Mi chiamo Francesco Totti

Mi chiamo Francesco Totti

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Chiamando l’ex capitano della Roma a rievocare la sua vita e la sua carriera, Alex Infascelli con Mi chiamo Francesco Totti realizza un lacerante film sul tempo che passa in maniera inesorabile e sulla speranza vana di poter essere in scena per sempre. Alla Festa del Cinema di Roma.

Rimanna ‘ndietro

È la notte che precede il suo addio al calcio e Francesco Totti ripercorre tutta la sua vita, come se la vedesse proiettata su uno schermo insieme agli spettatori. Le immagini e le emozioni scorrono tra momenti chiave della sua carriera, scene di vita personale e ricordi inediti. Un racconto intimo, in prima persona, dello sportivo e dell’uomo. [sinossi]

Come già era riuscito a fare con S is for Stanley, Alex Infascelli in Mi chiamo Francesco Totti, presentato alla 15esima edizione della Festa del Cinema di Roma, riesce nel miracolo di rendere credibile, avvincente e appassionante un argomento ben difficile da maneggiare, utilizzando con inventiva, efficacia e giustezza gli strumenti basici (e basilari) del cinema, in particolare del cinema documentario. Eh già, perché in un’epoca in cui il cosiddetto cinema del reale furoreggia ai festival ma non riesce ad avvicinare gli spettatori e in un’epoca in cui piattaforme come Netflix traboccano di “documentari” che di documentario hanno ben poco e che invece sono perlopiù piatte ricostruzioni di strampalate vicende realmente accadute, Infascelli sembra aver intrapreso una strada tutta sua, in cui ha un ruolo fondamentale l’esperienza da lui acquisita nel cinema di finzione. E, grazie a questo, l’autore di Almost Blue riesce così a costruire grandi racconti popolari senza mai cadere nella banalità. Riesce, insomma, a fare cinema, senza che ci si senta più costretti a fare distinzioni di genere.

Perciò, rispetto alla semplice esattezza del metodo dell’intervista frontale utilizzato in S is for Stanley, in Mi chiamo Francesco Totti Alex Infascelli sceglie di usare al massimo delle loro potenzialità altri due strumenti per eccellenza del cinema documentaristico: la voce fuoricampo e il materiale di repertorio. Con la prima lavora sul flusso di coscienza di Totti, non costringendolo a nascondere la sua parlata romana e lasciandogli anche la possibilità di improvvisare, con delle battute ironiche o con espressioni a volte un po’ sgrammaticate, che da sempre caratterizzano il personaggio. Con il secondo – e cioè il materiale di repertorio – costruisce una serie di flashback, proprio come in un film di finzione, che vanno a concentrarsi ora su questo ora su quest’altro aspetto della carriera e della vita dell’ex calciatore della Roma. Ne vien fuori così un meccanismo che riesce a sostenere tutto il film e che raggiunge l’apoteosi nella parte finale, quella con la partita d’addio dell’ex capitano della Roma, dove si esce dalla rievocazione del passato e si entra nel presente filmico e dove Totti saluta per l’ultima volta i suoi tifosi. Un momento, questo, che – complice la geniale scelta musicale (Solo di Claudio Baglioni) – è fatto di sguardi e non di parole, di campi/controcampi commoventi tra il volto disperato di Totti e quello altrettanto disperato di singoli volti piangenti tra il pubblico, ormai orfano del suo campione. Ecco che allora in questa sequenza il primo piano ritrova un suo profondo significato espressivo, ed è usato per raccontare un lancinante quanto inevitabile addio alle scene. E l’uso che Infascelli fa in questa sequenza del primo piano è di marca tipicamente fictionale; riesce cioè a costruire racconto ed emozione, riesce in buona sostanza a fare dell’epica sincera e non forzata. Ma tutto il film è abilmente strutturato, sia sul piano della scrittura complessiva (Infascelli ha scritto Mi chiamo Francesco Totti insieme a Vincenzo Scuccimarra, con cui aveva già collaborato per S is for Stanley), sia sul piano del montaggio. E, a proposito di quest’ultimo, vogliamo ricordare solo un momento, quello in cui Totti, infortunatosi poco prima del Mondiale del 2006, si trova degente in ospedale e viene massaggiato alla caviglia dal suo preparatore atletico: per raccontarlo, Infascelli sceglie – dall’ampio materiale di repertorio a disposizione – un dettaglio in cui si vede la caviglia di Totti, mentre il suo volto è nascosto dal Corriere dello Sport che sta leggendo, sdraiato a letto. Questa sola inquadratura riesce in pochi secondi a raccontare tutto un mondo, una passione e un’ossessione: il campione infortunato che, mentre viene curato, continua ad aggiornarsi sul suo campo di competenza (il calcio, ovviamente) e che, al contempo, vista l’immobilità cui è costretto, non può far altro che “abbeverarsi” a distanza del sapore dei campi da gioco.

