Cosa sarà

Cosa sarà

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Con la proiezione alla Festa del Cinema di Roma (dove è il titolo scelto per la chiusura) e l’uscita in sala giunge a conclusione la lunga avventura di Cosa sarà, il quarto lungometraggio da regista di Francesco Bruni che sarebbe dovuto uscire già lo scorso marzo con il titolo Andrà tutto bene. Bruni attinge alla propria esperienza personale per tracciare il percorso emotivo, affettivo e psicologico di un uomo che si trova a tu per tu con l’ineluttabile. Dominato da una dolcezza sommessa e da uno sguardo intimo, il film è per ora il parto più compiuto del cineasta livornese.

Applicando alla vita i puntini di sospensione

Bruno Salvati conduce una vita poco soddisfacente: di lavoro fa il regista (non uno di quelli con la carriera sfavillante) e si è appena separato dalla moglie Anna, madre dei suoi due figli adolescenti. Dopo aver accusato un malore, Bruno scopre di essere affetto da una patologia e ha bisogno di un donatore. La rivelazione del suo stato di salute porta il regista a rivalutare i legami familiari, soprattutto con suo padre Umberto. Sarà proprio suo padre a rivelargli un segreto che porterà il figlio a viaggiare alla ricerca di qualcuno che potrà aiutarlo. [sinossi]

“Cosa sarà”, si chiedevano quarant’anni fa Lucio Dalla e Francesco De Gregori, “che fa morire a venti anni anche se vivi fino a cento?”. Aveva sei anni Bruno Salvati, il protagonista del quarto film da regista di Francesco Bruni, quando usciva Banana Republic, e magari era proprio allora che un suo coetaneo gli chiese di poter giocare con le sue macchinine per poi darsela a gambe levate. Si apre su quest’immagine Cosa sarà, un momento cristallizzato nel tempo in cui ci si è fidati troppo dell’altro, venendo buggerati e depredati di qualcosa. C’è una responsabilità oggettiva, quella che verrà meno nel corso del film, almeno per quel che concerne la trama principale della narrazione, l’ordito più evidente: non esiste infatti colpa nell’ammalarsi, il cancro è qualcosa da salvarsi, ma non è un’armata nemica. Bruni scardina da subito il luogo comune della retorica belligerante, in cui il malato è visto solitamente come un guerriero. C’è una fragilità così naturale nel corpo di Kim Rossi Stuart sottoposto alla prima prova della chemioterapia, il taglio totale dei capelli, che la scelta di affidare a quel frangente il commento musicale di Perfect Day di Lou Reed pare frutto di una osmosi. Fin dalle primissime battute appare evidente la qualità principale di Cosa sarà: la semplicità, e la delicatezza. Bruni gira un film diretto, che evita scorciatoie e allo stesso tempo rifugge da avviluppi narrativi dai quali faticherebbe con ogni probabilità a uscire. Quasi seguisse il consiglio della saggia figlia maggiore del protagonista (sorprendente l’interpretazione della giovane Fotinì Peluso, ma sul cast si tornerà più avanti), Bruni schiva la mina vagante dell’avvitamento su se stesso e evidenzia con chiarezza da subito i tratti distintivi del suo film. Si parla di malattia, e di come essa costringa l’essere umano a interrogarsi non tanto sul significato della vita – che quella, un senso o ce l’ha o non ce l’ha –, ma sul modo in cui la si è condotta, e sugli affetti che si rischia di abbandonare per sempre, di colpo, contro la propria volontà. Non è casuale che tra i corsi e ricorsi mentali dell’ospedalizzato Bruno torni con frequenza l’immagine della madre, cristallizzata nella sua forma giovanile, quando lui era ancora un bambino. L’affetto compensa il lutto inevitabile del tempo, e del suo incedere.

La famiglia ha sempre rappresentato un passaggio cruciale all’interno della poetica di Bruni – e il discorso si potrebbe allargare a parte consistente della sua carriera di sceneggiatore, sia con Paolo Virzì (qui ringraziato nei titoli di coda) che al servizio di altri registi –, eppure in precedenza mai così stratificato era apparso il discorso. Non è solo questione di ambizione del racconto, ma anche e soprattutto della costruzione dello stesso. Bruni scardina il tempo, manda innanzi e indietro la narrazione, gioca col flashback e con le digressioni oniriche – anche se uno di questi momenti, con Salvati che sogna di essere accolto sulla barca della sua dottoressa, segna uno dei pochi passaggi a vuoto del film. Esistono difatti tre passaggi temporali in Cosa sarà. Due sono rappresentazioni del vero (il presente, con Bruno in ospedale, sempre più emaciato, e il ricordo di ciò che è accaduto dal momento in cui è stata accertata la malattia, con la biopsia a seguito di un’emorragia nasale difficile da arrestare), e uno è il deliquio onirico, con il suo carico di repressioni, sensi di colpa, traumi più o meno grandi. Se questa struttura a volte rischia di generare digressioni inessenziali, come ad esempio i due frammenti in cui Bruno incontra il suo produttore, è grazie a essa che Cosa sarà trova una sua via peculiare nel rinovellare l’annosa questione della resa dei conti dell’essere umano con se stesso, una volta messo di fronte alla sfida più ardua, quella che non presenta vie di fuga possibili. In questa chiave interpretativa appare particolarmente funzionale la scelta di non cercare mai l’elemento climatico, né da un punto di vista di retorica del dolore – qui del tutto espunta dal contesto – né da quello della risata facile, della battuta a effetto. Tutti rimarcano come Bruno sia un uomo spiritoso, divertente, ma non c’è bisogno di vederlo anche sullo schermo. Allo stesso modo non c’è bisogno che il film si muova in direzione di prospettive comiche: c’è un umorismo persistente, in Cosa sarà, e mai invasivo così come non è invadente il dolore, né le relazioni umane da questo scomposte e ricomposte. Senza voler anticipare nulla della trama si prenda a esempio il segmento in cui la storia si sposta da Roma a Livorno. E si ragioni anche sulla scelta, a prima vista deludente, di non avere occasione di vedere neanche un frammento del film diretto da Bruno e proiettato alla sua presenza nella sala-cinema dell’ospedale (con Bruni stesso impegnato in un cameo muto): di nuovo, non c’è bisogno di valicare un confine, di andare oltre. Bruni, che pure aveva giocato con una romanità più espansa e “caciarona” tanto in Scialla! quanto in Tutto quello che vuoi – in cui per la prima volta entrava dirompente la necessità di ragionare sulla memoria e su ciò che comporta – si tiene qui a distanza, culla i suoi personaggi e li coccola, senza mai sbatacchiarli più di tanto.

