Kajillionaire – La truffa è di famiglia

Kajillionaire – La truffa è di famiglia

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Kajillionaire – La truffa è di famiglia segna il ritorno alla regia di Miranda July a distanza di quasi un decennio da The Future. La quintessenza dell’indie movie anni Novanta, tra personaggi sghembi e riprese frontali, geometrie all’interno dell’inquadratura e un sottobosco umano del tutto alieno al cinema delle major. Nulla di nuovo, ma allestito con grazia e intelligenza. In Alice nella Città alla Festa del Cinema di Roma.

Me and you and everyone we scam

Old Dolio è una ventiseienne che vive a Los Angeles con i genitori, dei piccoli truffatori che vanno avanti da decenni nella più totale illegalità. Quando per mettere in atto un piano che permetterà loro di ottenere i 1500 dollari con cui pagare l’affitto compiono un viaggio di andata e ritorno su New York, conoscono Melanie, che entrerà a far parte della ghenga stravolgendo la vita – anche sentimentale – di Old Dolio. [sinossi]

C’era una volta, tanti anni fa, un sottobosco produttivo indipendente che pensava di fare le scarpe a Hollywood puntando tutto su un’estetica aliena alla prassi industriale, con riferimenti alla cultura pop, storie di periferia – sociale, antropologica, umana e geografica –, colori sgargianti e una geometria dell’inquadratura a pochi passi dal rigore assoluto. C’era una volta, tanti anni fa, l’epopea dell’indie-movie, quel movimento che movimento non fu che tra la seconda metà degli anni Ottanta e la prima metà degli anni Zero furoreggiò, trasformando in celebrità luoghi disabitati dalla memoria cinefila come Park City, la città dello Utah dove si tiene ogni gennaio sotto una alta coltre di neve il Sundance Film Festival. Tra i nomi che ebbero modo di farsi notare nel lasso di tempo in cui l’industria cedette – per poco e mai in maniera completa – lo scettro alle produzioni meno economicamente poderose è doveroso inserire anche Miranda July, nome d’arte di Miranda Jennifer Grossinger, figlia di scrittori e docenti nata in Vermont e cresciuta a Berkeley, nel cuore intellettuale della California. Adolescente punk, parte attiva del femminismo legato al periodo del cosiddetto “riot grrrl”, Miranda July si fece notare dapprima col bizzarro progetto Joanie4Jackie, sorta di catena di Sant’Antonio tradotta in immagini, e quindi con Me and You and Everyone We Know, graziosa commedia in perfetto stile Sundance, a tal punto da poter essere presa a esempio per spiegare in modo esauriente i tratti distintivi dell’estetica indie, e della sua etica politica. Chi pensava che July, come accaduto a molti e molte tra colleghi e colleghe, approfittasse del clamore mediatico sviluppatosi attorno al film (di cui la regista era anche protagonista), vincitore della Caméra d’Or a Cannes e citato da Roger Ebert come uno dei cinque migliori film del decennio, per entrare dalla porta principale degli studi losangelini sbagliò però clamorosamente mira. L’opera seconda, The Future, arrivò solo sei anni più tardi rispetto all’esordio, senza un cast di divi e senza i soldi di alcuna major alle spalle. Poi, di nuovo, il silenzio, stavolta lungo addirittura quasi una decade, da cui la regista esce presentando come d’abitudine al Sundance Kajillionaire, che in Italia arriva dapprima alla Festa del Cinema di Roma (nella sezione autonoma Alice nella Città) e quindi in sala con il sottotitolo La truffa è di famiglia, che ben poca immaginazione lascia agli spettatori rispetto al bislacco titolo originale.

Sono trascorsi quindici anni da Me and You and Everyone We Know, ma sembra davvero che l’intervallo di tempo non abbia preso più di un rapido battito di ciglia. Il cinema di Miranda July ha bloccato il tempo, si è immerso in una vasca congelante, ha chiuso con il presente pur senza mai rinnegarlo. C’è infatti in Kajillionaire tutta l’abbrutita realtà di un’America truffata e truffatrice, che muore da sola in una casa da lasciare ai figli, vive in appartamenti che sono in realtà uffici e non si prende neanche la briga di andare a seguire davvero il corso pre-natale nonostante sia incinta. Un’America tragica, ma che July riprende con il suo stile grottesco, privo di particolari movimenti di macchina o di angolazioni bizzarre ma interessato a un’umanità che vive reietta, in modo quasi impossibile da credere. Così la protagonista, un’ottima Evan Rachel Wood che torna sulla schermo dopo anni di assenza (tre, dal mediocre Allure dei fratelli Sanchez), non ha praticamente identità, con un nome proprio improbabile – Old Dolio – attribuitole dai genitori solo per provare a estorcere denaro a un barbone prossimo alla morte, e un’età indefinita, anche perché nessuno si è mai preso la briga di festeggiare il suo compleanno. Vive con i genitori che le hanno insegnato tutto quello che a loro serve nella quotidianità: riuscire a procacciarsi il denaro sufficiente per mangiare truffando chiunque capiti loro a tiro, in ogni modo e senza provare mai il benché minimo senso di colpa (si veda l’assoluta nonchalance con cui si prendono gioco di un moribondo). La situazione degenera, in modo non necessariamente negativo, quando ai tre si aggiunge una ragazza portoricana, Melanie, conosciuta durante un ridicolo viaggio di andata e ritorno in giornata tra Los Angeles e New York, messo in atto solo per truffare l’aeroporto californiano fingendo lo smarrimento del bagaglio. A contatto con un altro essere umano, ben più consapevole del proprio posto nel mondo, lo sguardo di Old Dolio si farà desiderante – di vita, di identità, di sesso – e non più prono nell’accettazione dei dogmi genitoriali.

L’idea di partenza è davvero brillante, e molte soluzioni comiche colpiscono perfettamente il bersaglio, a dimostrazione di come l’impianto indie avrebbe potuto garantire una ricchezza d’espressione assai maggiore anche all’industria. Il problema, se di problema è lecito parlare, è che Miranda July sembra non andare molto più in là della base portante della narrazione e delle psicologie dei suoi quattro personaggi. In questo modo la narrazione tende a cristallizzarsi, ritornando sempre sui suoi punti fermi – il riferimento al “big one”, il terremoto definitivo che metterà fine a ogni cosa è divertente, ma utilizzato con eccessiva frequenza – ma senza svilupparsi mai in modo compiuto. Così l’impianto generale resta un bozzetto, grazioso e intelligente, ma non molto di più. A colpire semmai è l’acidità di July, la sua capacità di scrivere personaggi sgradevoli fino in fondo – i genitori di Old Dolio, Debra Winger e Richard Jenkins, sono spinti fino alle estreme conseguenze nei loro comportamenti – senza sentire la necessità di addolcire l’amarezza di uno sguardo che può trovare una quadratura del cerchio solo nella speranza che avesse ragione Virgilio scrivendo nelle Bucoliche “Omnia vincit amor et nos cedamus amori”. Così, dopo essersi impantanato nella parte centrale, incapace di muoversi avanti o indietro, Kajillionaire trova nuova linfa e vitalità con un finale dinamitardo, che sembra staccarsi anche dall’ideologia indie per strizzare l’occhiolino al John Waters da Cry Baby in poi, quello ripulito nell’immagine ma mai sgrezzato nell’ideologia dissacratoria. E l’inquadratura su cui si chiude il film testimonia anche lo sposalizio apparentemente impossibile tra accidia e dolcezza. Bentornata, Miranda July.

Info
Una clip da Kajillionaire – La truffa è di famiglia.

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