Mickey on the Road

Mickey on the Road

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Presentato in concorso al 38° Torino Film Festival, Mickey on the Road della giovane regista taiwanese Lu Mian-mian è un’opera che riflette sulla sostanziale omologazione tra le due cine, attraverso un viaggio esistenziale di due ragazze dalla Repubblica di Cina alla Cina Popolare. Un viaggio di ricerca/scoperta delle proprie radici e della propria identità che sfocerà in delusioni.

Le cine sono vicine

Mickey e Gin Gin sono migliori amiche. Mickey si prende cura della madre che soffre di depressione; nel tempo libero frequenta il tempio cercando di unirsi alla squadra maschile di arti marziali. Gin Gin si guadagna da vivere ballando nelle discoteche. Quando Gin Gin escogita un piano per incontrarsi con Jay a Guangzhou, in Cina, Mickey decide di cercare il padre che anni prima aveva abbandonato lei e la madre. [sinossi]

Yiu-fai torna a Hong Kong, dal padre, alla vigilia dell’handover, passando prima per Taiwan dove fa visita alla famiglia del ragazzo con cui ha avuto una fugace relazione. Al ritorno apprende dal telegiornale della morte del leader cinese Deng Xiaoping. Si tratta del finale del film Happy Together di Wong Kar-wai, dove le relazioni dei personaggi riflettevano i rapporti parentali turbolenti tra la madre Cina e le figlie ribelli, Hong Kong e Taiwan. Dopo più di vent’anni ci troviamo con una Cina che reprime le manifestazioni della ex-colonia britannica e mantiene le sue mire su Taiwan, mentre è stata a sua volta assorbita dal sistema capitalista selvaggio di questi territori. A impostare una struttura narrativa metaforica come quella di Wong Kar-wai è giunta la giovane filmmaker taiwanese Lu Mian-Mian con il film Mickey on the Road, presentato nel concorso Torino 38.

Il film racconta un viaggio iniziatico, quello di due ragazze taiwanesi tra loro molto legate, Mickey e Gin Gin. La prima ha un’aria mascolina, si veste con abiti maschili, con lo sdegno della madre, che soffre di depressione, pratica le arti marziali anche se nel tempio non le sarebbe concesso di esibirsi in quanto donna. La sua amicizia con l’altra ragazza, che fa la go-go dancer in locali notturni, è ambigua come la stessa Gin Gin le fa presente. Lei le chiede morbosamente se abbia fatto sesso con il suo fidanzato e rimane contrariata della sua risposta affermativa, perché non gliel’aveva rivelato. Sono ragazze caparbie ed energiche che vivono la vita come una sfida, si arrabattano per vivere trovandosi dei lavoretti come distribuire depliant pubblicitari nelle cassette della posta. E non esitano a incendiare quella del signore che non voleva ricevere quelle pubblicità. Il loro viaggio nella Cina continentale, nella megalopoli di Guangzhou, prossima sia a Hong Kong che a Macao, è un viaggio in cerca di affetto, per colmare una carenza, per Gin Gin il fidanzato, per Mickey il padre. Entrambi si sono trasferiti cercando, e trovando, fortuna, ma l’incontro delle due ragazze si rivelerà deludente, scoprendoli imbruttiti e mediocri, sfociando nella rottura per la prima e addirittura nel, tentato, omicidio per la seconda.

Quello che trovano nella Repubblica Popolare è un paese dei balocchi capitalista, del tutto simile alla loro realtà. anzi. Il viaggio delle due ragazze serve a Lu Mian-Mian per mostrare la desolazione dell’omologazione delle due, o tre, cine. Tutto un grande luna park palpitante di luci al neon, in un’estetica da film con la fotografia di Cristopher Doyle. Dove gli elementi della tradizione sono inscatolati, distillati in questa dimensione sgargiante postmoderna, nelle macchinette da fiera, nella statua rutilante di Confucio nel parco divertimenti. Le vecchie manifatture cinesi, quelle tradizionali attività tessili, sono ormai abbandonate come archeologia industriale, come quei magazzini del padre di Mickey. Quando le amiche arrivano in Cina si trovano spiazzate per l’impossibilità di navigare nei comuni motori di ricerca, scopriranno che sono censurati da una ragazza che indossa una t-shirt di Gucci: tratteggiando così in un solo colpo la situazione di un paese capitalista non democratico. I ragazzi che conoscono sono anche dei ‘gamer’. Sembra che nella nuova Cina sia tutto più facile, che sia diventata un territorio dell’edonismo e dell’arricchimento facile, come è successo anche per il padre della protagonista che ora vive in una villa lussuosa quanto kitsch.

Mickey on the Road racconta anche di una perdita di spiritualità, nella moderna Cina continentale, ancora presente in barlumi a Taiwan. Il film mostra i templi, le preghiere con incenso, la pratica delle arti marziali nella parte taiwanese, mentre nella parte cinese vediamo solo pacchiani residence di lusso preconfezionato all’occidentale, locali di karaoke, poster di Klimt alle pareti. In uno scambio di battute su Dio tra le ragazze e l’amico cinese che hanno conosciuto, ironizzano sul dio dei soldi. Anche la storia del cinema cinese sembra essere preservata a Taiwan come si vede in una proiezione all’aperto – per la verità con un unico spettatore – di un classico del muto con la diva Ruan Lingyu, Love and Duty recentemente restaurato a Taiwan, sul cui schermo le ragazze giocano alle ombre cinesi. Ma nel vuoto culturale cinese, o quello che la regista identifica come tale in un gradino appena più in basso di quello della sua Taiwan, c’è anche uno strascico della Rivoluzione culturale che ha cercato di fare tabula rasa della cultura tradizionale, mentre i taiwanesi si considerano i depositari della tradizione millenaria cinese già da quando Chiang Kai-shek ripiegò aTaiwan portandosi dietro tanti tesori dell’arte cinese, custoditi al National Palace Museum, temendo non sarebbero sopravvissuti nel dominio maoista. A fare eccezione, nel film, a questa sterilità culturale cinese, è il ragazzo conosciuto dalle protagoniste, che mantiene un suo spirito poetico. L’incrocio di lingue stesso, dei dialoghi nell’incontro di culture, il cantonese che si parla a Guangzhou e il dialetto taiwanese delle ragazze si risolve presto nel dominante mandarino. E la veduta del nuovo faraonico ponte Hong Kong–Zhuhai–Macao, che suggella la dominazione pan-cinese nel collegamento con e tra le ex-colonie.

Lu Mian-Mian non riesce a controllare l’impianto retorico del suo discorso, che spesso ribadisce con ridondanti momenti didascalici: i discorsi del ragazzo sulla superiorità e l’egemonia del mercato cinese, la radio che magnifica il made in China come un traino della produttività globale con il fermento della Nuova via della seta, ed enfatizza risibilmente la democrazia del grande paese e il rispetto dei diritti umani. E così pure la metafora dei pesciolini rossi, quelli che il padre ha nell’acquario della sua magione, ricordando che quelli che aveva a Taiwan non erano più in salute, che poi Mickey trova morti quando rientra. Il momento poi in cui la ragazza pugnala, in un raptus, il genitore è del tutto inutile, narrativamente – non avendo alcun seguito – e cinematograficamente reso con un gratuito preziosismo. La regista non riesce a essere sufficientemente analitica nell’affrontare la complessità delle relazione tra la nuova Cina e Taiwan scadendo spesso in schematismi.

Info
Mickey on the Road sul sito del TFF.

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