Se fosse necessario trovare un aggettivo in cui celare il senso intimo di Cosa sarà, quello è senza dubbio dolce. Lo sguardo di Bruni si fa carezzevole, quasi volesse stringere i suoi personaggi in un abbraccio collettivo, e non lasciarli mai andare via. Anche per questo amore assoluto per l’umanità che racconta viene naturale accettare alcune ridondanze – già in parte accennate in precedenza. Non c’è alcuna forzatura, alcuna palese finzione, in Cosa sarà, grazie anche all’eccellente lavoro compiuto dal regista con i suoi interpreti. Se non è necessario trovare conferme del talento di Kim Rossi Stuart, o di Lorenza Indovina e Raffaella Lebboroni, ed è un piacere rivedere sullo schermo lo strehleriano Giuseppe Pambieri (che il cinema ha con troppa facilità snobbato nel corso degli anni), una volta di più Bruni si dimostra molto bravo nel cogliere le sfumature e le esigenze espressive di attori alle primissime armi. Fu così con Filippo Scicchitano, Lucrezia Guidone, Francesco Bracci, e Andrea Carpenzano, e la regola si rinnova con la già citata Fotinì Peluso e Tancredi Galli, impegnati a dare corpo e voce ai figli del protagonista, universitaria la prima e liceale il secondo. Ed è difficile durante la visione del film non pensare al peso personale di una messa in scena così accurata e dettagliata dell’ambiente familiare. Si è lasciato volutamente in secondo piano durante questa breve analisi l’ombra autobiografica che aleggia attorno al film, perché un oggetto cinematografico deve innanzitutto convincere in sé, prima che ci si possa lanciare in elucubrazioni e speculazioni ulteriori. Ma non si può far finta che questo sia un film come tutti gli altri, per una lunga e articolata serie di motivi che – ora che sono stati evidenziate le peculiarità espressive – è forse il caso di affrontare. La malattia che viene diagnosticata a Bruno Salvati (invertire le ultime vocali permette di comprendere appieno il gioco di parole nascosto nel nome) è la stessa che venne riscontrata al regista, che è a sua volta padre di una ragazza e un ragazzo. Non si sta suggerendo una sovrapposizione esatta tra ciò che è accaduto nella realtà e la finzione scenica, ma è indubbio che il film sia anche una lunga elaborazione di quanto accaduto. A fronte di un cinema italiano (industriale) spesso ombelicale, chiuso in se stesso e distaccato in modo quasi autistico dal mondo esterno, Bruni scava nell’intimo per costruire una commedia popolare che abbia la forza di allargare lo sguardo, aprire la visuale al di fuori. Vedere. C’è un persistente ritorno all’idea di sguardo in Cosa sarà: Bruno non sa resistere alle stringenti e doverose regole ospedaliere e apre la finestra, guardando al di fuori. La prima cosa che nota risvegliandosi dopo un sonno procurato dalla fiacchezza sono gli occhi della consorte – i due si sono separati, ma restano molto vicini –, e se riprende l’amato Tito, il figlio più piccolo, è solo perché i film li vede sul cellulare, e non su uno schermo consono.

Vedere l’esterno da sé per capire e comprendere meglio ciò che sta accadendo all’interno, e provare almeno a governarlo, gestendo le frustrazioni e imparando a conviverci. Cosa sarà è un grande elogio della fragilità, della necessità di non mostrarsi “maschi”, “dominanti”, “guerrieri”. Ed è rilevante che un’opera simile trovi il modo di esistere proprio in un anno in cui l’evolversi della pandemia legata al Covid-19 ha polarizzato la visione del mondo esterno estremizzandola fino allo stremo. Sarebbe dovuto uscire subito prima del lockdown e con un altro titolo (Andrà tutto bene), ma l’emergenza lo ha impedito. Ora appare alla Festa del Cinema di Roma e in sala proprio a ridosso di un paventato nuovo lockdown – che sarebbe da combattere con tutte le forze –, e nella tragicità della situazione viene naturale assistere al film come fosse un segnale di speranza lungo un’ora e quaranta, la dimostrazione di come sia possibile uscire dall’incubo ritrovandosi e riscoprendo i rapporti umani, le interazioni, l’interconnessione con ciò che estraneo ed esterno. E quel titolo sembra quasi chiedersi cosa sarà anche del cinema italiano, che rischia di essere prostrato dalle scelte politiche, e ridotto ad agonizzare. Resistere, è la risposta, senza ottusità. Resistere nella normalità, nella quotidianità degli affetti, nella logica della dolcezza. In questo senso la dedica finale, a Mattia Torre (un collega e amico che quella stessa battaglia l’ha persa), è commovente nella sua diretta semplicità, dote dimenticata dai più e riscoperta da Francesco Bruni, che con Cosa sarà firma la commedia più riuscita, e più sincera, del 2020.

Info
Cosa sarà, il trailer.

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