Sin señas particulares

Sin señas particulares

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La messicana Fernanda Valadez esordisce alla regia con Sin señas particulares, resoconto infernale della vita al confine tra Messico e Stati Uniti, e lo fa ricorrendo a una messa in scena dal forte impianto visionario, con grande attenzione tanto alla maestosità degli spazi quanto al dettaglio, umano e naturale. Un’opera prima sorprendente, in concorso al Torino Film Festival.

Il diavolo in corpo

Magdalena non ha più notizie del figlio da quando, mesi prima, ha lasciato il Messico per andare negli Stati Uniti. Le autorità spingono perché Magdalena firmi un certificato di morte, ma l’incontro con un genitore in lutto spinge la donna a intraprendere un lungo viaggio per capire quale sia stato il destino del figlio. Magdalena incontrerà Miguel, un ragazzo costretto a rimpatriare dagli Stati Uniti, e con lui affronta la violenza e la desolazione di un paese profondamente cambiato. [sinossi]

Il confine è d’aria e luce, cantavano oltre venti anni fa i CSI di Giovanni Lindo Ferretti. In natura non v’è dubbio sia così, ma nella società degli uomini il confine spesso è materializzato in forme evidenti. C’è il muro della striscia di Gaza, il confine di Horgos che divide Ungheria e Serbia, il porto franco di Melilla per “proteggere” l’Europa – la Spagna per l’esattezza – dalla supposta “invasione” nordafricana, la green line che spacca a metà Cipro. E c’è ovviamente il muro texano che impedisce ai messicani di raggiungere con facilità il territorio statunitense, e su cui si giocano da anni anche le elezioni presidenziali. La barriera di separazione tra Stati Uniti e Messico, voluta trent’anni fa da George Bush e portata avanti anche dalle presidenze democratiche, ha visto morire migliaia di messicani, donne e uomini senza identità, spesso finiti in fosse comuni o bruciate vive. Uccisi dalle intemperie, dagli insetti, dagli animali selvaggi, dalle polizie di confine, dagli squadroni della morte. Uccisi. A migliaia. Questa tragedia è stata raccontata dal cinema, anche a Hollywood e dintorni (Babel, Traffic, Fast Food Nation, Sicario, ma i prodromi dei difficili rapporti tra le polizie di frontiera sono rintracciabili anche ne L’infernale Quinlan, tra gli altri), ma non si era mai visto un approccio simile a quello di Fernanda Valadez, che esordisce alla regia con Sin señas particulares, presentato in concorso alla trentottesima edizione del Torino Film Festival. Sin señas particulares, senza segni particolari, la qualità peggiore per un cadavere privo di nome che deve essere riconosciuto. Non hanno dopotutto volto i ragazzi messicani che sognando un futuro migliore provano ad attraversare quel confine, quello spazio d’aria e luce che troppo spesso si traduce in perdizione, sofferenza, morte. Valadez li riprende per un attimo, nell’incipit, quando il figlio di Magdalena le annuncia che il giorno dopo tenterà la traversata con il suo migliore amico.

Guardando da un lato a Missing e dall’altro a La donna che canta, l’esordiente regista disegna una via crucis priva di salvezza o redenzione, il viaggio nella bolgia infernale di una nazione corrotta nel profondo, nella wilderness priva di legge ma anche di morale, di etica, di sympátheia. Questo viaggio è compiuto da uomini e donne soli, private degli affetti che cercano disperatamente di rintracciare, fosse anche solo per poter piangere un corpo. Se infatti il povero Diego viene subito riconosciuto, per via della grande macchia bianca che gli occupa parte del viso, di Jesús (il figlio di Magdalena) non c’è traccia: certo, ci sarebbe la possibilità di riconoscere come proprio figlio uno qualsiasi dei cadaveri carbonizzati che non permettono più una identificazione ottica, ma la donna non se la sente. Pensa e spera di poter rintracciare il suo ragazzo, potrebbe perfino essere ancora vivo. Perché c’è chi riesce ad attraversare il confine, a raggiungere quel Bengodi che tale non è: lo sa bene Miguel, che dopo anni vissuti da clandestino in Arizona viene rispedito al di là del confine dalla polizia statunitense. Un percorso contrappuntato di ostacoli, cancelli, porte girevoli di metallo, che Valadez racconta – in un passaggio pur breve all’interno della narrazione – in tutta la sua atroce disumanità. Non c’è salvezza in nessun luogo, anche la natura con i suoi spazi immensi (fotografati in tutta la loro maestosità: la componente tecnica ed estetica è decisamente rilevante) sembra echeggiare le grida morte di un popolo privato della collettività, della sensazione di sicurezza minima. Le case sono abbandonate, le bestie marciscono nelle stalle, i posti di blocco illegali sono ovunque. Brucia il Messico, in Sin señas particulares, e brucia con lo zampino del diavolo. Ma chi è davvero il diavolo, l’entità malvagia che rammenta nel suo racconto – uno splendido flashback sfocato come l’occhio solo di chi ricorda – l’indio che neanche parla spagnolo? O è forse un essere umano come tanti?

Fernanda Valadez, anche autrice della sceneggiatura insieme ad Astrid Rondero – l’intera troupe tecnica è gestita da donne –, oltre a una grande attenzione ai personaggi e alle loro peculiarità mette in mostra un apparato visivo non comune. Sin señas particulares è un’opera livida che trova una sua maestosità nella messa in scena, nel passaggio mai forzato da totali annichilenti a dettagli ora bucolici ora brutali, in cui gli elementi naturali – il fuoco in primis, ma anche l’acqua e la terra – assumono un valore estetico che contiene però un senso profondo, quello di una disperazione che non potrà mai avere risarcimento, e che non trova una via d’uscita nella bolgia in cui è andata a infilarsi. A tratti pare di trovarsi a tu per tu con una regista in grado di cogliere il valore visionario di Carlos Reygadas (e nella sequenza con il diavolo in silhouette la mente corre inevitabilmente dalle parti di Post Tenebras Lux) per trasportarlo però in un terreno sociale e collettivo che manca del tutto al collega e conterraneo. Non è usuale imbattersi in opere prime così consapevoli del linguaggio utilizzato e degli obiettivi che deve prefissarsi. E nel finale non si può non provare un profondo senso di angoscia, per la quale non esiste soluzione.

Info
Sin señas particulares sul sito del TFF.

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