Palm Springs – Vivi come se non ci fosse un domani

Palm Springs – Vivi come se non ci fosse un domani

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Con Palm Springs – Vivi come se non ci fosse un domani l’esordiente Max Barbakow si approccia alla commedia memore del Ricomincio da capo di Harold Ramis e, in tempi assai più recenti, di Auguri per la tua morte. Il tema del loop temporale è l’escamotage per una sceneggiatura divertente, ricca di intuizioni, che senza aggiungere molto di nuovo al genere sa come edificare un intrattenimento brillante per un’ora e mezza. Alla Festa del Cinema di Roma e in sala.

Nel deserto della vita

La mattina del 9 novembre, per Nyles, inizia svegliandosi di fianco alla fidanzata Misty, con la prospettiva di una giornata da trascorrere tra piscina e celebrazioni in un resort nel deserto di Palm Springs. La coppia è lì per partecipare al matrimonio tra Abe e Tala, un’amica di Misty. Un momento speciale che però Nyles sembra trattare con fin troppa svagatezza, brindando agli sposi in camicia hawaiana e salvando Sarah, sorella di Tala, da un discorso pubblico che la ragazza non vuole fare. Scappati insieme verso il deserto, Sarah vedrà Nyles trascinato in una grotta misteriosa, che ormai da tempo immemore lo costringe a rivivere la giornata del matrimonio senza soluzione di continuità. [sinossi]

Fin dalla fine di gennaio, quando ha fatto bella mostra di sé al Sundace Film Festival di Park City, nello Utah, Palm Springs è stato salutato come il ritorno della commedia indipendente a toni e timbriche che sembravano essersi rarefatte nel tempo fino al rischio della scomparsa, o dell’estinzione (come i diplodoco che Nyles e Sarah vedono nel bel mezzo del deserto, dopotutto). Non è un caso probabilmente che fra le varie società di produzione che si sono messe d’accordo per finanziare l’esordio alla regia di Max Barbakow ci sia anche la FilmNation di Glen Basner, che apparve sulla scena poco più di un decennio or sono accompagnando a un tempo The Joneses di Derrick Borte e l’ambizioso – e in gran parte incompreso – The Road di John Hillcoat. Durante la visione di Palm Springs, che ha anche l’accortezza di restare ancorato all’ora e mezza di durata che un tempo rappresentava la prassi, la virtù quasi aristotelica, si respira un’aria di libertà espressiva che l’America di oggi sembra aver posto volontariamente in un cantuccio. Barbakow, che dirige il film assecondando la sceneggiatura di Andy Siara, evita tanto le moine graziose dell’indie più zuccheroso quanto i quadri perfetti, le geometrie asettiche e fin troppo rigorose che spesso invadono il campo dell’ambizione nei registi alle prime armi. Si dedica alla sua creatura con divertita furia, Barbakow, quasi con sprezzo del pericolo, e tenendo bene a mente il fatto che sta dirigendo un film per il cinema, e non per uno schermo piccolo o domestico. Così Palms Springs (il sottotitolo italiano Vivi come se non ci fosse un domani è perfino pleonastico nella sua dichiarazione d’intenti), che pure non sprigiona alcunché di realmente miracoloso, procede dritto per una strada che in troppi oramai considerano vetusta, e da abbandonare. In estrema sintesi è questo il merito più evidente di una commedia invero spassosa, costruita su un ritmo indiavolato.

Non c’è in effetti molto da scoprire, in Palm Springs, perché tutto ruota attorno a personaggi e situazioni il cui solco è stato scavato nei decenni. C’è un pepato ricorso alla scurrilità, altra valvola di sfogo salvifica in un’epoca così mediocre e perennemente edulcorata, ma sia il cinismo estremizzato di Nyles che la verve non conciliata di Sarah – bravissimi sia Andy Samberg, anche fra i produttori, che Cristin Milioti, che i più attenti ricorderanno come prima moglie di Leonardo Di Caprio/Jordan Belfon nello scorsesiano The Wolf of Wall Street; l’intero cast, in ogni caso, merita un applauso – hanno antenati nobili. Che dire poi di una storia che prende l’idea di base di Ricomincio da capo di Harold Ramis, ed è memore dei ghigni prossimi al genere di Auguri per la tua morte di Christopher Landon, giocando addirittura nell’eterno ritorno a “wake up” con il “abre los ojos” (o “Open Your Eyes”) di Amenábar e Crowe? Siara in fase di scrittura è bravo a sviluppare il tema del loop temporale moltiplicando per tre le relazioni dei personaggi con l’infinito ricominciare da capo: non è più un solo personaggio a essere intrappolato nel loop ma sono addirittura tre, con il vendicativo Roy interpretato da J.K. Simmons a svolgere il ruolo di vera e propria mina vagante. In questo modo la storia d’amore tra i due protagonisti, che si sviluppa fin dalla prima sequenza, ha modo di costruirsi non solo nello spazio dell’affezione automatica (com’era per esempio con Andie MacDowell nei confronti di Bill Murray in Groundhog Day, “costretta” al colpo di fulmine dalle infinite capacità dimostrate dal suo collega), ma anche e soprattutto nel tempo. Nyles e Sarah trascorrono insieme giorni, mesi, probabilmente anni, magari addirittura secoli: Nyles poi lì è da tempo immemore, prima che anche Sarah finisca risucchiata nella strana caverna nel deserto che in qualche modo blocca il tempo, lo cristallizza, ricomincia debordianamente a ricominciare sempre dall’inizio, come se nulla fosse accaduto – agli altri, perché chi nel loop è imprigionato è ben consapevole di ogni cosa.

Il conoscersi e riconoscersi, l’innamorarsi, il terrore di perdere quel piccolo mondo immobile nel quale però si sa di non poter morire davvero, non poter essere sconfitti, nel quale si ha sempre l’occasione di riprovarci; questi i sentimenti che smuovono le sinapsi di Nyles e Sarah, e il senso di una commedia romantica sguaiata, spezzettata e ovviamente reiterante, che evita di prendersi troppo sul serio ma ha voglia di giocare solo in parte. Un prodotto indipendente che sarebbe stato dimenticato in fretta anni fa, ma oggi appare quasi come un alieno, la memoria di un’epoca lontana e ben più arguta, meno ossessionata dalla pulizia e dalla giustezza. Forse per questo viene naturale parteggiare per lui.

Info
Il trailer di Palm Springs – Vivi come se non ci fosse un domani.

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