2067

Al Trieste Science+Fiction Festival 2020 è stato presentato 2067 di Seth Larney, parabola ecologista che affronta con coraggio gli stereotipi del genere fantascientifico (il viaggio nel tempo, il futuro apocalittico), uscendo dal confronto a testa alta.

Il viaggio nel tempo come speranza ecologista

Nel 2067 il mondo sta morendo. Non c’è più una pianta o un albero e l’ossigeno si sta esaurendo. Almeno fino a quando non arriva un messaggio dal futuro attraverso una macchina ideata da Richard Whyte, ormai defunto da anni. Il messaggio dice di inviare nel futuro Ethan Whyte, suo figlio… [sinossi]

L’intento ecologista di 2067 non si muove su un piano allegorico o metaforico ma va dritto al sodo. La Terra, in 2067, è un agglomerato morente in cui il peggio dell’uomo è all’ordine del giorno. Ethan White lavora, fatica, sopravvive alla fine della scala sociale per cercare di salvare la moglie da una morte certa. E la scelta di viaggiare nel futuro, con il tempo, appare più un tentativo di riappacificarsi con il passato. Con suo padre. Con la morte della madre. Con la vita in generale. Il film si muove liberamente su questa doppia direttrice: da una parte le intenzioni ecologiste, l’intenzione di dar luogo a un cinema eticamente impegnato su questo fronte senza rinunciare all’intimismo, alla spettacolarità, al coinvolgimento emotivo; dall’altra la dimensioni private, quelle di frattura esistenziale che il protagonista vive e fa proprie, affrontando un percorso di cambiamento arduo e definitivo.

Sebbene 2067 viva di stereotipi, di già visto, di meccanismi narrativi prestabiliti e usurati, riesce comunque a farli propri e a diventare il film che, pur contenuto nel budget, ogni amante della SciFi vorrebbe vedere. Ancora una volta è l’immagine, e in particolare l’uso spasmodico di una fotografia al neon, fatta di una tavola cromatica spinta ed estremizzata, a trasformare 2067 in un oggetto filmico respingente e al tempo stesso attraente. Perché se è vero che ci muoviamo in un territorio di cui il cinema ha abbondantemente abusato, è altrettanto vero che l’idea del viaggio nel tempo è qui resa in una forma esiziale, funzionale. In un’intervista, il regista Seth Larney ha dichiarato di considerare se stesso come un narratore visuale, cioè un autore che tende a privilegiare l’elemento visivo, quello più immediato, nel processo creativo. In questo modo l’immagine diventa centrale e funzionale alla storia e ai temi affrontati. Appare evidente in 2067 in cui la tavolozza cromatica, la dimensione scenografica che si muove dalle parti di Blade Runner, dominano con prepotenza una messa in scena, come si diceva, vittima di un già visto.

Dove invece 2067 funziona è nel mettere in scena la tragedia esistenziale del suo protagonista, il suo arco narrativo cristologico. Ethan Whyte è sì l’eroe di cui il mondo necessita per salvarsi ma è anche un uomo che vive di assenze, di privazioni affettive. Tutto, nel percorso di Ethan Whyte, porta alla perdita di un elemento affettivo: il padre, la madre, l’amico che è come un fratello. La moglie. Il mondo stesso.
In quei vuoti intimi, relazionali si accumula la bellezza di un film come 2067, che ci fa soprassedere sui cosiddetti buchi di sceneggiatura. Un’opera che diventa facilmente fotografia di una felicità per sé impossibile ma, piuttosto, per l’altro da sé.
L’atto sacrificale come generosità assoluta.
Quello di cui il mondo ha bisogno.

Info
La scheda di 2067 sul sito del Trieste S+F Festival.
Il trailer originale di 2067.

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