Curse of the Blind Dead

Curse of the Blind Dead

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A quattro anni da The Blind King Raffaele Picchio torna alla regia con Curse of the Blind Dead, omaggio post-apocalittico alla saga che rese celebre Amando de Ossorio. Picchio non risparmia gli aspetti più truculenti della vicenda, rinverdendo i fasti sadici di Morituris, ma alla sua creatura sembra mancare qualcosa in fase di sceneggiatura. Al Fantafestival 2020.

La risurrezione dei resuscitati ciechi

In un mondo ormai giunto alla sua fine e reduce da un conflitto che ha spazzato via oltre la metà degli esseri viventi, padre e figlia cercano di sopravvivere raggiungendo quello che sembra l’ultimo avamposto rimasto. Nel viaggio si imbatteranno in un oscuro culto che sembra venerare qualcosa proveniente dal passato, qualcosa di immortale e malvagio pronto ad esplodere… [sinossi]

Anche all’interno del mondo sotterraneo dell’horror indipendente italiano – territorio selvaggio che pochi conoscono nella sua multiformità, e ancor meno sembrano interessati a sistematizzare, quasi si trattasse di una eccentricità che poco ha a che fare con il cinema nazionale ufficiale – una figura come quella di Raffaele Picchio corre il rischio di trovarsi in una zona liminare, forse guardato con sospetto perfino da quelli che dovrebbero essere i suoi sodali. Dal suo esordio, Morituris, sono trascorsi quasi dieci anni, un lasso di tempo in cui nessun film (anche il più eretico) ha avuto in patria l’onore di essere bocciato in toto dalla commissione per la revisione cinematografica del MiBACT: Morituris, è storia nota, non ricevette infatti il nulla osta alla proiezione in pubblico, primo titolo a incorrere in una simile censura dai tempi dell’accusa di blasfemia che decollò Totò che visse due volte nel 1998. La motivazione di una tale scelta merita di essere trascritta per coloro che non sono avvezzi alla materia: «per motivi di offesa al buon costume, intendendo gli atti di violenza e di perversione sulle donne, motivati dal gusto della sopraffazione e dall’ebbrezza della propria forza rafforzata dal consumo di alcool e droga. Inoltre i “giustizieri” si accaniscono sia sui ragazzi, rei di violenza e sadismo, sia sulle ragazze vittime dei loro carnefici. Infine, negli atti di perversa violenza viene impiegato un topolino come un oggetto sessuale». Picchio, all’epoca dei fatti lavorando sullo script di Gianluigi Perrone, aveva osato traslitterare nelle forme del cinema horror l’orrore reale, i fatti del Circeo, producendosi in una regia che non si poneva alcun limite nella rappresentazione della crudeltà, perché non esiste limite quando si ha da maneggiare il concetto di male assoluto. Nell’immagine dei gladiatori che tornavano dal mondo dei morti a far strage di buoni e cattivi, senza alcuna morale a indirizzare i colpi di daga inferti, c’era già a ben vedere il ricordo dei resuscitati ciechi, i templari immortali e immondi che animano la saga di Amando de Ossorio in quattro film (Le tombe dei resuscitati ciechi, La cavalcata dei resuscitati ciechi, La nave maledetta,e La notte dei resuscitati ciechi) fra il 1972 e il 1975. E proprio a de Ossorio Picchio torna, omaggiandolo apertamente in Curse of the Blind Dead, presentato in Italia al capitolino Fantafestival.

Se la scelta di riportare in vita – è proprio il caso di dirlo – i templari maledetti del cinema spagnolo appare dunque logica all’interno del percorso di Picchio, ancor più intessuta alla sua poetica espressiva è la rappresentazione di un mondo caduto, derelitto, dove non esiste altro che barbarie, e dove l’uomo cannibalizza l’uomo, godendo della sofferenza altrui. In tal senso la scelta dei titoli di testa è a dir poco illuminante: partendo dall’iconografia dei templari si arriva alle immagini reali dei conflitti mondiali, delle azioni terroristiche, dei bombardamenti: la finzione più esplicita, quella dedita al soprannaturale, non può una volta di più fare a meno di confrontarsi con la realtà, e di esserne la reincarnazione in forma spettacolare. In quest’ottica la fiera delle crudeltà che Picchio dedica ai suoi spettatori, per quanto truculenta sia, non sembra mai gratuita, né forzata, si tratti dell’accecamento tramite ferro arroventato, di uno sbudellamento, o di un uomo che preferisce privarsi del pollice che rimanere incatenato (una scelta, quest’ultima, che sembra occhieggiare al torture porn). Negli anni la regia di Picchio si è poi fatta più elegante, come testimonia il bell’incipit ambientato nel medioevo: curioso, a partire da questa riflessione, come Curse of the Blind Dead non si muova mai nel presente, diviso com’è tra i secoli bui del passato e un futuro post-apocalittico, quasi che non ci fosse modo di rappresentare l’oggi senza spostarsi temporalmente altrove, ricordando ciò che fu (il rogo, il culto, il rito) e preconizzando ciò che sarà.

Picchio pare sempre alla ricerca di un male ottuso, eterno, buio come la notte (anche della mente). Per questo i suoi film ruotano anche attorno al tema della cecità, esplicitata qui come nel precedente The Blind King, elaborazione del lutto che tracimava nell’orrore. Non esiste fede che non oltrepassi la riva approdando nella pazzia, e non esiste culto che non partorisca demoni: una visione atea dell’horror che è affascinante, e in una certa misura persino rara nel panorama contemporaneo. Per tutti questi motivi dispiace che Curse of the Blind Dead non sia sostenuto da una sceneggiatura in grado di esaltare le ambizioni di fondo del regista (per esempio la rappresentazione del femminile si fa centrale, e tutt’altro che banale, ma anche quest’aspetto viene sacrificato): il meccanismo narrativo è troppo semplice, e glissa su una lunga serie di dettagli che meriterebbero invece ben più di un approfondimento. L’irruzione in scena dei templari demoniaci è giustamente procrastinata, ma da lì in poi l’incedere del film si fa convulso, disperdendo una parte non indifferente del potenziale. I personaggi vengono così ridotti a mere funzioni, sprecandone il valore emotivo. A sorreggere il film restano dunque solo la messa in scena di Picchio – a suo agio in un territorio come quello di de Ossorio, anche se l’omaggio alla celeberrima cavalcata al ralenti è troppo rapido per non essere considerato spurio all’interno del reale percorso del film – e una troupe tecnica all’altezza della situazione. Il divertimento per gli amanti del genere non manca e il prodotto è perfettamente in grado di espatriare e ottenere consensi anche a livello internazionale (sono dopotutto coinvolti Luca Boni e Marco Ristori, che fin da Eaters e poi da Zombie Massacre sono stati presi sotto l’ala protettiva da Uwe Boll), ma l’impressione è che sia lecito parlare in ogni caso di un’occasione parzialmente sprecata. Il talento di Picchio merita di essere valorizzato, e forse dovrebbe essere lasciato completamente libero, privo di legacci di qualsivoglia tipo. Ma non è più un’epoca per la libertà, neanche nel sottobosco dell’horror indipendente.

Info
Curse of the Blind Dead, il trailer.

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