Corman’s Eyedrops Got Me Too Crazy

Corman’s Eyedrops Got Me Too Crazy

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Corman’s Eyedrops Got Me Too Crazy è l’omaggio che Ivan Cardoso dedica al padre di tutti gli indipendenti, Roger Corman. Un viaggio psichedelico folle, ritmato da un montaggio ipnotico e che si concentra sulla pellicola, sulla possibilità materica di graffiarla per riappropriarsene, in un movimento ludico e poetico a un tempo. Visto, dopo il passaggio a Rotterdam, nell’edizione online del Fantafestival romano.

Um filme de terrir

Roger Corman, il padre spirituale di tutti gli amanti del cinema dell’orrore “indipendente”, ospita il regista brasiliano Ivan Cardoso, e gli offre gocce del suo collirio. Ma è un’idea davvero saggia accettare un simile dono? [sinossi]

Ivan Cardoso incontra Claude Duty durante un saluto rapido a Roger Corman che gli permette di passare in rassegna il proprio subconscio incubale cinematografico – e forse non solo. Corman’s Eyedrops Got Me Too Crazy è la traduzione letterale scelta per il mercato internazionale dell’originale portoghese O colírio do Corman me deixou doido demais, e nonostante la sua bizzarria altro non è che il racconto perfino pedissequo di ciò che accade in scena durante i neanche venti minuti nei quali si sviluppa questo piccolo film, già presentato a gennaio in anteprima mondiale al Festival di Rotterdam e portato in Italia (purtroppo solo in una sala virtuale, ma i tempi sono quelli che sono) dal romano Fantafestival, giunto alla quarantesima edizione. Nell’incipit del cortometraggio Roger Corman, padre spirituale di tutti i cineasti indipendenti dediti all’exploitation, saluta il suo ospite Ivan Cardoso piazzandogli negli occhi gocce del suo personale collirio, così da poter “vedere il mondo in un modo in cui i tuoi occhi non lo hanno mai visto”. Mai parole furono così profetiche. In realtà prima ancora che irrompesse il contemporaneo, vale a dire l’incontro tra Cardoso e Corman, il film aveva mostrato la sua reale essenza, quella di un lavoro sulla pellicola e con la pellicola, oggetto materico ma anche di culto, propagatore dell’immateriale attraverso la sua stessa fattura. Quegli inizi di pellicola, già graffiati dall’usura del tempo e ulteriormente grattati dalla mano dell’uomo – nell’atto di ricreare sul già creato, ipotesi a un tempo ludica e poetica – racchiudono al proprio interno già il senso di un’operazione come quella condotta in porto da Cardoso, forse il più oscuro agli occhi occidentali tra i registi partoriti dal gran ventre del Brasile durante gli anni Sessanta. È un peccato che l’esperienza di Roberto Turigliatto come direttore del Torino Film Festival si sia interrotta quasi quindici anni fa proprio sul più bello, quando si stava pensando di dedicare una retrospettiva a questo autore difficile da contenere all’interno di schemi mentali e critici troppo rigidi: dopo Rogério Sganzerla e Júlio Bressane si sarebbe mosso un passo più in là alla riscoperta del tropicalismo, di quel mondo sotterraneo ma che solo senza volerlo comprendere a fondo si potrebbe definire superficiale. Gronda naïveté a ogni inquadratura anche Corman’s Eyedrops Got Me Too Crazy, ed è quello il suo punto di forza principale: di fronte all’austera seriosità della maggior parte degli sperimentatori Cardoso reagisce con un urlo paradossale e parodistico a favore di videocamera, perfino dolce nella sua esasperazione.

Oramai quasi settantenne il regista di Nosferato no Brasil e O Sarcófago Macabro (tanto per citare due titoli uguali e diversissimi tra loro) ha abbandonato qualsiasi velleità di narrazione canonica, ma non ha certo perso il suo gusto per il sarcasmo. Il terrir, folle mescolanza di orrore e umorismo, deve ancora far collassare un sistema dittatoriale: quello di Bolsonaro, forse, ma ancor prima quello del cinema industriale – e in tal senso la scelta di Corman come nume tutelare è quasi inevitabile – e perfino di una certa parte dell’avanguardia che, alla maniera del venerabile Jorge da Burgos di echiana memoria, guarda con gran sospetto il riso. Invece l’infantilismo dichiarato di Cardoso, così eretico nella sua fusione osmotica d’alto e basso senza soluzione di continuità, è ancora oggi lo sberleffo supremo. Senza doversi preoccupare di allestire set sempre più costosi e difficili da gestire, Cardoso gratta via la polvere dalla pellicola e la restituisce a una vita eterna – sempre come il Nosferatu con cui esordì alla regia –, mescolando Barravento e Quarto potere, suoi stessi film (O Escorpião Escarlate, per esempio) con l’immagine di José Mojica Marins, forse il regista brasiliano a cui viene più naturale avvicinarlo. Il tutto giocando con l’immagine, deformandola, screziandola, graffiando e disegnando la pellicola, in un vortice di senso che diventa sabba anche grazie alla colonna sonora approntata per l’occasione dal sodale Gurcius Gerwdner, musicista e artista trentottenne che funge da collante tra la nostalgia del tempo e la rutilante corsa dell’oggi, tra la fisicità immateriale della pellicola e la virtualità carnale del video. Se Corman si presta al gioco, complimentandosi nel finale con l’adepto per la sua capacità di fondere in un mélange sapiente orrore, sesso e umorismo (trimurti fondamentale anche nel cinema prodotto e diretto dal novantaquattrenne di Detroit in settantacinque anni di carriera), è perché riconosce in Cardoso il candore psichedelico del visionario, la ricerca di quel punto al di là dell’immagine stessa che permetta a quest’ultima di ritornare sempre in vita, al di là del tempo e dello spazio in cui è stata concepita originariamente. Cardoso regala, in questo 2020 così atroce, diciotto minuti di pura e semplice libertà creativa ed espressiva. Basterebbe questo a eleggerlo come visione fondamentale.

Info
Corman’s Eyedrops Got Me Too Crazy, il trailer.

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