Punta sacra

Punta sacra

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Presentato ad Alice nella Città 2020, dopo i riconoscimenti a Vision du Reel e ad Annecy Cinema Italien, Punta Sacra è un documentario di Francesca Mazzoleni sugli abitanti dell’agglomerato urbano dell’idroscalo di Ostia. Una comunità di gente semplice che lotta pacificamente per regolarizzarsi nel territorio che rappresenta la loro storia e la loro vita, contro le ruspe che vorrebbero far spazio a progetti di speculazione turistico-edilizia.

Dove l’acqua di Tevero s’insala

L’ultimo triangolo di spazio abitabile alla foce del Tevere: le persone che ci vivono lo chiamano Punta Sacra. Il film racconta la vita della comunità dell’idroscalo di Ostia, oggi composto da cinquecento famiglie. Su tutte, quella di Franca, a capo di una famiglia completamente al femminile, narratrice e motore delle storie che rendono vivo quel lembo di terra. [sinossi]

Un lembo di terra che si protende sul mare, che circonda l’ultimo tratto del fiume Tevere nella sua confluenza nel Tirreno. Una terra grigia, desolata, di nessuno dove ci sono carcasse di un vecchio parco giochi, altalene incrostate. Così la filmmaker Francesca Mazzoleni presenta il territorio dell’idroscalo di Ostia, nel film Punta Sacra, presentato ad Alice nella Città 2020, reduce dai successi di Vision du Reel (Miglior film) e di Annecy Cinema Italien (Miglior regia). La regista racconta una comunità che rappresenta, a suo dire, l’ultima borgata autocostruita di Roma. La popolazione che abita un agglomerato urbano spontaneo e disordinato, cresciuto dagli anni Sessanta su territorio demaniale a seguito del trasferimento di molte famiglie disagiate dopo l’impennata dei costi immobiliari nella capitale. Gli abitanti chiedevano da tempo alle istituzioni di essere regolarizzati, ma nel belpaese, dove gli abusi edilizi vengono sempre annegati in sanatorie, questo non è stato concesso. I poveri abitanti di Punta Sacra davano in effetti fastidio alla speculazione del progettato porto turistico di Roma, su cui poi è calata la scure della magistratura, e una prima demolizione è stata decretata dal sindaco Alemanno, con uno spiegamento di forze dell’ordine sproporzionato rispetto ai semplici abitanti di quella zona. E ora i rimanenti rimangono in attesa del proprio destino abitativo, manifestando in modo pacifico e festoso, contro ulteriori demolizioni e sgomberi.

Francesca Mazzoleni mantiene uno sguardo delicatissimo su quelle persone, le osserva nella loro vita semplice, di aurea mediocritas, riporta le loro chiacchierate e i loro discorsi, di vita, spensierati, i flirt dei ragazzi. Dove trapela la storia di quella comunità, la loro rivendicazione a esistere, e il trauma dello sgombero violento del 2010. Tutto è molto spontaneo, segno che la regista ha instaurato un’empatia con quella gente. La mdp è un punto di vista interno alla comunità, in ciò accompagnata dalle tante riprese aeree, da droni, che danno il senso di quella geografia di confine, di incrocio di terra, mare e fiume, dove i flutti si infrangono sulla costa. In una di queste immagini dall’alto, per esempio, si vede una parte di mare agitato separata da un molo dall’acqua invece piatta di un porticciolo turistico. Un’immagine che è la metafora perfetta dell’esistenza di quella comunità dissestata, che una barriera divide dall’ordine e dalla pulizia dei luoghi di svago di una borghesia opulenta. La vita della comunità è al contrario semplice. Si rispettano le tradizioni e le festività come il Natale. Ma non c’è bisogno di pacchiane luminarie, una semplice scala addobbata con creatività può benissimo fungere da albero di Natale, tra i ragazzini che intonano l’Hallelujah di Leonard Cohen in versione italiana. E i bambini giocano con il nulla in quel territorio, senza costosi giocattoli.

Nei paraggi di Punta Sacra la mattina del 2 novembre 1975 venne ritrovato il cadavere di Pier Paolo Pasolini, non in corrispondenza del centro abitato, come fa presente la signora nel film, bensì più in là, dove ora si trova il Centro Habitat Mediterraneo della LIPU. Come non pensare che lo spirito del poeta friulano, il suo sguardo alla gente di borgata, agli umili, aleggi ancora in quella comunità. Una comunità dove alberga un genuino senso collettivo, socialista, che nasce spontaneo nei discorsi di quelle persone, spesso impegnate in argomenti concettualmente alti pur espressi in un linguaggio semplice e istintivo. L’apice è proprio una discussione su Pasolini, sulla possibilità di separarne il pensiero e il valore di interprete della società italiana con quella vita dissoluta che avrebbe fatto da contorno al suo omicidio. Una discussione che contrappone la signora che mantiene alti i suoi valori, autentici e imperituri, di sinistra, con le altre donne disilluse, che vedono nel PD il seppellimento di ogni ideale di comunismo. E poi il sacerdote che difende la comunità, il diritto alla dimora “di cittadinanza” delle persone che vivono lì da sempre, che cozza con il dogma della proprietà privata. E il suo bizzarro e trasandato amico, con cui si impegna in discorsi filosofici, al pari di quelli, esistenziali, delle ragazze che discettano dell’esistenza di Dio. C’è poi la signora anziana con l’effigie di Che Guevara alla manifestazione, e il rapper incantato dalla figura di Víctor Jara, il cantautore cileno impegnato, barbaramente ucciso dopo il golpe di Pinochet; che si batteva per i campesinos, categoria, come quella dei sem terra brasiliani, associabile agli abitanti di Punta Sacra. Sarà il bizzarro filosofo a fornire la metafora per quella gente che vive alla foce del Tevere, il fiume che segue il suo corso ineluttabile verso il mare come anelito alla libertà.

Info:
Il trailer di Punta sacra.

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