Edward mani di forbice

Edward mani di forbice

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Titolo più ambizioso e allo stesso tempo più personale dell’intera filmografia di Tim Burton, Edward mani di forbice è un occhio gotico aperto sull’America degli anni Ottanta, dove tra le file di casette a schiera è ancora possibile che cresca il romanticismo. Disperato e iconico, segnò la fortuna del regista, e anche della coppia di protagonisti composta da Johnny Depp e Winona Ryder.

L’uomo che portò la neve in città

Una cittadina suburbana classica statunitense, negli anni Cinquanta. La rappresentante di cosmetici Peggy Boggs si avventura fino al castello gotico che domina la città, e fra i suoi ruderi vi scopre Edward, un ragazzo creato da un geniale inventore che è morto però prima di riuscire a “finirlo”. Al giovane, dotato di cervello e cuore, mancano infatti le mani, sostituite da due paia di forbici. [sinossi]

In una delle sequenze centrali e più emotivamente coinvolgenti di Edward mani di forbice Vincent Price, l’inventore geniale che ha dato la vita a Edward, crolla a terra esanime prima di riuscire a completare la sua “creatura”. Quella rovinosa caduta al suolo, quel colpo apoplettico che lascia orfano Edward, tutto solo nell’enorme magione, è l’ultima inquadratura cinematografica di Price, che pure in televisione recitò ancora per Bruno Barreto in The Heart of Justice prima di morire ottantaduenne nell’ottobre del 1993, proprio nei giorni in cui esordiva in sala una delle visioni gotiche più compiute e celebri partorite dalla mente di Tim Burton, Nightmare Before Christmas. Un film che in una certa qual maniera sembrava riallacciare l’immaginario di Burton ai suoi esordi da disegnatore, quando venne alla luce Vincent, cortometraggio che è omaggio tanto alla poesia di Edgar Allan Poe quanto al cinema di Roger Corman con protagonista proprio Price. In pochi avrebbero osato utilizzare Price caricando il suo personaggio di una dolcezza estrema, assoluta, di una paterna eleganza, ma il Burton a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta era una delle figure più “solitarie”, nell’accezione migliore del termine, di Hollywood. Forse sarebbe possibile tracciare una linea che conduca dalla sua poetica dell’epoca – si scrive necessariamente al passato perché il regista ha mutato in modo radicale il suo approccio al cinema, il proprio stile, i tratti distintivi del suo sguardo, con il passaggio al nuovo millennio – a quella di David Lynch, ma si tratterebbe in ogni caso di una forzatura: Lynch lavora su una materia pulsante, a tratti putrescente, mentre Burton si muoveva nel campo della grafica. Edward mani di forbice è un film in carne e ossa, ma possiede tutto il potere misterico – e dunque oscuro – dell’animazione in stop motion (e alcuni effetti speciali, come i marchingegni creati dall’inventore, ricorrono proprio a tale tecnica), oltre a costruire una scenografia volutamente in continuo, incessante conflitto. Il romanticismo di Burton è decadente, non c’è speranza reale per i suoi reietti, “diversi” che la società statunitense, basata sulla conformità alle regole e al perbenismo borghese, non può accettare.

