Che fine ha fatto Baby Jane?

Che fine ha fatto Baby Jane?

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Speciale Senza il cinema. Con il cinema.
Tra commedia nera di vena grottesca e sarcastica, note struggenti, plurilivelli autoreferenziali e riflessione sulla società dello spettacolo, Che fine ha fatto Baby Jane? di Robert Aldrich conserva a tutt’oggi la sua carica dirompente, affidata a un’indimenticabile sfida divistica tra Bette Davis e Joan Crawford. Stilisticamente raffinato, spietato e commovente.

I’ve written a letter to Daddy

Nel 1917, la piccola Jane Hudson è una baby star di successo che tiene in ombra la sorella Blanche, sofferente per la scarsa considerazione a lei riservata dalla famiglia. Anni dopo i ruoli si sono invertiti: Blanche è diventata un’apprezzata star del cinema, mentre Jane tenta a sua volta la strada della recitazione ma con scarsissimi risultati. A seguito di un incidente d’auto che le ha viste entrambe coinvolte, Blanche perde l’uso delle gambe e molti anni più avanti le due sorelle, ormai attempate, vivono isolate in una villa di Hollywood. A un passo dal delirio psicotico, alcolizzata, trasandata e rifugiata nel vagheggiamento dei suoi successi da bambina, Jane si è ridotta alla caricatura di se stessa, si prende cura di Blanche ma tenendo nei suoi confronti un comportamento pieno di livore, risentimento e sadismo. Convinta di poter rilanciare la propria carriera, Jane contatta un musicista per riproporre assurdamente da anziana lo show che da bambina la portò al successo. Intanto le minacce e i soprusi nei confronti di Blanche diventano sempre più violenti… [sinossi]

Nella galleria di mostri generati da scottature psicologiche raccolte con il mondo del cinema e dello spettacolo in senso lato, la Jane Hudson di Che fine ha fatto Baby Jane? (Robert Aldrich, 1962) occupa un posto di riguardo fin dalla sua comparsa nelle sale. Il suo è un personaggio assurto ormai ad archetipo, paradigma di un preciso profilo psicotico provocato dalla caduta delle illusioni di fronte al declinare della fama e del successo. Caduta ancor più traumatica poiché il capolavoro di Aldrich va ad occuparsi di una specifica categoria di personaggi dello spettacolo, le baby-star estremamente soggette ad anonimato e oblio una volta raggiunte età più mature. Tra chi è letteralmente scomparso dai radar e chi si è risollevato verso una dignitosa carriera adulta dopo aver attraversato un proprio inferno personale (viene in mente, tra i tanti di Hollywood, il caso di Drew Barrymore), la strada del cinema è lastricata di bambini travolti dalla notorietà per poi passare il resto dei propri giorni a vivere di stenti o quasi – non sempre, ma spesso. Con il suo consueto sguardo acido e disilluso rivolto al mondo dello spettacolo e in senso più ampio alla cultura americana, Aldrich si dedica alla trasposizione dell’omonimo romanzo di Henry Farrell, pubblicato nel 1960, ricorrendo a sua volta a un doppio livello di autoreferenzialità con il mondo del cinema. Se da un lato infatti il racconto è dedicato ai destini di due sorelle, una baby star teatrale e poi giovane attrice cinematografica scarsamente dotata, l’altra ex-star amatissima condannata alla sedia a rotelle dopo un incidente d’auto, dall’altro a incarnare Jane e Blanche Hudson sono convocate due vere star giunte in età matura a varie gradazioni di declino, Bette Davis e Joan Crawford. Entrambe fortemente debitrici verso il grande cinema americano degli studios anni Trenta e Quaranta, la Davis e la Crawford danno qui due prove decisamente antitetiche: Jane è affidata a un’interpretazione tutta esteriore, istrionica ed esagitata (letteralmente magnifica la prova di Bette Davis), e a una spiccata accentuazione in senso grottesco dei tratti somatici, mentre la figura di Blanche dà luogo a una prova altrettanto ammirevole di Joan Crawford ma di tutt’altro registro, elegante e trattenutissima, articolata su un uso del linguaggio sinuoso e sottilmente manipolatore. Si tratta di una letterale gara di bravura, passata ormai agli annali della storia del cinema, tra due dive di distante stile recitativo.

