The Dark and the Wicked

The Dark and the Wicked

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Horror rurale plumbeo e scarno, The Dark and the Wicked di Bryan Bertino è soprattutto una riflessione sulla morte e sulla perdita, poco corroborata da idee di regia. Al TFF 2020.

Hai paura dei vecchi?

Louise e Michael sono fratelli. Quando tornano alla fattoria di famiglia per accompagnare il padre verso una morte inevitabile, si accorgono che la madre vive un tormento profondo dettato non soltanto dalla condizione del marito. Con il trascorrere dei giorni e l’aumentare della sofferenza, anche i due fratelli iniziano ad avere incubi e cominciano a credere che qualcosa di malvagio si stia impossessando della loro famiglia. [sinossi]

Nessun vicino nei dintorni che possa sentirti urlare, solo qualche pecora che bela nell’ovile, all’interno la carta da parati è stinta, il lavandino gocciola, la Bibbia è l’unico libro a disposizione. Nuova declinazione dell’horror rurale, nobile genere che da Non aprite quella porta (Tobe Hooper, 1974) fino al più recente The Witch (Robert Eggers, 2015) non smette di inquietare con le sue famiglie disfunzionali, The Dark and the Wicked di Bryan Bertino approda alla prima (e speriamo ultima) edizione on line del Torino Film Festival, senza apportare alcuna rimarchevole novità al suo filone di appartenenza.

Inserito nella nuova sezione dell’evento, chiamata Le stanze di Rol (dal nome del sensitivo torinese Gustavo Adolfo Rol), tutta dedicata al cinema di genere, The Dark and the Wicked è principalmente un film sulla morte e sulla perdita, travestito da excursus atmosferico, spirituale e orrorifico sull’isolazionismo della provincia rurale statunitense. Nella fattoria immersa nel nulla, troviamo questa volta un nucleo familiare riunitosi al capezzale del patriarca morente, immobilizzato da tempo a letto. La moglie ha qualche difficoltà ad affrontare la situazione e l’arrivo dei due figli, Louise (Marin Ireland) e Michael (Michael Abbott Jr.) non apporta particolare calore al focolare domestico, né sostegno morale all’anziana donna. I due figli sono infatti piuttosto rudi e anaffettivi, sia tra di loro che nei confronti dei genitori. Però hanno paura, questo sì, ed è forse l’unica caratteristica umana che posseggano.

Poco supportati da dialoghi all’altezza della situazione, Michael e Louise bisbigliano costantemente, anche se in giro non c’è nessuno, lei vorrebbe assumersi le sue responsabilità e prendersi cura del padre, ma c’è già una solerte infermiera a fare tutto e, tra l’altro, la donna snocciola riflessioni sul trapasso ben più profonde e articolate di quelle sussurrate dai congiunti del moribondo. Una serie di inquietanti eventi iniziano poi a manifestarsi, tormentando tutti i presenti, ovini compresi.

Diventato una promessa dell’horror statunitense grazie all’ottimo esordio con The Strangers nel 2008, Bryan Bertino appare smarrito e disarmato di fronte alle questioni ponderose che vorrebbe affrontare con The Dark and the Wicked. Nonostante si percepisca un forte coinvolgimento personale nel voler ritrarre l’incapacità o forse impossibilità di reagire di fronte alla morte del proprio genitore, questo suo nuovo lavoro non riesce mai a prendere una direzione decisa e resta sospeso tra l’adesione al genere horror e una riflessione metafisica in buona parte incompiuta. C’è un anziano morente, è vero, ma cosa percepiscano i presenti, al di là delle loro allucinazioni, non è dato saperlo. I personaggi di Michael e Louise restano impenetrabili, meri strumenti ad uso e consumo delle dinamiche di un racconto che procede solo in virtù dell’intermittenza di qualche spavento fine a se stesso. L’idea poi di scandire la narrazione con didascalie che indicano il trascorrere dei giorni è del tutto esornativa e nulla aggiunge alla storia.

Non resta che dedicarsi ai dettagli e agli imperituri trucchi del mestiere, che certo Bertino sa maneggiare, ma che qui non riesce a inserire in un percorso fluido né in una riflessione metafisica che porti da qualche parte. D’altronde anche il cattivo prescelto per questa storia – morte a parte – è piuttosto abusato: nientemeno che il demonio. E per evocarne la presenza ecco delle luci che si accendono di notte all’improvviso, dei teschi ovini o bovini ora disposti sul mobile in soggiorno, ora appesi alle pareti. Alcuni dettagli “inquietanti” completano il quadro: cipolle sul tagliere e uno “spaventoso” tappo di gomma per lo scarico del lavandino. All’occorrenza poi ecco dei ragni pronti a fuoriuscire dalle narici. C’è anche una sartoria in questa fattoria, ma è un ambiente poco utilizzato a livello narrativo, utile solo a fornire qualche ritratto “espressivo” dei volti dei manichini.

Era lecito aspettarsi di più da un horror rural-familiare dedicato al tema della morte e sembra che Bryan Bertino abbia rinunciato ad esprimersi creativamente sul tema. Forse non lo si può biasimare per questo, ma di fatto il suo The Dark and the Wicked resta sospeso in un limbo stantio e afasico, proprio come i suoi inerti protagonisti.

Info:
La scheda di The Dark and the Wicked sul sito del Torino Film Festival 2020.

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