Il mito latente è sempre quello di Frankenstein, della creatura che prende vita dal nulla, che si muove nella società senza che essa neanche la consideri umana. Era così già per il cagnolino protagonista di Frankenweenie, geniale cortometraggio in live action che diventerà nel corso dei decenni un lungometraggio d’animazione, ma anche in Beetlejuice – Spiritello porcello si avverte la tensione di un ritorno alla vita, della possibilità di essere ancora umani anche quando non si è più umani – e questo è un valore che non ha gradi di giudizio sulla morale, perché appartiene tanto ai “buoni” quanto ai “cattivi”, come lo stesso Beetlejuice. Edward vive: ha un cuore, un cervello, dei sentimenti, cammina e articola frasi attraverso il linguaggio. È un essere umano in tutto e per tutto, e tale sarebbe considerato se non fosse per un dettaglio: morendo prima di riuscire a terminarlo, il suo inventore/papà non ha potuto costruirgli delle mani, al posto delle quali si trovano delle enormi forbici da giardino (il giardinaggio era una passione per Price, e questa scelta narrativa appare come il più dolce degli omaggi, e anche il meno scontato). Il primo conflitto è dunque già qui, nella relazione tra umano e non-umano, o parzialmente umano: qual è la differenza, dove si trova realmente la linea di demarcazione? Burton ha le idee molto chiare in tal senso, e per esplicitarle si affida a un ulteriore conflitto, tutto letterario: Edward mani di forbice infatti prende spunto dal mito di Prometeo già fondativo per Mary Shelley e per esplicitarne la tragedia intrinseca lo lega a La bella e la bestia di Jeanne-Marie Leprince de Beaumont (che riduceva un testo di Madame Gabrielle-Suzanne Barbot de Villeneuve a sua volta forse ispirato da Giovanni Francesco Straparola). Questo conflitto, che esce dalla sua funzione teorica per attanagliare le viscere dello spettatore, è l’elemento centrale di un film che procede per osmosi impossibili e cesure – sforbiciate, è il caso di utilizzare questo termine – improvvise.

Come ogni fiaba che si rispetti Edward mani di forbice non ha un vero e proprio tempo a cui appartenere: la nonna che racconta la storia di come arrivò la neve in città – elemento primigenio che crea uno spazio tra un “prima” e un “dopo” – potrebbe appartenere a ogni epoca, mentre la narrazione prevede in tutto e per tutto uno slittamento agli anni Sessanta. Il castello che domina la cittadina borghese e suburbana con le sue villette fatte a schiera, sgargianti e tutte identiche, perfettamente conformate, è invece un manufatto gotico, costruito in un secoli in cui negli Stati Uniti l’uomo caucasico europeo non era neanche ancora arrivato. Di fronte a elementi così conflittuali si può trovare solo una soluzione nell’accettazione dell’altro, del diverso-da-sé, ma questo la società statunitense non sa accettarlo: è solo l’agente afrodiscendente (unico non bianco della cittadina, e infatti non possidente) ad avere compassione per Edward, salvandolo almeno parzialmente dal linciaggio cui vorrebbe sottoporlo la “retta” cittadinanza. Poi, al di là di questo, si sviluppa la storia d’amore. Burton è un regista che stratifica attraverso il linguaggio, il riferimento cinefilo, una poetica diretta, forse anche semplice, ma in grado di arrivare con una potenza estrema allo spettatore. Gioca con gli oggetti di scena per trasformare ogni singola sequenza in un personale processo di apprendimento – non necessariamente positivo – di Edward, fino a cogliere la profonda verità della sua diversità: non le forbici al posto degli arti superiori, ma solo e soltanto un’umanità pura, incorrotta, che non si affida né alla retorica né al pregiudizio. Negli anni Ottanta plastificati della reggenza Reagan tornare al gotico, alla materia, alla scenografia fatta di scale nodose e contorte, di angoli oscuri, messi in relazione a una luce esagerata, uniforme, scintillante all’apparenza quanto marcescente nell’intimo è un atto politico. I diversi che saranno il punto fermo della poetica del primo Burton (ma che resteranno anche nella seconda parte della sua filmografia) trovano in Edward il prototipo ideale, l’essere perfetto, la sintesi metaforica, morale e poetica. La neve scenderà infine a coprire una cittadina “al caldo”, congelando un amore irrealizzabile, e per questo però preservandolo alle usure del tempo e della società. C’è sempre un castello diroccato a dominare i sentimenti umani, ma questi ultimi affascinati dalla plastica del momento se ne dimenticano, e lo lasciano in rovina, anno dopo anno, senza abitarlo più. La memoria, anche quella di un’anziana che fu ragazza, è l’unico appiglio per evitare questa tragedia novecentesca.

Info
Il trailer di Edward mani di forbice.

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