Ma si pensi anche alla scrittura, e al modo in cui Infascelli riesce a costruire e a ritrarre in particolare due personaggi che negli anni sono stati vicini a Totti: Giuseppe Giannini (bandiera della Roma prima di Totti) e Antonio Cassano (compagno di Totti alla Roma per qualche anno). Queste due figure, che ci vengono raccontate in voce dal protagonista e ci vengono mostrate solo ed esclusivamente in campo da Infascelli (e dunque non nel privato), emergono come possibili doppi del Nostro. Il primo, Giannini, è stato un campione non riuscito fino in fondo e, infatti, lo vediamo sbagliare un rigore procurato proprio da Totti e lo vediamo piangente di fronte al fallimento della sua partita d’addio (che venne interrotta per invasione di campo da parte dei tifosi romanisti, inferociti dal fatto che la Lazio avesse vinto lo scudetto proprio pochi giorni prima); e, più avanti, è inevitabile mettere a confronto quel percorso proprio con quello di Totti, che invece non sbagliò il rigore decisivo della sua carriera (quello contro l’Australia ai campionati del mondo del 2006) e che è riuscito a fare una partita d’addio come si deve (ed è quanto si vede, come già detto, nella parte finale del film). Il secondo alter-ego – e cioè Cassano – è caratterizzato come un’anima gemella di Totti: Infascelli, tra l’altro, è bravissimo a mostrarci la loro storia d’amicizia attraverso gli scambi funambolici che i due mettevano in mostra in campo e, infatti, è proprio qui che la dinamica da sport movie raggiunge il suo apice espressivo. Ma non basta, Cassano è stato anche colui che è andato al Real Madrid, percorrendo dunque la strada che ad un certo punto avrebbe potuto seguire Totti. Caratterizzare in questo modo due personaggi secondari – ma fondamentali – serve non solo a stratificare meglio il film, ma anche a mettere più a fuoco – attraverso le differenze con loro – il personaggio di Totti, il suo essere in maniera quasi archetipica il “pupone”, il mammone, l’uomo che è rimasto e resterà un ragazzino che amava divertirsi, che è stato più di successo rispetto a Giannini (figura tragica e perdente) e più equilibrato rispetto alla sregolatezza di Cassano (figura eccedente nel suo voler sempre essere sopra le righe).

Rispetto all’approccio teorico di un film come Diego Maradona, in cui Asif Kapadia lavorava al disvelamento di materiale già visto, presentandocelo con argute scelte di montaggio come se lo vedessimo per la prima volta, Infascelli sceglie dunque un altro percorso, che però non è meno teorico. Quelle celeberrime immagini d’archivio (il gol al volo di sinistro alla Sampdoria, il pallonetto al derby contro la Lazio, il gol-scudetto al Parma, il cucchiaio contro l’Olanda, il già citato rigore contro l’Australia) funzionano per l’appunto da flashback del protagonista, focalizzando il punto di vista su di lui, come se le vedessimo dunque con gli occhi di Totti. E in questo modo ben si associano a immagini meno note, dai filmini di famiglia alle riprese di partite giocate da Totti da bambino (tutte effettuate dal fratello maggiore, Riccardo). Ma le une e le altre immagini non solo si amalgamano bene tra di loro, grazie al punto di vista personale di Totti, ma servono anche a dimostrarci come sia possibile raccontare tutta la vera vita di un uomo attraverso le riprese che gli sono state fatte negli anni (e ciò è possibile solo grazie alla diffusione di massa dei mezzi di ripresa). Inoltre, e inevitabilmente, servono anche a costruire un discorso sul tempo che passa, inesorabile. Le immagini sono sempre lì, sempre un po’ più deteriorate, mentre il corpo invecchia, mentre si è costretti a uscire di scena. Così Mi chiamo Francesco Totti diventa un film sul tempo, diventa una riflessione sull’esistenza in cui non è possibile tornare indietro ad libitum, come in moviola, ma in cui ogni istante è irreversibile, e in cui si spera vanamente che la giocata spettacolare, il colpo di genio, possa essere rivissuto e riesperito in eterno.

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Il trailer di Mi chiamo Francesco Totti

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