Dune Drifter

Dune Drifter

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Presentato nella selezione ufficiale del Trieste Science+Fiction Festival 2020, Dune Drifter è l’ultimo lavoro del regista di genere Marc Price, che porta avanti la sua poetica low budget coerentemente, con un film di fantascienza che ricalca l’estetica vintage di tanti classici B-movie.

La donna che cadde su un pianeta

In un’infinita battaglia nello spazio, un gruppo di piloti di caccia stellari viene lanciato contro un’armata di navi nemiche. Una giovane pilota, Adler, e la sua mitragliera, Yaren, vengono abbattute, ma riescono ad atterrare su un pianeta vicino. Dopo aver alloggiato la compagna morente in una tenda di sopravvivenza, ad Adler non restano che due giorni di supporto vitale per riparare il caccia. L’avvistamento di una nave nemica la spinge alla ricerca di pezzi di ricambio, ma ben presto si accorge che da quella è rimasto un sopravvissuto, con cui entrerà in conflitto… [sinossi]

Una lunga discussione sulla differenza tra le vecchie armi balistiche, o le antiquate bombe a mano che pochi sanno cosa fossero, e le nuove armi al plasma, che comportano tutta una serie di inedite coordinate, anche di grande rischio. È un significativo dialogo in una lunga scena di una battaglia spaziale in Dune Drifter, ultimo film di Marc Price, presentato al Trieste Science+Fiction Festival 2020. Un dialogo che allude quindi a una futura rivoluzione tecnologica che va oltre la pura evoluzione delle meccaniche belliche, prefigurando un nuovo paradigma, un nuovo sistema. Qualcosa di analogo al passaggio nella nostra società al digitale, che ha pervaso molti campi tra cui quello degli effetti speciali nel cinema. Nell’evocare con nostalgia una vecchia tecnologia, Marc Price sembra richiamarsi a un cinema di SF pre-digitale, fatto di trucchi ottici. Tutta la prima parte di Dune Drifter riproduce un’estetica alla John Dykstra, il mago degli effetti di Guerre stellari e supervisore della prima serie TV Galactica (Battlestar Galactica). Caccia spaziali che volteggiano in uno spazio stellato fatto di tanti e semplici puntini, esplosioni di scintille, e comunque una battaglia spaziale quasi tutta vista all’interno dei velivoli, dove campeggiano i volti dei piloti.

Il cadavere di un pilota nemico vaga ruotando nello spazio siderale, dopo che la sua navicella è stata disintegrata, un movimento che ricorda forse il primo corpo morto nel vuoto spaziale realizzato con scientifica verosimiglianza, quello dell’astronauta Frank Poole, eiettato dalla Discovery, di 2001: Odissea nello spazio. Gli schermi di comunicazione interna nelle astronavi di Dune Drifter sono spesso disturbati con quella instabilità e quelle nebbioline tipiche della televisione analogica; i radar spaziali sembrano riprodurre i primordiali videogiochi stilizzati; le scritte sugli schermi sono nella grafica degli ancestrali calcolatori o dei primi personal computer 386, così come quella del codice inserito nel finale, digitato con dei tasti e levette antidiluviani, altro che touch screen o riconoscimento vocale. Sembra un’operazione come la visualizzazione di Fahrenheit 451 fatta da François Truffaut, che vedeva il futuro pieno di oggetti paradossalmente vintage.

Per Marc Price, che si è fatto notare con Colin, il film di zombie da 45 sterline stimato da Scorsese, si tratta di un qualcosa di più di un’esibizione di pauperismo cinematografico, di un’appartenenza a un cinema indipendente low budget, quanto di un omaggio a un’estetica vintage, a una SF cinematografica fatta da bravi artigiani. Si tratta insomma di usare il puro cinema, con il suo linguaggio, in luogo di una creazione virtuale sterile. Il montaggio per creare scene mozzafiato come il semplice gioco a nascondino che Adler fa con il soldato nemico, e con lo spettatore. Oppure usando sapientemente il fuori campo, quando la pilota viene aggredita nella tenda da una creatura feroce, sembrerebbe, come ancora il cinema di fantascienza di una volta. Si pensi ai mostri che non si potevano vedere, se non in una breve scena d’animazione della Disney, de Il pianeta proibito.

Il contesto futuristico del film è volutamente sfumato, indefinito. Siamo in un fantomatico sistema Erebus. Si deduce che i piloti umanoidi siano terrestri, dei coloni, e di un’epoca non tanto lontana nel tempo contemporaneo, visto che qualcuno ricorda ancora le vecchie bombe a mano. Anche i nemici, i Drekk, equivalenti dei Klingon, sono appena accennati. Vediamo solo il volto mostruoso del soldato ucciso, che curiosamente porta sulla tuta delle scritte in alfabeto latino e pure una bandiera del Canada. A Marc Price non interessa una spiegazione, quanto far partire la pura azione del cinema di genere, quell’adrenalina che ha importanza anche nella storia. E Dune Drifter si snoda tra la battaglia spaziale nella prima parte, il film di sopravvivenza, una volta precipitati sul pianeta, con punte di duelli western con il soldato Drekk. Adler è un’eroina fantascientifica al femminile, con quel casco dal vetro appannato, degna erede del tenente Ellen Ripley di Alien. Il pianeta ovviamente non è costruito digitalmente, il film pesca a piene mani tra i paesaggi dell’Islanda: una terra nera, vulcanica, primordiale, dove irrompono i geyser, ideale per fare da sfondo a una lotta per la sopravvivenza.

Info
La scheda di Dune Drifter sul sito del Trieste S+F Festival.
Il trailer originale di Dune Drifter.

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