Il generale registro narrativo piega comunque in favore del personaggio di Jane, adottandone la medesima tendenza all’acido grottesco con punte di beffardo sarcasmo, in una cornice aperta a costanti note di commedia nerissima. All’esordio, la Jane bambina è una star precoce anche affettuosa nei confronti della sorella Blanche, ma sostanzialmente viziata e foraggiata nelle sue bizze da un sistema dello spettacolo che l’ha trasformata in macchina per fare soldi (e Jane, pur bambina, ne è ben consapevole). Aldrich piega in distorsione mostruosa tutto il marchingegno produttivo che si dispiega intorno a Jane come fenomeno di massa. Con le sue danze e canzoncine, la bambina incarna per sineddoche anche un intero mondo etico e valoriale attinente a un preciso profilo antropologico americano: le canzoncine dedicate al padre, la tenerezza di una bambina che non teme il confronto con il palcoscenico, un’intera retorica familista (ipocritamente legata a un danaroso business) in tutto pertinente a un’immagine retriva e consolatoria di spettacolo per masse pronte a intenerirsi per l’infanzia e a dimenticarsela il giorno dopo. Intorno a Baby Jane si muovono interessi manageriali, merchandising, stampa, bambole che riproducono le sue fattezze. È intorno alla bambola che su un piano allusivo si articola uno dei motivi più interessanti del film, peraltro ricorrente in più momenti del racconto. Anni dopo, da anziana disfatta e psicotica che vive nel culto di se stessa da bambina vagheggiando la felicità di un lontanissimo passato, Jane conserva le sue bambole e si fa essa stessa bambola, agghindata con boccoli biondi, nastrini e abbigliamenti in linea con il proprio antico mito, un armamentario di acconciature chiamate a infiocchettare un volto divenuto mostruoso e accentuato da un trucco eccessivo. Contro ogni logica e ragionevolezza la Jane anziana duplica se stessa da bambina sul proprio corpo, e al contempo trova una compensazione nelle bambole di una volta, che in quanto inanimate non sono soggette al passare del tempo, non invecchiano, non mutano, continuano a proporsi come freeze frame di un momento fissato nel tempo, senza tempo, oltre il tempo.

D’altra parte, le bambole di Baby Jane alludono anche ad altri motivi espressivi che Aldrich annuncia fin dalla prima, ardita inquadratura del film: una sorta di soggettiva dall’interno di una scatola a molla, balocco per bambini dal quale erompe a scatto una figura grottesca di pagliaccetto. Intrattenimento rudimentale da strada mirato a un pubblico infantile, il pagliaccetto a molla scatena in realtà nella bambina che assiste al trucco una reazione di paura e pianto, e una lacrima scende pure sul volto del pagliaccetto – è calata dagli occhi della bambina, o è il pagliaccio stesso che, surrealmente consapevole della propria condizione, piange mestamente perché, come la futura Jane anziana, ha suscitato orrore nel suo pubblico invece di divertirlo e intrattenerlo come avrebbe voluto? A ben vedere il motivo dei meccanismi, di una realtà automatica e artefatta percorre più volte il tessuto narrativo di Che fine ha fatto Baby Jane?. La stessa Baby Jane invecchiata è un pagliaccetto sfruttato da bambina per la società dello spettacolo che finisce poi nel dimenticatoio a piangere la propria natura divenuta inanimata. La scatola a molla va ad abbinarsi alla gabbia dell’uccellino tenuta in camera da Blanche, ed entrambi alludono a una prigionia automatica e circolare evocata più volte sul piano visivo. Basti pensare a uno dei momenti di abbandono di Blanche al terrore, quando spaventata dalla sorella continua a girare su se stessa sulla sedia a rotelle come in un delirante vortice, dove di nuovo le note drammatiche strusciano con un ghigno cinico e beffardo. Coerentemente, la risata di Jane richiama poi il suono automatico e ghignante del pagliaccetto all’esordio. Il movimento circolare sarà poi riproposto da Jane nel finale sulla spiaggia, alle ultime inquadrature, quando circondata dai bagnanti e dalla polizia l’anziana baby star si ripropone al proprio pubblico. Il cerchio è dunque prigionia e delirio insieme, tale e quale al meccanismo di una scatola a molla condannata a ripetere eternamente le stesse azioni inanimate. Very lifelike, commenta il pacioso e complessato Edwin Flagg. Lifelike, realistico, “simile alla vita”. Imitation of Life, tanto per citare l’ultimo melodramma americano di Douglas Sirk (Lo specchio della vita, 1959).

