La torta in cielo

La torta in cielo

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Nel 1973 Lino Del Fra, coadiuvato in fase di scrittura da Cecilia Mangini, traspone in immagini una delle fiabe più celebri di Gianni Rodari, La torta in cielo: un caleidoscopio onirico e giocoso, che contiene la propria metafora pacifista in un cinema che si diverte con gli effetti ottici, e calca la mano sul grottesco. All’epoca la critica lo snobbò, ma si tratta di uno dei pochi esempi di film italiano sull’infanzia che abbia alla base del proprio ragionamento il concetto di disobbedienza, a tutto e a tutti.

Mettete bomboloni nei vostri cannoni

Una gigantesca torta scende nei pressi della romana Borgata del Trullo e, visto che l’opinione pubblica suppone trattarsi di un disco volante, il generale Diomede organizza una complessa manovra militare contro l’invasore mentre sottopone la popolazione a stato di assedio. Per la ricerca di eventuali complici e traditori, il fanatico ufficiale si serve del popolare vigile Vincenzo Meletti, impiega il robot Eleuterio guidato dagli scienziati Terenzio e Varrone, costruisce false interviste televisive. Nel frattempo i piccoli Paolo e Rita, figli del Meletti, e diversi loro amichetti, avvicinano l’oggetto misterioso e prendono contatto con Thomas, il suo bizzarro abitante. [sinossi]

Non fu certo magnanima la stampa italiana con La torta in cielo, trasposizione in immagini in movimento del romanzo di Gianni Rodari, il vate della letteratura dedicata all’infanzia. Ad esempio Tullio Kezich, all’interno de Il millefilm, scrisse: «Tutto gridato, imbottito di musiche fracassone, avvilito da caratterizzazioni deplorevoli, affidato nelle immagini a frastornanti effetti di macchina, “La torta in cielo” è una proposta sbagliata per aprire il discorso sul cinema destinato ai ragazzi». Già il fatto che nel 1973, a quasi ottant’anni dalla nascita ufficiale del cinema, si fosse ancora in attesa di “aprire il discorso sul cinema destinato ai ragazzi”, fa comprendere quale sia stato – ed è tuttora – parte integrante e forse fondamentale del problema. In Italia non esiste, e non è mai esistita, una produzione che avesse come principali referenti i bambini, e in seconda istanza gli adolescenti. Certo, ci sono stati molti bambini e qualche adolescente in scena, ma sono stati sempre inquadrati dall’alto in basso, ponendo la macchina da presa all’altezza degli adulti. Per quanto nel film di Lino Del Fra così come nella fiaba di Rodari i piccoli abitanti del Trullo entrino in contatto con un oggetto volante non identificato, sono proprio Paolo, Rita e i loro amichetti a essere stati considerati nella maggior parte dei casi degli alieni, degli UFO. Il cinema italiano fatica a maneggiare l’infanzia perché non sa accettare che essa possa autodeterminarsi, vivere una propria identità del tutto slegata dalle logiche imperanti, proporre percorsi diversi, alternativi alla prassi. E il mondo della Settima Arte in tal senso non fa che svolgere il ruolo di megafono dei problemi dell’intera società, in cui l’infante è irregimentato, costretto in caselle regolate e precise, utilizzato a mo’ di batteria militare. Non è un caso se nel mettere in scena il suo Le avventure di Pinocchio nel 1972 Luigi Comencini punti l’accento – nel testo di una delle più celebri canzoni che accompagnavano lo splendido sceneggiato televisivo – sul fatto che “E urlano, strillano, corrono, mi vogliono ubbidiente, docile, vinto, e come un burattino mi vorrebbero guidar, è vietato schiamazzar, è proibito brontolar, il bambino ha da ubbidir, fare i compiti e studiar”. Tra la messa in onda televisiva del Collodi di Comencini e la prima proiezione de La torta in cielo passano solo pochi mesi, ed è evidente che la tensione emotiva nel raccontare il fantastico sia più o meno la stessa. Finalmente si può posizionare l’altezza ad altezza bimbo, e lasciare che sia quello lo sguardo sul mondo, sulle sue distonie e falsità.

