I tuffatori

I tuffatori

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Daniele Babbo, apprezzato regista di video musicali, esordisce alla regia cinematografica con I tuffatori, viaggio nel piccolo mondo antico dei tuffatori che si lanciano in Bosnia-Erzegovina dallo ‘stari most’ di Mostar. Muovendosi tra varie suggestioni Babbo dimostra un talento registico, anche se si ha l’impressione che venga meno un vero centro del discorso. In Italiana.doc al Torino Film Festival.

Le generazioni in volo

A Mostar in Bosnia ed Erzegovina, tutti i giorni da duecento anni i tuffatori si lanciano dallo Stari Most, il “ponte vecchio” costruito nel sedicesimo secolo: una tradizione che si tramanda di generazione in generazione e che non è stata interrotta neppure durante la guerra, nonostante il ponte, nel 1993, sia stato distrutto. Alcuni dei tuffatori portano sul corpo e nella mente i segni del conflitto, mentre i più giovani, alla ricerca del gesto perfetto, pensano al futuro. [sinossi]

Dall’alto della sua lunga e apprezzata frequentazione con il mondo musicale italiano, che come regista di videoclip lo conosce come Dandaddy (ha diretto video musicali tra gli altri per Verdena, Luci della centrale elettrica, Marta sui tubi, Baustelle, Calcutta, Dente, Teho Teardo, Masoko), Daniele Babbo non se ne avrà a male se ad aprire questa recensione del suo I tuffatori, esordio alla regia di un documentario cinematografico, è una citazione tratta da Il tuffatore, la canzone che dà il titolo all’opera somma di Flavio Giurato: «Volevo essere un tuffatore | con l’altezza sotto il naso ed il gonfio del costume | Volevo essere un tuffatore | che si aggiusta e si prepara di bellezza non comune | E ora voglio essere un tuffatore | per rinascere ogni volta dall’acqua all’aria». Sono così anche i tuffatori che Babbo immortala nel suo primo lungometraggio, in attesa che si smorzi un po’ il vento prima di lanciarsi nell’acqua gelida del fiume Narenta, così fredda (“è un fiume di montagna”) che per evitare uno sbalzo termico eccessivo conviene bagnarsi prima ancora di tentare il volo. Sono così anche i tuffatori che sullo Stari Most, il ponte vecchio di Mostar – e dopotutto Mostari, da cui viene il nome della città, significa proprio “guardiani del fiume”, a testimoniare l’importanza cruciale che ha quell’ammasso d’acqua che scorre furibondo –, chiedono agli astanti un obolo da mettere nel cappello. Sono così anche i tuffatori di Babbo, come quello cantato da Giurato, di una “bellezza non comune” e pronti a “rinascere ogni volta dall’acqua all’aria”. Quale che sia la loro età, quale che sia la propria esperienza di vita, eccoli che s’inerpicano oltre la balaustra, a un passo dal vuoto, per poi ritrovarsi nei locali della loro associazione, a bere e a discutere, sempre dei tuffi, quasi esclusivamente dei tuffi. Perché la loro vita, a ben vedere, è un lancio nel vuoto.

Non è la prima volta che il Ponte Vecchio di Mostar, simbolo suo malgrado del terrificante fratricidio che distrusse la Jugoslavia (venne distrutto e poi ricostruito seguendo in tutto e per tutto il disegno originario), diviene immagine cinematografica: su di lui si interrogò anche Davide Ferrario – a sua volta regista di molti videoclip – dapprima immortalandolo nella registrazione della tournée in Bosna-Erzegovina dei CSI – Consorzio Suonatori Indipendenti e quindi inserendolo anche all’interno di Guardami, in un passaggio per certi versi volutamente scentrato del film. Qui torna Daniele Babbo, a fotografare una realtà che nonostante tutto sembra resistere al tempo, e al suo sviluppo. Non c’è in effetti una gran differenza tra i ragazzi che oggi si lanciano dal ponte e le immagini di repertorio di tuffi della metà degli anni Settanta. È cambiato il mondo fuori, è finito il sogno socialista di Tito, spazzato via anche a forza di mitragliate e fucilate dei cecchini, ma non è mutato un rito che è antropologia cittadina, parte integrante di un tessuto umano che si rigenera nel tuffo, riemergendo rinvigorito dall’acqua. Babbo ha sviluppato il suo lavoro nell’arco degli anni, tornando a girare materiale a Mostar per quasi un lustro, ritrovando i suoi tuffatori e interrogandoli, intervistandoli, rubando le chiacchiere di fronte a una birra, andandoli a trovare a casa.

Lo schema de I tuffatori è semplice, si basa sulla frammentarietà per cercare il centro al di sopra del bene e del male, il nucleo fondativo dell’essere di questi ragazzi, adolescenti, uomini, anziani. C’è chi ha memoria della guerra, e chi è nato dopo, chi racconta dei tatuaggi fatti nel campo di prigionia (a sinistra il volto di Tito, a destra una moschea: il solo spogliarsi diveniva atto di accusa) e chi pensa a un futuro che non sa neanche disegnare bene. Nel mezzo, come vuole il proverbio, scorre il fiume. Babbo ha uno sguardo sensibile, sa trovare l’inquadratura giusta per esaltare l’horror vacui – reale ma anche ideale – e articola un montaggio che vorrebbe tenere insieme le varie anime che compongono il suo racconto (brava Ilenia Zincone, già al lavoro tra gli altri per Fulvio Risuleo ne Il colpo del cane e Ananke di Claudio Romano). Il suo documentario possiede una potenza espressiva sotterranea, e utilizza un linguaggio semplice ma non per questo banale. Semmai a venir meno è un reale centro del discorso: resta l’impressionismo di un tuffo, o il racconto aneddotico di questa o di quell’altra esperienza, luttuosa o meno che sia. Permane il luccicare al sole della pelle bagnata, e la tensione prima del lancio. Ma questi elementi, questi fenomeni evidenti, non riescono quasi mai a divenire discorso stratificato, non possono – o forse non sanno – restituire la complessità dell’esistere in quel luogo, nel corso degli anni come al giorno d’oggi. È come se Babbo, come gli spettatori che attendono a bordo fiume, e come gli stessi spettatori del film, rimanesse incantato da “l’altezza sotto il naso ed il gonfio del costume”, e si fermasse a fotografare un istante, senza cercare di comprendere fino in fondo i secoli che quell’istante, quella tensione, e quel lancio, hanno prodotto.

Info
I tuffatori sul sito del TFF 2020.

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