Stardust

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Resoconto del primo fallimentare tour americano di David Bowie, Stardust di Gabriel Range è un biopic anti-drammatico e poco energetico, tutto incentrato sul suo protagonista: un giovane Bowie confuso e ineffabile. Alla Festa del Cinema di Roma.

Dietro questa maschera c’è un uomo e tu lo sai

Nel 1971, un ventiquattrenne David Bowie intraprende il suo primo viaggio in America con Ron Oberman, addetto stampa della Mercury Records, per incontrare un mondo non ancora pronto per lui. [sinossi]

Non è certo semplice fare un film su un atto mancato, occorre una buona dose di inventiva, e tanta energia. Se poi si tratta di un biopic su una star della musica (e non solo) del ventesimo secolo, servirebbero anche i diritti delle sue canzoni, ma in fondo a questa mancanza si può anche ovviare, è già stato fatto, e succederà ancora. Biopic anodino incentrato sul primo fallimentare tour americano di David Bowie, Stardust di Gabriel Range racconta qualcosa che non è avvenuto, non almeno nella maniera in cui si era previsto: Bowie andò negli States nel 1971, ma per un errore burocratico il suo visto non gli consentiva di suonare per un pubblico pagante, pertanto il promoter della Mercury Record Ron Oberman lo fece esibire solo in eventi privati. Inoltre, Stardust ritrae di fatto un personaggio in fieri, un Bowie ancora alla ricerca della propria immagine, e quindi, a parte l’incipit in stile 2001: Odissea nello spazio e il finale con l’avvento di Ziggy Stardust, il film non concede molto in termini di visionarietà e intrattenimento.

Già autore di Death of a President, interessante mix di docudrama e thriller incentrato sull’assassinio immaginario di George W. Bush (2006), Gabriel Range in Stardust si rivela, come il proprio protagonista, a sua volta in cerca di una chiave di lettura, di un accesso possibile al personaggio di Bowie pre-Bowie, ma da lì, dalla ricerca, non sembra discostarsi mai. In parte perché il linguaggio prescelto da Stardust appare proprio quello del documentario, declinato nella descrizione fenomenologica di un momento di stasi nella carriera dell’artista. E in tal senso, Range propone dunque allo spettatore un ruolo di mero osservatore di fatti, volti, costumi e scenografie.

Bionda creatura androgina in abiti dalle fogge femminili, il ventiquattrenne David Bowie, incarnato dal volenteroso interprete britannico Johnny Flynn (Emma, Beast), sbarca come un alieno negli States e, dopo aver superato i complessi controlli aeroportuali, viene prelevato da quella che sembra l’unica figura dell’industria discografica statunitense ad aver apprezzato il suo nuovo disco: il promoter della Mercury Record Ron Oberman (Marc Maron). Dopo il successo di Space Oddity, il nuovo album dell’artista britannico, The Man Who Sold the World, è infatti stato accolto negativamente dalla critica, specie quella americana, che lo reputa troppo tetro e oscuro. Il tour dovrebbe servire a promuoverlo, ma si trasforma in una débâcle per via dei su citati problemi con il visto lavorativo. Ha inizio dunque un percorso on the road, nel corso del quale il promoter fa del suo meglio, ma tra esibizioni in convention di venditori di aspirapolveri e fallimentari interviste con un Bowie impacciato e incerto nella descrizione di se stesso e della sua musica, ogni tappa del viaggio si rivela un disastro.

Tra Bowie e Oberman non si sviluppa poi alcun tipo di relazione, come il tracciato di viaggio farebbe auspicare e, a parte un sonoro litigio, non è prevista né reciproca conoscenza né complicità, né apertura al buddy movie. La scelta al tempo stesso originale e castrante di mostrare un Bowie in cerca del proprio personaggio è dunque il nucleo “non pulsante” del film, che ripone tutto il suo quid nell’ineffabile volto di Bowie/Flynn, una “forma” ancora tutta da plasmare, dall’interno tra l’altro, dato che a Oberman non è concesso alcun potere maieutico. Cosa sobbolle dietro quella maschera di Pierrot, pronta ad esibirsi nel corso di un’intervista anche nell’arte del mimo (Bowie era stato un allievo di Lindsay Kemp e aveva partecipato allo spettacolo Pierrot in Turquoise, ma questo in Stardust non ci viene detto) non è dato saperlo, possiamo solo stare lì a osservare.

