rappresenta ma allo stesso tempo le ingabbia.

È un cinema fatto di pochissimi movimenti di macchina, quello di Kelly Reichardt, che predilige al contrario un quadro fisso nel quale far esplodere, con estrema attenzione al concetto di attesa, le ansie e le frustrazioni delle sue protagoniste. A muoversi non è la camera, dunque, ma ciò che vi si agita all’interno, e lo testimonia perfettamente l’incipit di Certain Women, che si apre su un treno merci inesorabilmente destinato in avanti; una scelta simile era riscontrabile tanto in Wendy and Lucy quanto nel primo dei suoi western, lo splendido Meek’s Cutoff. La società si spinge in avanti, attraversa il territorio senza però rendersi conto fino in fondo che anche il territorio a sua volta la sta attraversando, e forse lentamente sventrando, dissanguando. Non esiste una via di fuga reale da questo schema, né c’è modo di esulare dal peso del consesso civile, che tutto rimastica e fa suo (perfino le tradizioni dei nativi che un tempo abitavano la zona e ora sono solo l’orpello colorato e coreografico per sollazzare le acquirenti di un centro commerciale). L’America come corpo unico, almeno quell’America meno battuta, rimasta più selvaggia. Se la terra d’elezione di Kelly Reichardt è l’Oregon, terra in cui ha ambientato la quasi totalità delle sue opere, Certain Women si sposta di circa milletrecento chilometri verso est, raggiungendo Livingston, cittadina di poche migliaia di abitanti del Montana, nel parco nazionale di Yellowstone. È di quelle parti anche Maile Maloy, scrittrice oggi quasi cinquantenne – ma dopo il successo letterario si è trasferita a Los Angeles – che va a “sostituire” per l’occasione la collaborazione che Reichardt ha sempre avuto con Jonathan Raymond, romanziere e sceneggiatore di Portland. Il luogo in cui si vive e si crea arte per Reichardt è già il punto di partenza per poter esprimere determinate sensazione, ed elaborare concetti compiuti. Pochi sono i registi statunitensi contemporanei così strettamente collegati, nella stratificazione dello sguardo, al territorio in cui si muovono i personaggi messi in scena. In questo senso Reichardt è davvero una regista di western, e non solo per il concetto di wilderness che di volta in volta si perpetua – che la storia si svolga nell’Ottocento o nella contemporaneità poco cambia –, ma per la volontà ferrea di camminare a piedi nuda sulla terra, conquistandola passo dopo passo e rischiando tutto per essa, anche di fronte all’inevitabile sconfitta.

Sono infatti già perdenti tutte le figure femminili che vengono raccontate in Certain Women: l’avvocata Laura (Laura Dern), l’aspirante avvocata Beth (Kirsten Stewart), la casalinga e moglie Gina (Michelle Williams) e perfino la ranchera Jamie (Lily Gladstone), che pure appare la più solida e compiuta delle quattro proprio per la sua appartenenza a un mondo metà umano metà naturale, ancora in grado di trovare uno spazio concreto nell’esterno. Figure solitarie e impallidite come il cielo bigio di Livingston, sole anche se hanno relazioni sentimentali che le coinvolgono e sconvolgono, sole perché non c’è altro destino possibile per loro, irrealizzate e irrealizzabili in un contesto sociale che le categorizza prima ancora di provare a conoscerne l’intima essenza. Beth vive con il terrore di non riuscire a diventare davvero avvocato finendo per lavorare come commessa in un negozio di scarpe, e la donna in carriera Laura non è neanche in grado di portare a termine una lettera per l’uomo che ama (e che è anche sposato con Gina, anche se questo dettaglio non è chiaro, com’è giusto che sia da un punto di vista narrativo, se sia noto a Laura). Reichardt, che per orchestrare il tutto fonde tra loro diversi racconti di Maloy, si muove con estrema eleganza tra le varie storie, accennando solamente i legami che potrebbero unirle e sgomberando il campo da interrogativi troppo capziosi su dettagli e retroscena. Asciugando come le è sempre consono il racconto, la regista può concentrarsi sui silenzi, sul non detto di intere esistenze, su quel paesaggio brullo e disperatamente enorme che è il Montana, il quarantatreesimo stato per abitanti degli USA con una densità di neanche tre esseri umani per chilometro quadrato. Solo una trasmissione radio, qualcosa che ha abdicato fin dall’inizio alla presenza fisica, può far da collante, può rimbombare di storia in storia. Per il resto c’è l’immagine nuda, in cui l’essere umano è solo di fronte a un territorio di cui è figlio ma che non gli è amico, e che in qualche misura rappresenta in tutto e per tutto la visione di un’America del Capitale in cui l’esprit del singolo è soffocato dalla cappa della società. L’America ha trovato una sua collettività solo all’epoca dei pionieri, nella carovana che attraversava quel corpo immenso da est verso ovest; dopo solo i cani hanno potuto creare una relazione sensata e compiuta, e anche lì il fallimento è stato inevitabile. Restano gli spazi vuoti delle case e delle stalle, e quelle montagne che sono sempre più solo sfondo, distanti dall’apertura/chiusura fordiana. Un tempo i sentieri erano selvaggi, e si cavalcava insieme. Oggi la modernità è arrivata ovunque, portando solitudine, e disperazione.

Info
Certain Women, il trailer.

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1 Commento

  1. Michela 17/10/2020
    Rispondi

    Segnalo che Il bellissimo Certain Women è stato il film di apertura di Sguardi Altrove Film Festival di Milano nel 2017, festival dedicato ai film a regia femminile e non solo.

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