Sorprende che all’epoca in pochi si siano presi la briga di analizzare in modo compiuto un’opera come La torta in cielo, ed è un peccato che nel corso dei decenni – anche per un evidente e reiterato disinteresse critico – un film così particolare, bizzarro, fuori dagli schemi, sia finito progressivamente nell’oblio. Nel 2020 si festeggia tanto il centenario della nascita di Rodari quanto allo stesso tempo si commemora il quarantesimo anno dalla sua morte prematura: quale occasione migliore per riparare al danno fatto? Sorprende anche che un’opera diretta da Lino Del Fra e da lui scritto con la collaborazione di Cecilia Mangini non sia divenuto un oggetto di studio, fosse anche solo per fotografare un’epoca, tentando il fermo immagine di una rivoluzione sempre vagheggiata e al contempo impensabile, impossibile. Mettono invece in atto una vera e propria insubordinazione i piccoli protagonisti di questa vicenda che gioca con la fantascienza e in realtà si concede qualsivoglia digressione nel campo del surreale, del grottesco, dell’imponderabile. Del Fra, che a Venezia vinse un Leone d’Oro per il cortometraggio con il suo doloroso Fata Morgana, che nel 1961 raccontava la tragedia dell’emigrazione verso il nord Italia degli abitanti dei paesini del Meridione, e aveva poi un anno dopo creato scompiglio – con tanto di aggressioni fasciste alle sale che lo proiettavano – con All’armi, siam fascisti, documentario co-diretto con Cecilia Mangini e Lino Micciché, si confronta per la prima volta con qualcosa che esula dal reale, e sempre per la prima volta si trova a costruire un film completamente di finzione. Non rinuncia però al vero, andando a cercare i suoi piccoli protagonisti tra le borgate romane e proprio in una di esse (il Trullo, zona a sud-est della capitale, confinante da un lato con il Serpentone del Corviale e dall’altro con la Magliana e l’EUR) ambientando l’intera vicenda. Dopotutto Rodari aveva sviluppato il suo romanzo insieme a degli studenti elementari proprio del Trullo, nella scuola “Collodi” (ah, le coincidenze!) sotto l’egida della maestra Maria Luisa Bigiaretti, scomparsa lo scorso anno a 93 anni.

Ovviamente quel che venne rimproverato al film fu l’aspetto dichiaratamente giocoso, quasi cartoonistico, lontano dalle pretese pedagogiche e didattiche. L’avventura in cui precipitano i piccoli – dopo che su di loro, mentre stanno passando il pomeriggio dentro e attorno al rottame di un’automobile, è a sua volta precipitata un enorme pezzo di torta dal cielo – è tratteggiata da Del Fra e Mangini con uno stile surreale ma mai serioso, e anche gli attori professionisti che si prestano per la bisogna, da Paolo Villaggio a Didi Perego, da Umberto D’Orsi a Franco Fabrizi, vi si approcciano con un’attitudine completamente ludica, paradossale. Del Fra poi ricorre a tutti gli escamotage tecnici che gli scarsi mezzi produttivi gli mettono a disposizione, e in una certa qual misura La torta in cielo sembra mettere in pratica uno sposalizio impensabile tra i film per l’infanzia e i giochi ottici rotanti maneggiati da Giordano Falzoni ne Il grande freddo di Alberto Grifi. Del Fra comprende che nei bambini del Trullo ancora resiste la strana osmosi tra la concretezza del realismo e il vagheggiamento onirico del fiabesco, e cerca di trattenere una simile forza insubordinata all’interno della messa in quadro. Ne viene fuori un film evidentemente bislacco, ma al contempo vitale, fedele al testo originale ma mai letterario, sovversivo come lo può essere la lotta di cuscinate in faccia tra compagni di camerata. In un’Italia che era nel pieno degli anni di Piombo, e non aveva ancora risolto le proprie rivendicazioni sessantottine – e molte sarebbe purtroppo rimaste inevase – Del Fra e Mangini leggono le pagine di Rodari come fossero il disegno teorico di una rivoluzione ancora da materializzare, ma già permeata nel subconscio infantile. Il problema semmai, sembra dire il regista, è convincere gli adulti della necessità di tale rivoluzione, non certo i più piccoli. Anche per questo al culmine dell’estasi per la vittoria nella lotta contro l’esercito e la società “benpensante” i bambini si rivolgono direttamente al pubblico in sala: “E dai, venite. E nun ve fate prega’! E moveteve! Che state a fa’ lì impalati su quelle poltrone? Ma che c’avete paura? È una festa, è la festa di tutti. Perché non venite? Daje! Ao’ spettatori, venite a magna’ con noi! Ma insomma, che aspettate a farlo? Non fate come mi’ padre, venite, che state a pensa’? Disobbedite pure voi! Dai, ‘a pubblico! Sbrigateve, sennò ve la fregano tutta. La torta è vostra, daje!”. Gli spettatori, si sa, tendono a essere pigri, e la rivoluzione (anche quella del cinema) è ancora rinviata a data da destinarsi.

Info
La torta in cielo, una clip.

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  • la-torta-in-cielo-1973-lino-del-fra-01.jpg

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