In compenso, intorno a questo Bowie confuso e meditabondo si muove di tanto in tanto una moglie ipercinetica e petulante, Angie (incarnata da Jena Malone), un personaggio decisamente troppo sopra le righe e privo di una reale identità che non sia il suggerire al marito costumi e trucco di scena. Troppo insistiti poi appaiono quei riferimenti alla presunta rivalità del nostro con Marc Bolan (incarnato da James Cade) dei T. Rex, band al tempo assai più in auge di Bowie. Ma soprattutto, croce e delizia del biopic (si veda il ruolo dei fratelli defunti in Ray e Walk the Line) in Stardust c’è la centralità del dramma del fratellastro Terry Burns (Derek Moran), mentore musicale per il Bowie adolescente, poi rinchiuso in sanatorio per schizofrenia e infine morto suicida. Il timore di aver ereditato la follia per trasmissione genetica diventa dunque il perno attorno a cui far ruotare tutte le insicurezze del protagonista, per farle poi convergere nella creazione del suo later-ego Ziggy Stardust, volano della sua carriera.

L’incontro con Andy Warhol è correttamente tenuto fuori campo, d’altronde fu lo stesso Bowie a incarnarlo in Basquiat di Julian Schnabel (1996) e dunque fargli virtualmente incontrare un se stesso più maturo avrebbe rappresentato un corto-circuito temporale e di immaginario ulteriormente straniante. Delle canzoni di Bowie, come si è detto, non vi è traccia, sostituite da alcune delle cover realmente interpretate dall’artista all’inizio della carriera e da brani alla maniera dei Velvet Underground. Più interessante è il lavoro sulla colonna sonora attuato dalla compositrice Anne Nikitin le cui note riecheggiano un sound bowiesco senza calcare la mano con la mimesi.

É un oggetto non identificato Stardust, un lavoro sin troppo trattenuto e rigoroso nelle sue scelte per essere coinvolgente. E si resta dunque inevitabilmente delusi dalla sua sostanziale freddezza. Come si sarà intuito, siamo distanti dai fuochi d’artificio di Velvet Goldmine di Todd Haynes (1996), fiammeggiante ritratto dell’era del glam e della love story tra Bowie e Iggy Pop (sebbene i nomi dei due fossero stati cambiati). Anche lì non c’erano i diritti dei brani del Duca Bianco, ma una playlist con numerose star dell’epoca e contemporanee (Brian Eno e Placebo, Roxy Music e Pulp, tra gli altri) ne faceva ampiamente le veci. Non resta che osservare la performance mimica e canora del giovane protagonista Johnny Flynn in Stardust, magari senza concentrarsi troppo sui suoi canini sporgenti posticci, a leggere poi le dichiarazioni del regista tutto si fa più chiaro: Range è al lavoro su Lust for Life, secondo capitolo, auspicabilmente più energetico, delle avventure di Bowie, naturalmente stavolta affiancato da Iggy Pop. Per avere invece un ritratto più efficace dei primi anni della sua carriera e della creazione del personaggio di Ziggy Stardust (dunque esattamente il percorso che dovremmo vedere in Stardust), conviene recuperare il volume Haddon Hall – Quando David inventò Bowie, gustosa, ironica e delicata rievocazione delle vicende personali e creative di Bowie (incluso il suo primo matrimonio), resa mirabilmente dai disegni del talentuoso fumettista franco-tunisino Néjib.

Info:
La scheda di Stardust sul sito della Festa del Cinema di Roma.

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