Lungo la visione colpisce anche un dato meramente quantitativo. Che fine ha fatto Baby Jane? si distende infatti su una lunga durata, sforando i 130 minuti e variando pochissimo le ambientazioni, così come il racconto è pressoché interamente riservato alla crudele disamina del sadico rapporto vittima/carnefice, servo/padrone tra le due sorelle, protagoniste centralissime che solo di rado condividono il set con altre figure di un certo spessore. La cornice è sì fortemente significante, popolata com’è di status symbol degli Stati Uniti anni Sessanta (il consumo quotidiano di televisione, il divismo, il benessere economico, la curiosità morbosa dei vicini di casa per le due sorelle ex-dive), ma in linea di massima il racconto, fortemente concentrazionario, è tutto confinato tra le quattro pareti della villa. Tali indicazioni quantitative testimoniano la grande sapienza drammaturgica di Aldrich, che articola il proprio racconto su due fasi discretamente distinte, una di lenta crescita della suspense e l’altra di avvincente risoluzione della suspense. A poco a poco i toni si fanno sempre più morbosi e deliranti, e ci si concede a una schietta mostrazione della violenza piuttosto inedita per il coevo cinema americano di prima fascia – sulla natura dell’intera operazione tra cosiddette serie A e serie B ci sarebbe poi molto da dire, ma il discorso si farebbe lunghissimo. È cinema della crudeltà, splendidamente compiaciuto di giocare sull’oblio e l’invecchiamento di due vere dive al tramonto, generando oltretutto, specie nel caso di Bette Davis, un nuovo paradigma espressivo che da lì in poi l’attrice ripercorrerà più volte conoscendo una seconda giovinezza artistica – dopo Che fine ha fatto Baby Jane? la Davis si creerà infatti una sorta di leggenda autoalimentata sulla propria vecchiaia incattivita, immagine più volte sfruttata al cinema in prodotti anche a basso costo ai limiti dell’horror e talvolta di nuovo dedicati al tema del rapporto psicotico tra due sorelle, dal para-sequel Piano… piano, dolce Carlotta (Robert Aldrich, 1964), sempre ispirato a un racconto di Henry Farrell, a Chi giace nella mia bara? (Paul Henreid, 1964), a Nanny, la governante (Seth Holt, 1965).

È altresì da rilevare che Aldrich ritorna più volte, prima e dopo Baby Jane, a condurre crudeli disamine del mondo dello spettacolo anglosassone, riproponendo altri racconti di rapporti psicotici e spietate derive esistenziali, frequentemente dedicati a complessi personaggi femminili. Oltre al già citato para-sequel Piano… piano, dolce Carlotta, inizialmente concepito per sfruttare il successo di Baby Jane con lo stesso cast e lo stesso autore alla fonte letteraria (ma all’ultimo l’ammalata Joan Crawford fu sostituita da Olivia de Havilland), assume tra gli altri una certa rilevanza L’assassinio di Sister George (1968), incentrato sulla graduale messa a morte, prima pubblica poi pure privata, di un’anziana star televisiva omosessuale estromessa dal serial che l’ha portata al successo per anni. In tale spettacolo della crudeltà, sempre a un passo o oltre il sarcastico eccesso grottesco, Aldrich ha trovato una delle linfe più fertili della propria produzione. Sicuramente Baby Jane riesce ad abbinare un impietoso ritratto degli Stati Uniti come totalizzante società dello spettacolo a un immortale e godibile spettacolo di consumo. Avvincente, magnificamente girato e fotografato, e affidato alle mani sicure di due antiche dive che, dopo tanto orrore psichico, cinismo e beffardia, nel finale sulla spiaggia approdano a note squisitamente struggenti.

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La scheda di Che fine ha fatto Baby Jane? su Wikipedia.

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